La mafia siamo noi | Recensione di Cinzia Picchioni

Sandro De Riccardis, La mafia siamo noi, add editore, Torino 2017, pp. 240, € 15,00

Sono andata all’ultimo Salone del Libro (a Torino), quando l’autore di questo libro lo ha presentato; insieme a lui c’era Armando Spataro (procuratore della Repubblica a Torino), che non appena ha cominciato a parlare ha “protestato” per il titolo, secondo lui un po’ “forte”. Quel “siamo noi” era troppo secondo lui. E invece no. Per me – lettrice e partecipante all’evento per vedere se il libro dovesse essere acquisito dalla Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis – il titolo è invece azzecatissimo. Lo è per trasmettere l’idea che esiste una “mentalità” mafiosa (anche se non si organizzano stragi); il titolo è azzeccato per farci riflettere sulle scelte quotidiane – perlopiù inconsapevoli – che compiamo persino andando a divertirci (emblematico a questo proposito il capitolo da p. 107: Discoteche, happy hour, ristoranti, riciclaggio). In quel caso “la mafia siamo noi” perché noi, andando a mangiare la pizza in quel locale, finanziamo la mafia.

Mappare le mafie

Ne consegue che è necessario Mappare le mafie (e questo è il titolo del paragrafo di p. 124), perché per sapere dove non andare a mangiare la pizza (per continuare con l’esempio) dovrei sapere quali pizzerie sono “in odore di mafia” e quali no. Ecco che nel 2012 Pierpaolo Farina (nel 2012 neolaureato alla Statale di Milano in Sociologia della criminalità) ha l’intuizione di creare WikiMafia (www.wikimafia.it e www.mafiamaps.it) insieme a un liceale diciassettenne, Francesco Moiraghi. I due pionieri “nell’usare i social media per diffondere informazioni sulle mafie” contattano associazioni e consultano libri e siti per creare – finora – un migliaio di voci (la più grande riguarda il maxi processo di Palermo). “Così è possibile conoscere la mafia insediata intorno a noi, legare un avvenimento a un luogo, […] un fatto di cronaca ad altri fatti di cronaca […]. Si può scoprire che negli anni Settanta e Ottanta a Milano, in via Larga, a cento passi dal Duomo, c’è stata una grande centrale operativa di Cosa nostra”, p. 126. Io che sono milanese non ho potuto fare a meno di pensare che via Larga, a pochi passi dal Duomo, è a pochi passi anche da piazza Fontana (12 dicembre 1969)…

Invece a Torino…

… o nelle vicinanze: Leinì ci dice qualcosa? E Chivasso? Ancora una volta per comprendere il “siamo noi” del titolo basterà ricordare il sindaco di Leinì – Nevio Coral – condannato per concorso esterno in associazione mafiosa (e parliamo dell’inchiesta “Minotauro”), e il Comune di Leinì è stato sciolto per mafia. Sempre vicino a Torino c’è Bruno Trunfo che a Chivasso era assessore ai lavori pubblici (ma va?) ed è stato condannato per associazione mafiosa. Quindi ecco: non a Corleone, in Sicilia, ai tempi narrati nel film Il padrino! Qui vicino, l’“altro ieri”, un anno fa…

Il passato/presente, il presente/passato

Per restare in Piemonte, mi ha fatto impressione leggere di Bruno Caccia, proprio in questi giorni in cui anche i notiziari alla radio ne parlano. Da p. 141 in avanti il libro ripercorre la vicenda del procuratore capo di Torino, ucciso nel 1983, partendo dalla fine, dalla cascina di San Sebastiano Po che ora – grazie alla rete di Libera e all’associazione Acmos – è stata restituita alla cittadinanza: “Oggi, a ricordare la storia racchiusa in questi spazi […] ci sono le tante immagini del giudice sparse nelle sale: Caccia giovane che balla con la moglie, Caccia insieme ai figli ancora bambini, Caccia in una delle tante giornate di lavoro al Palazzo di Giustizia di Torino, ora intitolato a lui”, p. 145. Attualmente si sente parlare della vicenda alla radio, con i giornalisti che non concordano ancora sulla pronuncia del cognome di Schirripa; il presunto killer è coinvolto pure lui nell’inchiesta Minotauro, ma credeva di averla fatta franca. Invece, 32 anni dopo (nel 2015) viene fuori il suo nome: Rocco Schirripa. E oggi quasi in ogni notiziario c’è qualche notizia al riguardo… Ripeto: mi ha fatto impressione leggere nelle pagine di questo libro, ben spiegata, l’intera vicenda di Bruno Caccia e sentirne parlare ancora oggi come di un fatto di cronaca recente. Farà parte dei “cold case”, i casi irrisolti, anche questo?

Il passato/passato

Poi ci sono i Grandi “anti-mafia”, che in tempi non sospetti dichiaravano, denunciavano, dimostravano l’esistenza della mafia perfino nei luoghi più pericolosi per farlo. È il caso di don Pino Puglisi (si legga la recensione: http://serenoregis.org/2015/04/10/padre-pino-puglisi-beato-recensione-di-cinzia-picchioni/) “che già negli anni Novanta allontana i boss dai comitati delle feste patronali a Brancaccio. Rinuncia ai fuochi d’artificio pagati dalle famiglie di Cosa nostra e propone cerimonie semplici, organizzate dal quartiere”, p. 193; don Puglisi era così scomodo che è stato ucciso (e nel frattempo  proclamto beato), ma ha lasciato l’indelebile esempio dell’impegno “quotidiano di tanti sacerdoti che cercano di vincere il Vangelo senza compromessi anche in terra di mafia”, p. 203.

Esempi simili aprono le porte a iniziative eclatanti come quella di papa Francesco: nel 2014, in Calabria, dopo la messa di fronte a 250mila fedeli, papa Francesco sancisce che “Quelli che non sono in questa strada di bene, come i mafiosi, non sono in comunione con Dio, sono scomunicati”, p. 204 (si può vedere il video tramite www.youtube.com, cercando: Monito ai mafiosi: siete scomunicati, 21 giugno 2014).

Tra i Grandi non poteva mancare – e nel libro si racconta anche la sua storia – don Tonino Bello (vescovo di Terlizzi, in Puglia, negli anni Ottanta-Novanta, e guida di Pax Christi, movimento cattolico pacifista). Molto è stato scritto su questo sacerdote, molto anche nella “newsletter” del Centro Studi Sereno Regis negli ultimi anni, tramite recensioni di libri http://serenoregis.org/2014/11/06/tonino-bello-maestro-di-nonviolenza-recensione-di-cinzia-picchioni/

http://serenoregis.org/2013/10/24/dio-scommette-su-di-noi-pregare-con-don-tonino-bello-recensione-di-cinzia-picchioni/ e anche di cd, come la bellissima “messa laica”:

http://serenoregis.org/2011/12/22/unala-di-riserva-messa-laica-per-don-tonino-bello-recensione-di-cinzia-picchioni/

Il passato che diventa perdono

Per restare in Puglia, segnalo la vicenda di Michele Fazio (ucciso per sbaglio nel 2001 a Bari Vecchia) qui raccontata da p. 222. La segnalo per ciò che ha generato, e per riflettere su una frase che mi è venuta in mente leggendo questo libro che consiglio anche agli insegnanti come libro di storia ausiliario, soprattutto parlando con i ragazzi e le ragazze delle superiori. Si legge facilmente, lo stile è giornalistico e vivace: poca enfasi, molti fatti.

La frase, dicevo, è questa: “Il perdono (per-dono) salva tutti”. Mi è venuta in mente leggendo di morti che non c’entravano nulla, che si trovavano per sbaglio nel luogo in cui sono stati uccisi; mi è venuta in mente leggendo il paragrafo di p. 226, Il dolore condiviso (bellissimo!) in cui la madre (Marisa) di una delle vittime “capisce che non può tenere per sé tutto il suo dolore” e decide di andare in un carcere (a Opera, in provincia di Milano). Qui c’è il “Gruppo della trasgressione”, un’associazione “che favorisce il confronto […] tra cittadini, studenti e detenuti”. Al primo incontro Marisa viene presentata ai detenuti come “mamma di una vittima di mafia”, e il carcere ospita condannati per reati di mafia (anche Totò Riina e Bernardo Provenzano sono stati là). Dopo alcuni incontri, dopo caffè e biscotti offerti dai detenuti, dopo emozioni “forti” e racconti da ambo le parti, Marisa capisce “che ci sono tragedie dietro la vita delle persone che da fuori nessuno può immaginare. Nessuno nasce criminale”. Nessuno nasce criminale. Direi che possiamo fermarci qui.

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