XX secolo dopo Cristo. Ubi Christianus? (Experimentum crucis) | Recensione di Enrico Peyretti

Luigi Trafelli, XX secolo dopo Cristo. Ubi Christianus? (Experimentum crucis), a cura di Carla e Franca Podo, Albatros, Roma 2018, pp. 130, € 12,90

Chiesa e guerra. Dove sono i cristiani?

Luigi Trafelli (1881-1942), matematico e fisico di Nettuno, oltre cento anni fa, nel 1917, pubblicava e distribuiva in edizione privata questo libro (1). Oggi, nel centenario, è una lettura importante. «Ricerco se tra i contemporanei esistano ancora cristiani. Mi valgo del fenomeno della guerra, come experimentum crucis, per giudicare con sicuro criterio» (p. 18). Vangelo alla mano, Trafelli esige dai cristiani la perfezione, nella vita personale come nella vita civile. Il concetto di «Regno di Dio» ha conseguenze rivoluzionarie: esso, come scrive Renan, è la libertà dello spirito. «Il cristiano ha un solo dovere: l’amore perfetto» (p. 29). Solo un cristiano, Leone Tolstoj, lo comprese bene. Gesù è un assoluto idealista, un anarchico, rivoluzionario, «giacché non manifesta alcuna idea del governo civile» (p. 32). Perciò l’autore dice di sé «io non sono cristiano» (p. 31).  Il cristianesimo «è inconciliabile con ogni organizzazione della società umana, riguarda unicamente l’individuo: la creazione del Regno di Dio nella propria coscienza» (p. 35). 

Il mondo e il  Regno sono dunque antitetici, per Trafelli. Socrate, rifiutando di sottrarsi alle leggi, ha il culto dello Stato, che è l’antitesi delle «beatitudini» di Gesù: il cristiano resta con Cristo, completamente staccato dal mondo (pp. 38-39).  «Poiché le chiese cosidette cristiane non mantengono assoluto divieto circa la guerra, può concludersi a ragione: quelle chiese non sono cristiane, ma anticristiane» (p. 41). Salvo pochi solitari (Francesco d’Assisi, Tolstoj, i Quaccheri…), la chiesa, già in antico, si adattò alle leggi militari, giustificate poi dai grandi teologi della tradizione: Ambrogio, Agostino, Tommaso…

Ma ci si può chiedere: la chiesa ha mitigato la guerra? Le regole di legittimità della guerra, le tregue di Dio, gli ordini militari cristiani, singoli atti di carità, non tolgono il fatto che la chiesa praticò gravi intolleranze, e che la guerra fu scatenata anche in nome di Dio. Ci sono benemerenze dei papi, degli ordini religiosi, delle istituzioni pietose a vantaggio degli infelici per la guerra? Trafelli vede molte ambiguità, e lascia il giudizio al lettore (pp. 49-65). 

L’autore distingue le «religioni sociabili» («civili», per Rousseau), in due tipi: quelle antiche, in cui la patria è divinizzata, e quelle moderne, che si adattano al potere statale, con un potere spirituale parallelo ad esso (i cosiddetti «stati cristiani»). 

L’Italia, nel 1871, accordò alla chiesa romana immunità e privilegi senza presentirne pericoli e abusi. Il dissidio seguitone – e qui Trafelli sembra guardare in anticipo alle riforme attuali, e oltre ancora – «potrà condurre ad una crisi se non verrà al pontificato un uomo evangelico, il quale, rinunziando a tutto ciò che è mondano, si occupi soltanto delle sue funzioni spirituali».  Il cristianesimo autentico non è una «religione civile» perché «contiene in sé la negazione  dei principi essenziali su cui un’organizzazione statale si fonda». L’autore cita Rousseau, Renan, Carlyle, Anatole France (pp. 66-72). 

Nel momento della guerra mondiale in corso nel 1917, Trafelli vede la crisi plateale delle chiese «anticristiane». Salvo alcuni pochi singoli disconosciuti, «la gerarchia ecclesiastica si orientò in modo da non ostacolare la guerra». Cappellani militari e predicatori animano i combattenti e pregano Dio per la vittoria, tirandolo ognuno dalla propria parte. Il curato Kosp, tiratore emerito, è stato decorato dalle autorità austriache «per aver fatto passare dalla vita alla morte parecchi alpini italiani». Si tratta di una «crisi mostruosa» della chiesa cattolica: «l’assurdo si è creato, il crollo è avvenuto». Il papa è rimasto neutrale, afflitto dalla guerra, ha invocato la Vergine, ha ammonito i popoli belligeranti sulla loro «tremenda responsabilità» di cui dovranno «render conto», ha ricordato che «il conflitto può comporsi senza la violenza delle armi», ma, pur usando linguaggio e pensiero «cristiano», non è stato cristiano né prima né ora dinanzi alla guerra, non ha attuato le beatitudini, e ha messo insieme il linguaggio cristiano con «la sapienza del secolo, l’azione diplomatica e politica, cercando un seggio tra i potenti del secolo al futuro congresso della pace». Trafelli non intende condannare, non giudica l’uomo, ma il cristiano: Benedetto XV «non fu cristiano», perché non  ha testimoniato né con la parola né con l’opera. Mai disse che «un cristiano non può uccidere». «Egli non si recò là tra gli orribili carnai umani per vincere o per morire, egli pure, in testimonianza della sua fede (…)». «E non è proprio lui l’apostolo di quella saggezza, che san Paolo stesso avverte essere una follia presso il mondo?» Nell’estate del 1914, iniziata la guerra, ricevette e benedì sacerdoti e seminaristi di differenti nazionalità che, da un collegio romano dove studiavano, rientravano nei loro paesi per «compiervi i doveri militari». «Il giorno dopo si sarebbero trovati gli uni contro gli altri in guerra (…). Il Papa non li istruì secondo la dottrina di Gesù, ma li benedisse (…) e quelli partirono nemici tra di loro».  Un fatto simile è ancora più sconcertante per noi oggi, e getta un’ombra dolorosa sul sofferto pacifismo di Benedetto XV. (pp. 73-92).

E dunque la domanda: esistono cristiani? Dove sono i cristiani? «Tutti quelli che, direttamente o indirettamente, presero parte alla guerra, non possono dirsi cristiani», dice Trafelli. Non osa affermare che non c’è più un cristiano: c’è Tolstoj, ci sono veri discepoli di Gesù, umili operai, preti santi…. Trafelli espone questa sua idea: «Da tempo mi son formato circa la storia della società umana il concetto ch’essa non sia evoluzione necessaria verso il buono,  ma divenire contingente verso il buono o verso il cattivo, a seconda che alcuni agenti o certi altri riescano a prevalere». E dichiara il suo intenso desiderio verso la liberazione, verso quel cielo dove schiavitù e morte sono sconosciute: «lo stesso cielo, forse, dove s’incontrano il sacrificio perfetto di Gesù e il piacere perfetto di Epicuro». Lo stesso cielo è la libertà dello spirito. L’autore spera, con questo scritto, lui che pure non è cristiano, di avere rischiarato qualche coscienza sull’abuso del nome di Cristo. (93-99). 

Una bella lunga appendice porta testi ben aderenti di Lucrezio (le armi sono un abuso del progresso umano), di G. Bovio (monologo di Giuda; dialogo tra Giuda e Maria di Magdala; tra S. Paolo e Seneca), di Sinkiewicz, di Platone. Per Giuda Gesù muore per una dottrina, invece di morire per il popolo, per le leggi, come Socrate. Ma la giustizia assoluta è contro la ragion di stato. Il cristianesimo ammirato da Trafelli non è il lento progressivo compimento divino dell’umano nel cammino storico, come oggi tendiamo a pensare, ma il sacrificale radicale superamento e smentita dell’umano storico nella perfetta verità , che (come dice Maria di Magdala) «non è né ebrea né romana». Gesù è sempre l’opposto del Grande Inquisitore, e viceversa.

(1) Luigi Trafelli, XX secolo dopo Cristo. Ubi Christianus? (Experimentum crucis). Digitalizzazione del testo originale stampato dalla Officina Tipografica Cooperativa, Pistoia, MCMXVII. A cura di Carla e Franca Podo, Albatros ([email protected]), Roma 2018, pp. 130, € 12,90

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