La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole | Recensione di Marco Labbate

Vanessa Roghi, La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole, Laterza, Roma-Bari 2017, pp. 244, € 16,00

            La lettera sovversiva di Vanessa Roghi nasce dalla necessità di indagare la risonanza di un testo, scritto oltre cinquant’anni fa, in una collina della Toscana, sorta di confino nel quale un sacerdote scomodo era stato esiliato. Vanessa Roghi propone un percorso entusiasmante che tiene insieme uno sterminato vaglio bibliografico, la scrittura densa e suggestiva, piccoli squarci sulla propria vita personale e un richiamo costante all’attualità. Riportare il passato al presente, legare la propria vita alla narrazione storica sono operazioni sempre scivolose per lo storico: si rischia di schiacciare un aspetto sull’altro e di rendere un cattivo servizio ad entrambi. Ma quando si riesce a conservare quel delicato equilibrio che una scelta di questo tipo richiede, il risultato è sublime: il don Milani uscito dalla penna di Vanessa Roghi è una figura viva, solidamente collocata tra passato e presente, che da queste inusuali aperture riceve un’anima più profonda. L’autrice libera la figura del priore dalle icone stereotipate in cui spesso si muove nel nostro immaginario: quella pacificata del santino o quelle del «marxista in nuce», del «proto sessantottino», della «voce profetica della rivolta». O ancora quelle negative, più recenti, delineate da una pubblicistica che ha voluto colpire don Milani per colpire un modello egualitario di scuola: l’«istigatore di risentimento sociale», «l’invidioso», «lo sciatto», il «difensore della scuola privata».

            Di fronte a Lettera a una professoressa Vanessa Roghi non rimane neutrale: prende posizione, accettando che «tornare a don Milani, alla Lettera a una professoressa, ai ragazzi di Barbiana (…) ha un senso niente affatto nostalgico» perché molte «delle storture da lui indicate con i ragazzi sono ancora attuali».

            Ma c’è un ulteriore elemento che caratterizza il saggio di Vanessa Roghi: Lettera sovversiva non è un libro che esaurisce i suoi confini in don Milani. Si può anzi dire che prima di tutto il suo è un saggio sulla lingua italiana, o meglio sulla detenzione del potere linguistico nei settant’anni di storia repubblicana. Don Milani dialoga, più o meno a distanza, con Mario Lodi, Tullio De Mauro, Alex Langer o Gianni Rodari: sono spazi profondi (e di straordinaria bellezza) che Vanessa Roghi apre nel mezzo della narrazione. Colta dentro questi rapporti, la forza della lettera milaniana si accresce, acquisendo una valenza di cesura nel dibattito sulla scuola che caratterizza gli anni Settanta.

            Basta prendere un testo qualsiasi di pedagogia, di politica scolastica, o un programma della Rai sulla scuola. I temi sono tutti rintracciabili nella Lettera dei ragazzi di Barbiana: la valutazione, le bocciature, il diritto allo studio e le differenze sociali, i libri di testo, le ripetizioni, la lingua italiana, il funzionamento della scuola e la funzione pubblica degli insegnanti.

            Tuttavia ricollocare Lettera a una professoressanella sua dimensione storica significa anche recuperarne la genesi come atto d’amore verso la scuola e i suoi studenti. Soprattutto di fronte a chi insiste nel proporre Lettera a una professoressa come testo disgregatore di un presunto ethos scolastico da rimpiangere: un ethos in realtà classista, che rimuove l’alto tasso di dispersione scolastica che colpiva (e ancora colpisce) le classi meno abbienti. Con un semplice incrocio delle fonti, se ne trova l’esplicitazione in una delle lettere personali più belle scritte dal priore, quella a Nadia Neri:

            “Non si può amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola (…). Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Di fatto si può amare solo         un numero di   persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio”.

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