Le condutture dell’oro nero – fonti di guerre e di conflitti | Elena Camino

Reti energetiche globali

Carta di Laura Canali, 2017

LIMES, la rivista italiana di geopolitica, presenta spesso cartine geografiche e mappe tematiche che aiutano lettori e lettrici a capire e interpretare meglio  alcune dinamiche delle relazioni internazionali. Sono particolarmente interessanti varie carte tematiche pubblicate da questa rivista, che illustrano schematicamente i tracciati dei grandi oleodotti del mondo. Alcuni –  che collegano Europa, Asia e Africa – rivelano alcune delle cause delle guerre che senza sosta affliggono un numero crescente di popolazioni.

Una mappa, tra le tante che LIMES propone, esprime efficacemente il groviglio di interessi legati a questa fonte energetica, tuttora prioritaria nonostante le allerte climatiche.

Conflitti socio-ambientali locali

Meno noti – e di natura diversa – sono i conflitti che da anni interessano gruppi sociali antagonisti in Canada e negli Stati Uniti: la costruzione dei grandi oleodotti che attraversano il continente americano  da nord e sud, e da ovest  verso est ha suscitato  resistenze sociali e ambientali che sono state finora messe a tacere, prima dalla presidenza di Obama e poi da quella di Trump.

Di particolare rilievo mediatico è stata la lunga resistenza contro la North Dakota Pipeline, di cui il sito del Centro Studi ha già pubblicato notizie in passato. Il tracciato di questo oleodotto attraversa dei territori abitati da comunità indigene indiane, che hanno manifestato a lungo – anche con la collaborazione di numerose associazioni per i diritti umani e per la tutela ambientale – per bloccare i lavori.

Una situazione analoga si sta sviluppando in Louisiana, dove il tracciato, con una leggera curva, sfiora un terreno che è di proprietà di una associazione della quale  fa parte Cherri Foytlin, una indiana Diné (Navajo) e attivista  Cherokee, giornalista e madre. Qui poche strutture leggere e una lunga fila di tende sono il campo di resistenza dell’Associazione “L’Eau Est La Vie” (“Acqua è vita”).

A protezione di ‘acqua e vita’

Un articolo pubblicato nei giorni scorsi (il 16 luglio 2018) da Sheehan Moore ci aggiorna sulle iniziative di resistenza in corso – analoghe a quelle che erano state intraprese lungo l’oleodotto Nord-Sud:   Popolazioni indigene e protettori ambientali dell’acqua lottano per bloccare l’oleodotto della Luisiana”.

Mascherati da aragoste, i protettori dell’acqua dell’Associazione “L’eau est la Vie” hanno bloccato per parecchie ore il sito di costruzione  dell’oleodotto Bayou Bridge con una manifestazione artistico-musicale. Il loro campo si trova a mezz’ora di distanza da Lafayette, Louisiana, e a circa tre ore da  New Orleans, proprio lungo il tracciato previsto per  l’oleodotto che – se completato – dovrebbe svilupparsi come un grande serpente, interrato, per 162 miglia, dal Lago Charles vicino al confine con il Texas fino all’area di St. James, nella contrada  “Cancer Alley”[1]dove sono schierate le raffinerie e la altre industrie petrolchimiche che costeggiano il fiume Mississippi tra Baton Rouge e New Orleans.

Cherri Foytlin racconta di aver comprato il terreno nel novembre scorso, e di averlo occupato a partire da gennaio: di conseguenza i progettisti hanno modificato il tracciato facendolo passare con una curva intorno alla proprietà.  Questo oleodotto, la ‘Bayou Bridge pipeline’, o BBP, è solo uno di quelli in costruzione da parte della Compagnia petrolifera  ‘Energy Transfer Partners’, o ETP, con sede a Dallas, cha ha già decine di migliaia di miglia già operative, compreso l’oleodotto Dakota Access pipeline, che passa all’interno della Riserva Sioux di Standing Rock.  L’oleodotto che dovrebbe passare di qui, spiega Foytlin durante un’assemblea di protesta, è la coda di quello che arriva dal Nord Dakota. Si tratta della stessa Compagnia che a Standing Rock ha colpito i manifestanti con gli idranti, ha aizzato contro di loro i cani, e che sta cercando di far passare le tubazioni attraverso 700 delle nostre riserve di acqua. 

Le preoccupazioni dei manifestanti sono dovute all’elevato numero di perdite di petrolio che si sono verificate lungo gli oleodotti costruiti da questa Compagnia. Un Report di Greenpeace pubblicato qualche mese fa ha denunciato che si sono verificate perdite in media ogni 11 giorni a partire dal 2002, e che sono stati sversati  3,6 milioni di galloni di liquidi inquinanti, tra cui 2,8 milioni di galloni di petrolio. Per 18 volte ci sono stati inquinamenti delle falde acquifere. Questi dati preoccupano non solo gli attivisti che si oppongono all’estrazione di  combustibili fossili, ma anche organizzazioni per la salvaguardia degli ecosistemi naturali, e gruppi di pescatori e commercianti che vivono della pesca e trasformazione dei gamberi, molto abbondanti nelle aree umide sotto le quali dovrebbero passare le tubazioni  dell’oleodotto.

Finora le diverse corti di giustizia si sono espresse in modo contraddittorio: mentre un giudice federale ha emesso un’ingiunzione per fermare i lavori, giudicandoli pericolosi, una Corte di Appello è espressa in modo opposto, autorizzando il proseguimento dei lavori.

La presenza di un campo in cui si sono insediati i  dimostranti è la più recente forma di protesta di un movimento che dal 2015 si oppone alla costruzione di questo oleodotto: la presenza di una base fissa è stata possibile grazie all’acquisizione di proprietà di questo piccolo appezzamento proprio lungo il tracciato dell’oleodotto. Qui a turno i manifestanti trascorrono alcuni giorni, svolgono attività educative, proiettano video su altre situazioni ambientali a rischio… […]

I protettori dell’acqua che fanno parte dell’Associazione “ L’eau est la Vie” hanno organizzato manifestazioni di protesta lungo il tracciato dell’oleodotto a Bayou Bridge pipeline. (Facebook/L’eau est la Vie Camp)

Discriminazione ambientale

Il percorso del ‘Bayou Bridge Pipeline’, il BBP, attraversa un territorio che per secoli è stato testimone di violenze e sopraffazioni da parte dei coloni, spesso allo scopo di impadronirsi delle ricchezze minerarie.  Ma numerose comunità indigene (Atakapa Ishak, Chitimacha, Choctaw e Houma) – circa 17.000 persone –  continuano  ad abitare lungo questo territorio.   E sono quasi 300.000 le persone che dipendono da questo territorio per l’approvvigionamento di acqua. Monique Verdin, che è un membro del Consiglio Tribale  della Nazione Houma e dell’Associazione  L’Eau Est La Vie, sottolinea che la costruzione dell’oleodotto è solo l’ultimo episodio di una lunga sequenza di ingiustizie. 

Monique Verdin osserva che, là dove un tempo c’erano le grandi piantagioni di cotone e canna da zucchero, ora ci sono impianti petrolchimici e prigioni. La mentalità coloniale non è stata mai superata.  E ancora adesso, nonostante che ci siano giudici che emettono sentenze contro le grandi compagnie petrolifere,  queste continuano ad agire indisturbate, forti del loro potere di corporazioni di stampo coloniale.

La Nazione degli United Houma è una tribù che ha ricevuto il riconoscimento ufficiale di Stato, ma non è ancora riconosciuta a livello di Federazione: per questo motivo  i suoi membri non vengono consultati nelle decisioni nazionali, e non hanno potere decisionale sulle loro stesse terre, che considerano sacre.

Questa difficile situazione giuridica, insieme alla crisi economica  attuale, scoraggia molti Houma a esprimersi pubblicamente contro l’oleodotto. Ma le cose stanno cambiando. Cherri Foytlin è ottimista, e confida nelle possibilità create dal mettersi in rete con altri gruppi, per esempio quello della Associazione 350.org, attiva in numerose sedi nel mondo.

Dal razzismo ambientale a una nuova visione?

Un articolo pubblicato quasi un anno fa sullo stesso tema – il progetto di costruzione di un oleodotto in Louisiana – aveva messo molto chiaramente in luce le somiglianze tra il caso di Bayou Bridge e  i tentativi di resistenza nonviolenta messi in atto dagli attivisti di Standing Rock: in entrambi i casi si tratta di razzismo ambientale, in cui alcune minoranze sono esposte a rischi di inquinamento molto maggiori del resto della popolazione, come risultato di una pianificazione politica discriminatoria.

Nora Belblidia, nel suo articolo pubblicato nel luglio 2017 sulla rivista online “Uneven earth” (Water and oil, death and life in Louisiana How residents of the Bayou are fighting giants for the future of their land) esamina anche una varietà di implicazioni ambientali più ampie che possono derivare dall’inarrestabile crescita nella costruzione di oleodotti, e della conseguente irreversibile trasformazione del paesaggio.  Da vasto territorio ricco di aree umide, in grado di attenuare gli effetti delle grandi quantità di acqua che periodicamente si riversano nella regione, e da luogo ideale di sviluppo di una ricchissima fauna, in grado di dare cibo e lavoro a una vasta popolazione,   una vasta parte della Louisiana rischia di diventare una sorta di discarica inquinata, incapace di fornire servizi ecologici essenziali come la disponibilità di acqua pura e la protezione contro gli uragani.

Il passaggio del testimone – dagli attivisti di Standing Rock a quelli di Baton Rouge – in difesa delle comunità locali e degli ambienti naturali è stato raccolto da  Cherri Foytlin: questa attivista indigena si è stanziata sul piccolo terreno di proprietà, intorno al quale il tracciato dell’oleodotto è stato deviato,   e afferma: “mi spiace, Energy Transfer, pensavi di averne viste abbastanza nel  North Dakota… ma vieni ora nelle nostre paludi, e vedrai  i nostri manifestanti camminare sull’acqua…

[1]Così chiamata per l’elevata percentuale di persone malate di tumore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *