Il premio Nobel per la Pace 2017 a ICAN per il bando delle armi nucleari | Enzo Ferrara

Per l’avvio di un dibattito pubblico e per accompagnare una serie di appuntamenti aperti a tutti, che si terranno al Centro Studi Sereno Regis sui temi delle armi nucleari e delle ingovernabili contraddizioni legate all’uso dell’energia atomica per scopi civili – il primo di questi martedì 22 novembre alle ore 18.00 ha come titolo Dall’altopiano delle Murge alla Pianura Padana, 1959 – 2017. l’Italia avamposto nucleare USA – ripubblichiamo un intervento di Enzo Ferrara scritto subito dopo la notizia del Nobel per la pace 2017 assegnato alla Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari – ICAN. Ringraziamo la rivista Gli Asini http://gliasinirivista.org/ per la riproduzione del testo.


Lo scorso 6 ottobre è stata una gran giornata per chi opera per la pace, in particolar modo per l’eliminazione delle armi nucleari. L’associazione ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace come riconoscimento per il “prezioso e perseverante lavoro svolto nell’ambito della campagna di messa al bando delle armi nucleari”, bando sancito dalle Nazioni Unite lo scorso 7 luglio a New York.

ICAN ha sede a Ginevra e rappresenta 440 composite agenzie non governative in 100 diverse nazioni. La sua azione è sostenuta da milioni di persone in tutto il mondo e anche in Italia da numerosissimi gruppi e comitati. Fino al conferimento del Nobel, aderivano direttamente a ICAN almeno otto associazioni del nostro paese: la sezione italiana di Medicina per la Prevenzione Della Guerra Nucleare, il comitato milanese Cormuse per la diffusione di pace e fratellanza attraverso la musica e l’arte, l’Istituto romano di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo, l’associazione di volontariato dell’informazione PeaceLink, la Rete Disarmo, il comitato Senzatomica sostenuto dall’Istituto Buddista Soka Gakkai per la pace, la cultura e l’educazione, la sezione italiana della Lega internazionale di donne per la pace e la libertà (WILPF) e la sede locale della World Foundation for Peace.

La motivazione del Nobel insiste sul lavoro di ICAN “per sollevare l’attenzione sulle catastrofiche conseguenze per l’umanità di un qualunque uso delle armi nucleari e per lo sforzo di negoziazione svolto in primo piano, che ha permesso la ratifica del trattato di proibizione di queste armi”. La speranza – ha ribadito il Movimento Internazionale per la Riconciliazione MIR – è che un tale riconoscimento possa dar maggior forza all’azione che in tutto il mondo si porta avanti perché il bando ONU dello scorso luglio sia ratificato da tutti i paesi e in particolare che l’Italia riveda la propria posizione di opposizione al trattato, sancita anche in modo subdolo con la diserzione delle sessioni di voto dello scorso luglio. Sarà difficile, perché la NATO che conta nei suoi ranghi oltre all’Italia anche tre potenze nucleari, ha risposto con freddezza alla notizia del Nobel. Il segretario generale, Jens Stoltenberg, ha sottolineato che il bando ha al massimo valenza simbolica perché seppure abbia ricevuto finora l’adesione di 122 paesi, nessuno di questi possiede armi nucleari. Anzi, Stoltenberg pensa che il bando potrebbe indebolire la risposta internazionale al programma di armamenti atomici della Corea del Nord, mettendo inoltre a rischio gli avanzamenti del Trattato di non proliferazione (NPT).Ciò di cui abbiamo bisogno – ha detto – è una riduzione bilanciata e verificabile delle armi nucleari. Il trattato di non proliferazione nucleare, che è stato firmato da tutti gli alleati della NATO rimane la pietra miliare degli sforzi internazionali mirati a questo obiettivo e fino a che esisteranno armi nucleari la NATO rimarrà una alleanza nucleare”.

Stoltenberg ha vantato il fatto che dalla fine della Guerra Fredda la NATO ha ridotto enormemente sia il numero di testate nucleari in Europa sia il proprio affidamento strategico alle armi nucleari. Preferisce puntare alla creazione delle condizioni per ulteriori riduzioni in futuro su una base di reciprocità. “Purtroppo – ha aggiunto – la situazione internazionale non è al momento favorevole per un ulteriore avanzamento del disarmo”. Il bando sarebbe inoltre in contrasto con il progetto di disarmo da 50 anni supervisionato dalla Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA). La IAEA fu sua volta insignita del Nobel per la Pace nel 2005 assieme al suo Direttore Generale, Mohamed El Baradei che il 14 febbraio 2003 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva dichiarato l’assenza di prove che l’Iraq avesse utilizzato materiale nucleare per finalità belliche, Purtroppo, nel marzo dello stesso anno gli USA di George W. Bush attaccarono comunque l’Iraq con accuse che includevano il possesso di armi nucleari.

in un comunicato del 2016 – mentre invitava tutti gli alleati e i paesi firmatari a riflettere sulle gravi implicazioni per la pace e la sicurezza internazionale, compreso l’NPT – la Nato accusava il comitato per il bando delle armi nucleari di non vedere nella realtà attuale una crescente sfida alla sicurezza su scala mondiale. Secondo la NATO, mentre il mondo avrebbe bisogno di rimanere unito di fronte a minacce in aumento, in particolare per il grave pericolo costituito dal programma nucleare Nord Coreano, il trattato di bando non si fa carico di queste sfide urgenti alla sicurezza.

La geopolitica segue le proprie strade e vede realtà che sono ai nostri occhi non condivisibili. Sono più di venti anni che il Trattato di non proliferazione è in stallo, e la stessa inerzia si vede nelle dinamiche interne nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, che con la contrapposizione di Russia e Stati Uniti blocca ogni mediazione, come accade per la crisi siriana. Finché le grandi potenze insistono a mantenere le armi di cui sono in possesso, pretendendo di averne bisogno per garantire la propria e altrui sicurezza, non possono aspettarsi di impedire ad altri paesi o organizzazioni terroristiche di procurarsele e, un giorno o l’altro, di farne uso.

L’NPT mantiene una disparità anacronistica ripresa dall’articolo 9, comma 3 che prevede l’esistenza di stati che possono sviluppare l’uso del nucleare bellico e detenere testate di questo tipo, purché abbiano “fabbricato e fatto esplodere un’arma nucleare” prima del primo gennaio 1967. Questi paesi sono anche i cinque membri permanenti al Consiglio di sicurezza dell’ONU (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti). Così i paesi nucleari si posizionano su un gradino più alto creando una situazione di disparità nelle relazioni internazionali. È proprio a causa di questo privilegio che India, Pakistan e Israele, insieme alla Corea del Nord, sono ancora fuori dal Trattato limitandone l’efficacia.

Nel 2005, dopo gli attentati di luglio nella metropolitana di Londra che causarono 56 morti e 700 feriti, Dietrich Fischer, direttore del Centro per gli studi sulla pace dell’Università Europea a Stadtschlaining in Austria, in un commento sul notiziario della Transnational Foundation for Peace and Future Research (tradotto in italiano da Renato Solmi) osservava che se invece di bombe rudimentali fosse stato fatto esplodere anche un solo ordigno nucleare, il centro di Londra sarebbe stato cosparso di rovine fumanti e radioattive, oltre un milione di persone avrebbero potuto rimanere uccise sull’istante, e un multiplo di questa cifra sarebbero state destinate a perire lentamente in seguito alle malattie causate dalle radiazioni.

“La bomba atomica sganciata su Hiroshima ha ucciso più di 200.000 persone, ebbene le bombe nucleari di oggi sono di gran lunga più potenti di essa. – osservava ancora Fischer, e aggiungeva – Il doppio standard secondo il quale ‘le armi nucleari vanno bene per noi, ma non sono adatte per voi’ è intrinsecamente idiota e incapace di convincere nessuno. Credere che la tecnologia della produzione di armi nucleari possa essere tenuta segreta per sempre significa dar prova della massima ingenuità. Quelli che continuano a credere nella favola della ‘dissuasione’ farebbero meglio a destarsi, e cioè ad aprire gli occhi alla realtà dell’epoca dei bombardieri suicidi. Chiunque sia convinto di finire direttamente in paradiso se si fa saltare per aria non può essere ‘dissuaso’ dalla minaccia di una rappresaglia orripilante”.

L’Italia è coinvolta direttamente perché è la nazione europea con il più alto numero di ordigni nucleari Usa. Secondo i dati della Federation of American Scientists, ad Aviano e a Ghedi sono stoccate settanta delle centottanta bombe presenti in Europa e il nostro è l’unico paese in Europa con due basi nucleari: quella dell’Aeronautica militare di Ghedi (Brescia) e quella statunitense di Aviano (Pordenone). Oltretutto, il Pentagono lo scorso luglio ha deciso che per ragioni strategiche non sarà più possibile sapere se le bombe di Aviano e a Ghedi hanno falle di sicurezza, come quelle emerse in passato grazie a ispezioni ufficiali dello stesso governo americano. I rapporti sulle ispezioni ufficiali USA costituivano una delle pochissime fonti informative sullo stato degli arsenali e ora che si parla dell’arrivo in Italia della nuova bomba termonucleare B61-12 che sostituiranno le vecchie B-61 sui caccia F-35, l’esigenza di un controllo efficace di questi armamenti è più cruciale che mai.

Dobbiamo smettere di credere che i problemi geopolitici si possano risolvere solo con l’impiego di una forza militare offensiva. Non è irrealistico liberarsi di tutte le armi nucleari e certamente è più realistico di aspettare che esse esplodano, deliberatamente o per accidente.

Le questioni geopolitiche sul nucleare restano controverse come sempre. I governi sono rimasti affezionati a questa industria anche per la produzione di energia, nonostante un orientamento mondiale sempre più rivolto alle energie alternative. Come ha scritto Elena Camino in Il Regno Unito, il nucleare, e le connessioni nascoste l’energia nucleare è sempre più costosa, mentre i costi delle altre opzioni stanno calando; non solo, ma il ritmo di costruzione dei reattori è diminuito dagli anni ’90 ad oggi, e in questa industria sono già stati persi molti posti di lavoro. La fissazione dei governi, e di quello inglese in particolare, lascia perplessi. Secondo la ricerca di tre accademici dell’Università del Sussex (A. Stirling, P. Johnstone ed E. Cox) l’insolita intensità dell’attaccamento UK all’energia nucleare civile è comprensibile alla luce di una politica parallela, ma tenuta separata, che domina anch’essa la cultura politica dell’élite britannica: lo scopo è mantenere le competenze e le capacità tecnologiche per costruire e gestire i sottomarini a propulsione nucleare. Per tenere in piedi tutto questo apparato – sostengono i ricercatori – c’è bisogno di una solida filiera dell’industria nucleare che svolga i ruoli ausiliari, dai trasporti alle fasi di costruzione, dalla forza lavoro specializzata ai contratti finanziati dai militari. Lo stesso ragionamento va fatto per la costosissima filiera di mantenimento delle migliaia di testate nucleari esistenti che devono essere protette, testate e continuamente rinnovate degli elementi fissili (Uranio e Plutonio) che decadono nel tempo, estratte dai francesi nelle miniere del Niger (quarto produttore mondiale) a meno di 300 chilometri dal confine nord orientale del Mali.

I legami che collegano i settori civili nucleari con quelli della difesa sono invisibili nella documentazione della politica energetica, ma ben più evidenti sul fronte dei militari. Leggendo i documenti delle Commissioni parlamentari si legge che fin dal 2006 membri dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici affermavano la necessità di costruire una nuova generazione di centrali nucleari, se si voleva mantenere la capacità di costruire e alimentare i sommergibili. Sollecitazioni analoghe sono state espresse in Parlamento e restano scritte in documenti industriali da grandi compagnie, come la Rolls Royce e BAE Systems.

Va precisato che se anche l’ONU ha approvato il trattato a luglio, questo prenderà effetto 90 giorni dopo che almeno 50 paesi lo avranno ratificato. Finora lo hanno fatto in tre: Guyana, Vaticano e Tailandia. Tuttavia, cinquanta anni dopo la firma del NPT, approvato dall’Assemblea generale dell’ONU nel luglio 1968 ed entrato in vigore nel marzo 1970, è tempo che le potenze nucleari adempiano agli impegni sul disarmo. Abbiamo bisogno di vivere in un mondo di gran lunga più aperto, dove tutte le armi nucleari siano distrutte in modo verificabile, e dove la fabbricazione di nuove armi dello stesso tipo non possa essere tenuta nascosta.

La motivazione del Nobel sottolinea la perseveranza di ICAN nel sostenere il bando osteggiato vigorosamente dagli USA e da tutte le potenze nucleari che hanno boicottato i negoziati definendoli – come ha scritto il New York Times – “digressioni naif e pericolose”. Altri media USA sono stati meno equilibrati. L’Economist è stato sarcastico: “Il Nobel per la Pace quest’anno premia un’idea bella ma inutile.” Il Washington Post ha scelto una posizione intermedia: “Il Premio Nobel per la Pace al comitato contro le armi nucleari probabilmente non piacerà agli USA”.

Se è vero che gli utopisti hanno difficolta a mettere in pratica le proprie utopie, è altrettanto vero che i realisti faticano a comprendere la gravità della loro realtà. Richard Falk, professore di diritto internazionale a Princeton, ha fatto notare che “i più grandi utopisti sono quelli che si autodefiniscono ‘realisti’, dal momento che credono erroneamente di poter sopravvivere all’età nucleare con la politica di sempre. I veri realisti sono quelli che si rendono conto della necessità di un cambiamento”. Il Nobel sancisce la superiorità morale della scelta antinucleare. In un incontro pubblico molto partecipato in Piazza Castello a Torino lo scorso giugno, a sostegno al comitato Ban the bomb, il rappresentante della comunità ebraica ha ricordato l’immoralità del concetto di deterrenza che costituisce allo stesso tempo una forma di minaccia e di ricatto e che non può certo dare garanzie per una pace duratura.

Forse non c’è mai stato un altro Nobel così sentito e condiviso, se si pensa a quanti milioni di persone e movimenti si sono battuti fin dall’alba dell’era nucleare contro le armi e l’energia atomiche, insistendo sul fatto che non possono servire a nessuno scopo legittimo e devono essere bandite per sempre dalla faccia della terra. Per ribadire che ICAN e tutte le organizzazioni che si sono battute per sostenerla meritano ampiamente questo premio— e che il bando delle armi nucleari è ben di più, anzi è tutto tranne che solo inutile e irritante per gli Stati Uniti – basta leggere interamente la lettera di assegnazione del Nobel: “Il Comitato Norvegese è consapevole che una proibizione legale internazionale non sarà sufficiente da sola a eliminare nemmeno una sola testata nucleare, e che finora nessuno degli stati che già hanno armi nucleari né i loro più solidi alleati sostengono il bando delle armi nucleari. Il Comitato desidera evidenziare il fatto che i prossimi passi verso un mondo libero dalle armi nucleari dovranno coinvolgere anche gli stati che hanno armi nucleari. Il premio Nobel per la Pace di quest’anno è perciò anche un richiamo affinché questi stati inizino negoziati seri con una prospettiva di graduale, bilanciata e attentamente monitorata eliminazione delle quasi 15,000 testate nucleari esistenti nel mondo.”


Fonte: Rivista Gli Asini, N. 45, novembre 2017 – pp. 40-42

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