Combattere l’abuso online con i principi della resistenza nonviolenta | Brian Martin

Secondo un recente studio del Pew Research Center, le molestie online sono in crescita. Se da un lato la cosa non sorprende – in fondo persino il presidente degli Stati Uniti le pratica regolarmente – , dall’altro lascia perplessi i ricercatori, se consideriamo i numerosi tentativi messi in atto per contrastare il fenomeno.

Una rassegna di questi tentativi, a cui negli ultimi anni sono stati dedicati diversi libri, può aiutare a comprendere non solo cosa funziona e cosa non funziona, ma anche cosa manca, ovvero un approccio che si basi più sull’empowerment individuale e collettivo piuttosto che sull’azione giuridica e delle forze dell’ordine.

Le molestie online sono un crimine

Il libro “Hate Crimes in Cyberspace” di Danielle Keats Citron (2014) è un resoconto esaustivo sulle molestie online contro le donne. Citron porta tre esempi reali per illustrare quanto il problema sia serio e apparentemente irrisolvibile. In uno di questi esempi, una donna è stata presa di mira da numerosi individui, tra cui forse dei compagni di università, che hanno messo in giro orribili bugie sul suo conto, inviandole ad amici, parenti, insegnanti e poi anche ai suoi datori di lavoro. Le molestie sono durate anni.

Un concetto chiave nel libro è il parallelo tra le molestie sessuali e la violenza domestica. Fino a qualche decennio fa non si dava alcuna importanza a questi fenomeni. Le molestie sessuali sul lavoro erano viste come qualcosa che le donne dovevano semplicemente accettare. Allo stesso modo le violenze domestiche non costituivano agli occhi di tutti un problema sociale. Poi vennero i movimenti femministi: questi fenomeni ricevettero un nome, furono bollati come sbagliati e deplorevoli, e vennero approvate leggi che li criminalizzavano.

Citron sostiene che le molestie online dovrebbero essere trattate allo stesso modo. Tutte queste forme di abuso possono colpire sia gli uomini che le donne, ma nella maggior parte dei casi sono queste ultime ad esserne vittima.

Citron è un’avvocatessa con alle spalle molta esperienza nell’ambito degli abusi online: sebbene nel libro dedichi ampio spazio agli strumenti legislativi, la sua posizione è che rimangano comunque inadeguati, anche quando possono essere applicati. Un’altra via percorribile è il sistema di segnalazioni messo a disposizione dalle piattaforme che erogano il servizio. Tuttavia in molti casi i molestatori sono anonimi e possono cambiare la loro identità virtuale. Bastano pochi minuti, ad esempio, per creare un account su Twitter, perciò chiudere il profilo di un utente può essere solo una soluzione temporanea.

Alcune vittime si rivolgono alle forze dell’ordine, ma spesso rimangono deluse, perché la polizia ha una scarsa comprensione del mondo online. Ad esempio, non riescono a riconoscere l’importanza di Twitter per il lavoro di alcune donne e a capire come i molestatori possano abusare di questo servizio. La polizia a volte suggerisce di stare offline per un po’ per sfuggire agli abusi, ma è un’opzione irrealistica: sarebbe come consigliare di non uscire mai più di casa per non rischiare di essere rapinati.

La misoginia degli abusi online

Emma Jane lavora presso l’Università di New South Wales, Sydney, dove si occupa di molestie online subite dalle donne. Prima di approdare nel mondo accademico era stata per vent’anni una nota opinionista e commentatrice che lavorava sotto il nome di Emma Tom. Prima di Internet, lei e altre donne che erano presenti nel mondo dei media ricevevano abitualmente lettere ostili e minacciose. Qualcosa cambiò negli anni ’90, quando cominciò a inserire il suo indirizzo e-mail alla fine dei suoi articoli. Da allora gli abusi si erano fatti sempre più insistenti, espliciti e prolissi. Non sapendo bene come comportarsi, iniziò a conservarli tutti.

A differenza di molti altri commentatori, Jane riporta molti tra i peggiori esempi di abusi subiti da donne. Ecco perché il sottotitolo del suo libro si riferisce a una storia “brutale”: leggere storie di abusi può turbare anche quando non se ne è vittima. Mostrando esempi espliciti, Jane mette in discussione la pratica consolidata di liquidare queste forme di violenza come una parte normale del web. Se volete avere un’idea del tipo di abusi che le donne ricevono online, fate un giro su Random Rape Threat Generator (contiene linguaggio volgare e offensivo).

Jane presta particolare attenzione anche alla ricerca accademica nel settore, rimproverando gli studiosi quando tralasciano un argomento così importante o quando non lo prendono seriamente. Ad esempio, includere minacce di stupro e di morte nella categoria del “trolling” le fa apparire come frivolezze.

Quando l’abuso viene giustificato

Bailey Poland è una scrittrice ed editrice che ha cominciato a interessarsi di sessismo sul web e ha scritto un volume esaustivo e approfondito dal titolo “Haters: Harassment, Abuse and Violence Online” (2016). Poland si è avvicinata al problema anche in seguito ad attacchi subiti personalmente, ma racconta storie di molte altre donne che hanno ricevuto molestie online.

Alcuni casi hanno suscitato un certo scalpore: tra tutti, quello conosciuto come “Gamergate”. Zoe Quinn, sviluppatrice di videogame, dopo aver ricevuto delle molestie online aveva deciso di denunciare la vicenda. Questo ha provocato, da un lato, un aumento esponenziale degli abusi e delle minacce, e dall’altro la crescita di un movimento a supporto della vittima. Il mondo dei videogame ha una forte predominanza maschile e le donne che vi lavorano sono un facile bersaglio.

Poland si scaglia contro chi cerca di giustificare le molestie online e rivolge alle donne consigli inopportuni. Uno dei mantra che si sentono più spesso è “don’t feed the trolls1, come se il problema fosse il trolling. Il trolling, al contrario, non è un’accurata descrizione di minacce di stupro o di morte. La pratica di ignorare i molestatori si basa sull’assunto che questi trovino soddisfazione nel veder soffrire la vittima: senza ottenere reazioni, dovrebbero stancarsi del gioco e lasciar perdere. Il problema di questa strategia è che non funziona. Finché la vittima è online il molestatore non molla, e potrebbe diventare sempre più aggressivo mandando abusi, minacce e insulti anche a familiari o datori di lavoro.

(Per un approfondimento sul fenomeno del trolling, si veda il libro “This is why we can’t have nice things” di Whitney Phillips, secondo cui il trolling non può essere affrontato come un problema a sé perché nasce da comportamenti dannosi presenti nella cultura dominante.)

Una delle ragioni che si usano per giustificare l’abuso è che “tutti ricevono molestie”. In altre parole, le donne non dovrebbero lamentarsi perché anche gli uomini sono vittime di violenza; e in ogni caso è così che funziona il web. Poland riporta degli studi secondo cui, sebbene molte persone subiscano molestie, quelle rivolte alle donne sono molte di più e soprattutto sono molto più spesso basate sul genere.

Un altro consiglio tipico è bloccare chi le infastidisce. Il che va benissimo, ma non è una protezione dalle conseguenze negative dell’abuso. Le affermazioni denigratorie postate online possono incidere sulle prospettive di lavoro di una donna, perché molto spesso, prima di assumere una persona, il datore di lavoro cerca il suo nome su Google. Inoltre, bloccare i molestatori richiede del tempo, dal momento che alcuni di loro creano nuove identità ogni giorno.

Chi perpetra molestie online si difende dietro la cortina della libertà di espressione. Sembra che, dal loro punto di vista, inviare frasi offensive senza alcun motivo è un esercizio di libertà, e protestare contro tale esercizio è una restrizione intollerabile. Lasciando da parte il fatto che minacce di morte o di stupro non sono affatto protette dalla legge, una delle conseguenze degli abusi online è che riducono la vittima al silenzio. Anzi, mettere a tacere le donne sembra essere il principale scopo di molti casi di abuso, e questo è un grave limite del diritto alla libertà di espressione delle donne stesse. Se l’obiettivo è una piazza pubblica dove ciascun utente può dire come la pensa, moderazione e rispetto sono cruciali.

Per comprendere come reagire in modo efficace alle molestie online, Poland assume una prospettiva elaborata dalle femministe agli albori del web e detta “cyber-femminismo”. Alcune donne si tutelano regolando le impostazioni sulla privacy. Altre hanno creato dei gruppi chiusi in cui condividono informazioni utili, anche sui molestatori. Altre ancora, ad esempio Lindsay Bottos, contrastano la violenza virtuale con l’arte.

Il compito di reagire agli abusi online però non dovrebbe spettare unicamente alle donne. Poland cita un interessante lavoro di Leigh Alexander che spiega cosa possono fare gli uomini. Il primo passo è impegnarsi a non commettere abusi online. Inoltre, gli uomini possono offrire supporto individuale alle donne, concentrandosi non solo sulla molestia in sé ma sulla vita e sul lavoro delle vittime, e intervenendo online per deviare l’attenzione focalizzata su di loro. Poland generalmente fa riferimento a gruppi di attivisti negli USA, come Working to Halt Online Abuse, End to Cyber Bullying, Crash Override Network e Heartmob.

La psicologia di chi abusa

Citron, Jane e Poland citano degli studi sui tipici perpetratori di violenza, ma mi sembra che possa essere fatto di più per capire cosa li conduce a compiere degli abusi. Non è sufficiente soffermarsi sugli effetti delle loro azioni (ovvero, indurre le donne ad abbandonare gli spazi virtuali) e assumere che questo è il motivo per cui lo fanno. Nel suo libro “Evil: Understaing Human Violence and Cruelty”, Roy Baumeister ha esaminato ciò che si conosce sulla psicologia delle guardie dei campi di concentramento nazisti, dei serial killer e di altri perpetratori e ha concluso che generalmente questi si percepiscono come le vere vittime, sentono di poter giustificare le proprie azioni e non pensano che le loro conseguenze hanno un peso significativo. Se si applica la stessa analisi ai responsabili di molestie online, ciò implica che per questi ultimi mandare minacce di morte o di strupro alle donne non sia un grosso problema e che i destinatari delle loro azioni meritano il trattamento che ricevono. Questo modo di pensare non è molto diverso dalle giustificazioni che vengono usate di solito.

Ma perché le donne sono dei facili bersagli? Una spiegazione si basa sul meccanismo psicologico della proiezione, in cui una persona rifiuta inconsapevolmente una parte del proprio essere o del proprio comportamento e la attribuisce ad altri. Per esempio, un uomo potrebbe rifiutare l’attrazione che prova verso altri uomini, e spaventato da ciò, la proietta sugli uomini gay e qualche volta li attacca.

Tutti hanno nella propria personalità un aspetto maschile e uno femminile. Alcuni uomini potrebbero non voler riconoscere il proprio lato femminile e lo proiettano sugli altri, ovviamente sulle donne, per poi provare a distruggerlo. In questo quadro, le donne potenti e rinomate sarebbero i target più a rischio. Questa prospettiva sembra compatibile con uno schema comportamentale chiamato DARVO – acronimo di “deny, attack, reverse victim and offender”, ovvero negare, attaccare e invertire i ruoli tra la vittima e il colpevole. Secondo questo schema i molestatori negano i propri soprusi, colpevolizzano la vittima e, quando sono criticati, affermano di essere loro ad essere stati lesi. Lo scopo di acquisire una maggiore conoscenza della psicologia di chi abusa gli altri è riuscire a trovare delle risposte più efficaci.

Qualche lezione dall’azione nonviolenta

Per agire contro l’abuso online, cosa possiamo imparare dalla teoria e dalla pratica dell’azione nonviolenta? Non è chiarissimo, perché l’azione nonviolenta implica più comunemente un’azione colletiva negli spazi pubblici contro degli oppositori identificabili. Chi abusa online mira tipicamente a singoli individui, spesso in contesti privati, e molti sono anonimi.

Nonostante ciò, diversi concetti fondamentali di un’efficace azione nonviolenta, come l’agire fuori dal comune, il procurare il danno minore, l’incentivare la partecipazione volontaria e non, l’usare la legittimità, la prefigurazione e la pratica abile ed esperta, sono rilevanti anche per contrastare la violenza online.

Quello che si raccomanda più comunemente è di riportare la violenza online alle autorità, il che è qualcosa che tutte e tre le autrici trovano generalmente inutile. Una reazione ispirata alla pratica della nonviolenza dovrebbe essere qualcosa di diverso, qualcosa che non rientri nei metodi standard. In un’efficace azione nonviolenta, gli attivisti provano a limitare il danno ai propri oppositori. Nel contesto virtuale, questo vuol dire non usare violenza per contrastare la violenza. E comunque sembra che pochi seguano questo metodo. Quando lo fanno, è spesso controproduttivo, come ci si aspetterebbe dalla teoria della nonviolenza.

Durante un’azione nonviolenta, un alto livello di partecipazione accresce di gran lunga l’efficacia. Strategie come scioperi, boicottaggi e manifestazioni permettono a molte persone di partecipare a prescindere da età, sesso e abilità. Ciò implica che nell’ambiente online bisogna scegliere dei metodi di resistenza che permettano una maggiore partecipazione. Un primo passo è che donne (e uomini) colpite si uniscano ad altri alleati per formulare una risposta collettiva, che potrebbe consistere in produrre delle dichiarazioni di supporto, contestare i fornitori del servizio Internet che tollerano la violenza, e sviluppare campagne che consentano una partecipazione sicura.

Uno dei benefici di una maggiore partecipazione all’azione nonviolenta è una maggiore quantità di idee riguardo il modo di reagire e più innovazione nelle tecniche da adottare, specialmente quando sono coinvolte persone con diversi background e varie esperienze. Questo suggerisce che gli attivisti contro la misoginia online dovrebbero tentare di coinvolgere diverse fasce di popolazione, per esempio sia uomini che donne, vecchi e giovani, classi sociali differenti, i nuovi approdati ai social media così come i nativi digitali, e le persone con background culturali differenti. Particolarmente importante è acquisire il supporto delle persone che non sarebbero normalmente interessate ai social media, dove spesso avvengono gli abusi.

Portare la questione all’attenzione di fasce più ampie di popolazione dà la possibilità di raggiungere gli amici (sia online che offline), i vicini di casa, i genitori e i figli dei molestatori. Questa diffusione di interesse è la stessa che è stata utile nello stigmatizzare la molestia sessuale offline.

Un altro aspetto di un’azione nonviolenta efficace è l’uso accorto dei metodi. Rispondere ai molestatori deve essere fatto con criterio, valutando la psicologia dell’aggressore, gli spettatori all’aggressione, la probabilità che altri si uniscano alla violenza o che la contrastino, e altri fattori. Sviluppare delle competenze richiede assistenza e pratica. La vittima ha bisogno di aprire un dialogo con gli altri, ricevere supporto e, in particolare, ottenere l’aiuto nel migliorare le proprie reazioni. Migliorando le competenze nel giudicare le motivazioni, l’intenzione, e la debolezza psicologica dei molestatori, le vittime dovrebbero poi diventare più abili nel valutare se dare una risposta educata, non reagire affatto, chiedere assistenza personale, o cercare aiuto per lanciare una campagna. Allo stesso modo, avere delle competenze può fare una grossa differenza nel rispondere ai bulli, così come nel trovare dei sostenitori e organizzare una campagna.

Fin troppo spesso, le vittime si sentono isolate e umiliate, e cercano di affrontare la situazione da sole. Parlare con gli altri, e il fatto che gli altri siano disponibili e capaci di dare una mano, è fondamentale per mobilitare il sostegno e per optare per scelte e risposte migliori. Le implicazioni che vengono dalle idee dell’azione non violenta applicate all’abuso online sembrano, da un lato, troppo ovvie: coinvolgere più persone, e in più da differenti background; imparare e mettere in pratica delle competenze; lavorare in cooperazione con altri per sviluppare risposte e campagne. Eppure, dall’altro lato, queste implicazioni non sono ovvie per niente, vista la continua attenzione che ci si mette nell’affrontare i problemi attraverso le leggi e attraverso l’azione della polizia, degli erogatori del servizio internet e di altri agenti ufficiali. Invece di cercare le autorità per offrire protezione, potrebbe essere più efficace puntare all’empowerment individuale e collettivo.

Brian Martin, 2 october 2017
Titolo originale: Combating online abuse with the principles of nonviolent resistance

https://wagingnonviolence.org/feature/combating-online-abuse-nonviolent-resistance/

Traduzione di Roberta Lanzi e Fabio Poletto per il Centro Studi Sereno Regis

1Nel gergo del web il “troll” è un utente che si inserisce in uno scambio o discussione con l’unico obiettivo di disturbare, creare scompiglio e attirare l’attenzione. Normalmente usa un linguaggio volgare e offensivo, sostiene posizioni impopolari in quell’ambiente o provoca deliberatamente altri utenti, non perché sia convinto di ciò che dice ma solo per suscitare reazioni e portare confusione nel dibattito. Il motto don’t feed the trolls, letteralmente “non date da mangiare ai troll”, invita a ignorare chi si comporta in questo modo per non dargli soddisfazione e farlo desistere dal suo proposito (NdT).

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