Lo hate speech è il veleno della società

Autrice
Benedetta Pisani


Lo hate speech è il veleno della società
Photo by Heather M. Edwards on Unsplash

Lo hate speech è il veleno della società. Una società razzista, sessista, patriarcale e classista, che continua a somministrarci, giorno dopo giorno, astio, ostilità e rancore. Così tanto odio che, ormai, ne siamo assuefatti. Siamo manipolati con subdola disinvoltura da discorsi d’odio, fake news e vittimismo. Plagiati e consapevoli. Immobili nella disinformazione, costantemente alimentata da stereotipi, pregiudizi e dalla spregevole presunzione che la “percezione individuale” sia più affidabile di dati reali e concreti. Fatti che evidentemente richiedono analisi troppo rigorose e riflessioni personali insostenibili per chi, invece, «perde tempo a scrivere a una novantenne per augurarle la morte», come ha dichiarato Liliana Segre durante una delle sue testimonianze pubbliche, dopo essersi trovata lei stessa nel mirino dell’odio in rete.

«Chi entra nel Memoriale della Shoah trova scritta una parola: indifferenza. Da senatrice ho depositato un disegno di legge per istituire una Commissione parlamentare bicamerale di monitoraggio e di controllo sugli hate speech, i discorsi d’odio. Le parole d’odio sono l’anticamera della fine della democrazia. L’imbarbarimento del linguaggio è arrivato a livelli intollerabili».

Liliana Segre

Consapevolezza contro l’indifferenza. Il messaggio della senatrice arriva forte nei cuori di chi ascolta le sue parole. Parole di una semplicità disarmante, prive di qualunque traccia d’odio e disprezzo nei confronti di chi ha elaborato e condotto gli abomini della Shoah. Parole libere e meditate. Piene e lenitive. Desiderose di alleviare l’inquietudine, avendo cura e rispetto del dolore causato dall’odio degli altri.

«Di una sola cosa posso essere portatrice al Senato italiano. E cioè di una mozione contro l’odio in tutte le sue forme e senza distinguo. Io sono contro l’odio, predico pace e libertà».

Ma non sono solo le parole a testimoniare la battaglia nonviolenta di Liliana Segre contro la diffusione del razzismo, dell’intolleranza e dell’antisemitismo. La proposta della senatrice di istituire una Commissione parlamentare straordinaria di monitoraggio e controllo sullo hate speech sigilla il suo impegno nel contrastare fenomeni di discriminazione e istigazione alla violenza. Un’azione finalizzata a garantire la tutela concreta dei diritti fondamentali delle persone, anche nel cyberspazio, là dove questo obiettivo è reso ancora più insidioso dall’enorme possibilità che soggetti non ancora pronti a “scegliere con la loro coscienza, vengano annegati dalla quantità di notizie”, spesso false e provocatorie.

Il linguaggio d’odio è sempre esistito, impossibile sostenere il contrario. Ma oggi risulta essere un fenomeno difficilmente circoscrivibile, dal momento che l’utilizzo esteso e spesso incontrollato dei social network genera un sovraccarico di (dis-)informazione. Una spettacolarizzazione estrema di un linguaggio senza filtri, tale da ostacolare notevolmente la comunicazione empatica tra le persone.

L’unico filtro è lo schermo, che agisce da scudo repellente alle emozioni. Una barriera impietosa che annebbia cause ed effetti del nostro agire. Li ignora e li sconnette. Così, mentre gli haters vengono accecati nell’intelletto e nello spirito, le vittime finiscono isolate in un ambiente – fisico e virtuale – sempre più indifferente e sordo.

Diventa sempre più difficile individuare messaggi d’odio online e, soprattutto, stabilire dei confini entro cui collocarli, al fine di distinguerli dalle opinioni “semplicemente” espresse in modo volgare e impulsivo (e con una buona dose di ignoranza). Tutto questo senza perdere mai di vista la dibattuta e sacrosanta tutela della libertà di espressione. Ma questa “pietra angolare della democrazia” non giustifica mai e in alcun modo il ricorso a parole ostili e razziste. E lo hate speech non è un’opinione. È un fenomeno velenoso e insidioso. Egoista. Istantaneo. Il turbamento che provoca la lettura di un commento d’odio, infatti, dura il tempo di uno scroll. Siamo davvero così impassibili di fronte alla violenza?  Così incapaci di discriminare tra la verità e la menzogna? Tra il bene e il male?

«…Tutto comincia da quella parola. Gli orrori di ieri, di oggi e di domani fioriscono all’ombra di quella parola. […] Perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore».

La memoria rende liberi. La vita interrotta di una bambina della Shoah, Enrico Mentana e Liliana Segre

I risultati delle ricerche sul fenomeno dell’odio online e in politica condotte da Amnesty International con il suo Barometro dell’odio e da altre associazioni nazionali, come Vox Diritti – che ha elaborato delle vere e proprie “mappe dell’intolleranza” – confermano un dato agghiacciante e vergognosamente evidente: le donne sono nel mirino degli haters e costituiscono uno dei principali target di odio e di violenza online (e offline). Da Greta Thunberg a Armine Harutyunyan. Da Silvia Romano a Carola Rackete.

Chi odia non perde occasione per dimostrarlo. Per infuriarsi e gridare contro chi porta diversità e spiazzamento. Contro chi:

  • si ribella all’ingiustizia, rispondendo alle discriminazioni e ai soprusi.
  • non vuole accettare lo status quo e lotta per liberarsi dall’ingannevole illusione di una felicità artefatta e manipolata da una società sessista e misogina.
  • decide di affrontare le strutture di potere, a costo di doverne subire pesanti ripercussioni sulla propria sfera personale ed emotiva.
  • dà voce all’indignazione e si batte per rompere il silenzio negligente che aleggia stagnante intorno a un sistema di tipo chiriarchico e patriarcale.

Sessismo e Hate Speech

Il sessismo virtuale è una delle modalità attraverso cui si manifesta l’odio di genere e contribuisce a rafforzare l’immaginario stereotipato e stigmatizzato in cui la donna appare, sempre e comunque, inadeguata. Per il suo passato troppo ingombrante e scomodo. A causa del suo impegno in cause di spessore sociale, politico o economico, convenzionalmente riservate agli uomini. Per il suo aspetto fisico non conforme – oppure troppo conforme – ai canoni di una bellezza irreale, ciecamente selezionati e imposti con violenza nell’immaginario comune. Un immaginario in cui il compiacimento maschile è presupposto imprescindibile quando si parla delle donne e del loro ruolo nella società.

Siamo in trappola. Incatenati alla cultura tossica dello hate sharing, per cui se non odi non esisti. Ma siamo anche parte di qualcosa di più grande, più forte. Non dobbiamo perdere la fiducia nella società civile e nella scuola, perché saranno loro le principali protagoniste di un’azione nonviolenta nel mondo digitale. Un’azione volta a contrastare fenomeni intollerabili di razzismo e istigazione all’odio attraverso l’educazione alla responsabilità personale e al rispetto dell’altro, nella sua dimensione fisica e virtuale.

Non solo il lato giuridico

Non c’è dubbio che tutte le forme in cui odio e violenza si manifestano debbano essere sanzionate giuridicamente. Ma il diritto non dovrebbe intervenire solamente per reprimere e arginare il gorgoglio insistente di questo veleno.

Per evitare il rischio di anteporre filtri di potere alla libertà di espressione e di informazione, dunque, bisognerebbe promuovere campagne di sensibilizzazione per un uso del digitale più consapevole e studi dettagliati della storia e dell’educazione civica, nonché fornire strumenti e competenze utili per poter condurre in autonomia un’analisi critica del momento storico presente e di quello passato, alla luce di testimonianze che lasciano senza fiato e messaggi di autentica libertà, come quelli che Liliana Segre ci ha donato in questi anni.

«Per un attimo vidi una pistola a terra, pensai di raccoglierla. Ma non lo feci. Capii che io non ero come il mio assassino. Da allora sono diventata la donna libera e di pace con cui ho convissuto fino ad adesso».

Ultima testimonianza pubblica di Liliana Segre, 9 ottobre 2020

Become Viral: media attivisti contro lo Hate speech. Torino, Centro Studi Sereno Regis

Dal 2016 è attivo a Torino, presso il Centro Studi Sereno Regis un gruppo di giovani che si incontra con cadenza settimanale per dar vita a forme di attivismo digitale utili al contrasto dell’hate speech e alla promozione di un ambiente virtuale consapevole, etico e libero dalle forme d’odio e discriminazione.

Nello specifico si occupa di:

  • Ricerca e monitoraggio sulla correlazione tra l’hate speech nelle pagine dei media locali e il verificarsi di atti fisici d’odio e discriminazione nella città di Torino;
  • Creazione di campagne di contro-narrazioni ed eventi di sensibilizzazione sul territorio;
  • Realizzazione di laboratori educativi e formazioni specifiche rivolte alle scuole del territorio, centri aggregativi, case del quartiere e popolazione giovanile.

Il gruppo è molto eterogeneo e sempre alla ricerca di persone nuove che abbiano idee ed energia da donare per la costruzione di una comunità, digitale e reale, libera dall’Odio.

La partecipazione agli incontri del gruppo è libera e aperta a chiunque voglia farne parte.

Per partecipare o attivarti con noi scrivici sui nostri canali:

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