Manifesto per un XXI secolo contadino | Recensione di Elena Camino


cop_-silvia-perez-vitoria-manifesto-per-un-xxi-secolo-contadinoSilvia Pérez-Vitoria, Manifesto per un XXI secolo contadino, Jaca Book, Milano 2016, pp. 128, € 18,00

Una umanità contadina per un mondo sostenibile

Una lettura interessante

Di Silvia Perez-Vitoria avevo già letto con molto interesse due libri (Il ritorno dei contadini, 2007; La risposta dei contadini, 2011), quindi mi sono affrettata ad acquistare l’ultimo, appena pubblicato: Manifesto per un XXI secolo contadino (Jaca Book, 2016). Come l’Autrice stessa segnala nell’Introduzione, il primo libro ricordava le condizioni in cui è stata pianificata la scomparsa della società contadina e i mezzi che questa ha utilizzato per sopravvivere. Il secondo libro presentava le lotte contadine e i rapporti di forza presenti. In questo «Manifesto» Silvia Perez-Vitoria vuole trasmettere l’urgenza di scelte politiche e sociali che consentano di restituire ai contadini il loro ruolo – necessario e indispensabile – per la sopravvivenza dell’umanità sulla Terra.

In questo libro – di appena 120 pagine, ma ricche di informazioni e di preziosi rimandi bibliografici – l’Autrice richiama l’attenzione dei lettori su alcuni dei problemi che le comunità contadine sono state costrette ad affrontare, in un crescendo di drammaticità, a causa di un modello di sviluppo insostenibile e perverso che negli ultimi decenni si è affermato in tutto il mondo. Pur conservando, da studiosa e ricercatrice qual è, un linguaggio impeccabile per chiarezza e precisione, Silvia Perez-Vitoria è esplicita e appassionata nella denuncia di una situazione concertata da una minoranza di uomini e donne senza scrupoli, cinici, avidi di denaro e di potere, che si arrogano il diritto di decidere del futuro della vita sul pianeta e minacciano in tal modo la nostra esistenza (p. 15).

Il libro è organizzato in quattro parti.

La prima riferisce della RABBIA: rabbia di fronte ai poteri politici ed economici che, incuranti sia degli studi scientifici che descrivono i danni inferti ai sistemi naturali, sia del disaccordo espresso da un numero crescente di persone in tutto il mondo, continuano la loro opera distruttiva sul piano sociale e ambientale. Milioni di persone costrette a spostarsi, private delle loro terre, dell’acqua, delle foreste; guerre dilaganti per accaparrarsi risorse sempre più scarse. All’origine delle scelte che questa potente minoranza ha imposto c’è una visione del mondo che poggia su alcuni immaginari collettivi costruiti negli ultimi secoli e alimentati dal potere finanziario, politico e mediatico: la natura ridotta allo stato di merce; l’inutilità del suolo agricolo e l’eliminazione dei contadini; la «liberalizzazione» e finanziarizzazione degli scambi agricoli.

La seconda parte riguarda l’IMPOSTURA: le apparenze, le mistificazioni, i raggiri e i tranelli utilizzati per nascondere la realtà e negare i fatti. Forti della visione economicista della natura, i sostenitori della industrializzazione e meccanizzazione della natura immaginano l’agricoltore del domani come «gestore della biosfera», «fornitore di servizi ambientali», che «produrrà di più con meno». Le grandi multinazionali si appropriano, deformandoli, dei saperi e delle pratiche dell’agricoltura biologica e dell’agroecologia, proponendola come «competitiva e performante». Dai primi anni del nuovo secolo l’agricoltura familiare, praticata da secoli da comunità contadine di tutto il mondo, è stata «ridefinita» (il linguaggio dell’impostura è molto potente!) secondo concetti imprenditoriali, e incoraggiata – grazie agli investimenti tecnologici – a realizzare una «crescita sostenibile», con un investimento «ecologicamente intensivo». L’impostura diventa ancora più evidente quando si affronta il tema della «fame nel mondo»: secondo le grandi Istituzioni gestite dalle élites mondiali (il Programma Alimentare Mondiale, la FAO ecc.) le principali motivazioni per affrontare il problema non sono di natura umanitaria, ma economica: miglioramento della produttività, creazione di opportunità economiche, promozione dello sviluppo, stabilità e sicurezza politica. I «progressi tecnologici» (dalla rivoluzione verde agli OGM, fino alle recenti proposte per ridurre lo «shock climatico») in realtà soddisfano le esigenze dei grandi gruppi industriali, mentre minacciano il controllo dei contadini sulle loro terre, rendono marginali i mercati locali, distruggono la biodiversità dei suoli.

Una ulteriore mistificazione che l’Autrice segnala riguarda l’agricoltura urbana: presentata come valido complemento alla produzione agricola, trascura il fatto che la crescente urbanizzazione sottrae ampie aree di terreno coltivabile nelle campagne circostanti, che andrebbero invece difese e valorizzate. Coltivare in città orti e piccoli frutteti può essere utile, ma deve accompagnarsi alla difesa del terreno agricolo e dei mercati locali, che sempre più spesso sono spazzati via dai supermercati.

ROTTURA è il titolo della terza parte del libro. Silvia Perez-Vitoria introduce il tema dichiarando la necessità di abbandonare l’idea della «transizione»: secondo lei questo concetto è infatti soggetto alle regole e all’immaginario dell’organizzazione esistente (p. 69). Forse il contributo più interessante e originale del suo libro è racchiuso proprio in questa parte, in cui l’Autrice si propone di sciogliere alcuni vincoli mentali che ci condizionano.. Le prime vittime dell’ideologia dello sviluppo, che a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso ha imposto a più di due miliardi di persone di essere considerati (e di sentirsi…) sottosviluppati, sono state le società contadine. La modernità, per gli economisti, con la modernizzazione agricola proposta dallo «sviluppo» aveva come corollario implicito la scomparsa dei contadini. Di fatto, in tutto il mondo ormai, travolto dalla globalizzazione, i contadini si sono visti privati di tutto ciò che assicurava loro una autonomia: competenze teoriche, pratiche, tecniche, acqua, sementi… L’Autrice cita le parole di un saggio della tribù dei Borana, in Etiopia: «Dicono che stanno facendo il possibile per svilupparci. Le popolazioni hanno un parere opposto. Sentono che tutto viene fatto per distruggerci» (p. 76).

Un altro concetto che l’Autrice sottopone a una dura critica è quello che ci consente di chiamare «produttori» i Paesi che hanno risorse energetiche e minerarie: in realtà si tratta di Paesi «estrattori», che distruggono le loro ricchezze via via che le «producono». I danni ambientali e sociali, e il processo di desacralizzazione della natura che caratterizzano i processi estrattivi sono sotto gli occhi di tutti, rendendo evidente la necessità di riconcettualizzare l’idea di ricchezza, attribuendola non allo «svuotamento» progressivo del pianeta, ma ai processi naturali ciclici alimentati dalla fotosintesi.

Una ulteriore ROTTURA che l’Autrice sollecita è nei confronti del mito dell’onnipotenza della scienza e della tecnica: ancora oggi, nonostante i vistosi fallimenti (soprattutto nel settore agricolo) e gli usi perversi (frutto di interessi militari ed economici strettamente collegati), l’immaginario collettivo attribuisce all’innovazione scientifica e tecnologica poteri prodigiosi e soluzioni vicine, mentre considera le comunità contadine arretrate, ignoranti, abitudinarie.

I lettori vengono direttamente chiamati in causa nel capitolo successivo, che si propone di mettere in discussione il mito del consumatore. L’Autrice mette in dubbio l’idea che i cittadini, nel loro ruolo di consumatori, possano davvero incidere sulle scelte politiche ed economiche dell’élite di potere. Secondo lei noi, più che «consumattori», cioè soggetti in grado di modificare la trama e il contesto della modernità, abbiamo scarse possibilità di manovra, e soprattutto non possiamo incidere nella complessa catena /rete del sistema di produzione e distribuzione: al punto che, se anche scegliamo un prodotto del commercio equo, non siamo in condizioni di assicurare al piccolo produttore un giusto guadagno, né la sua sicurezza alimentare. Più efficace dell’azione del singolo può essere l’azione collettiva, anche se l’ideologia dominante risulta efficace nel proteggersi anche da questa, denunciando e condannando per esempio le azioni di boicottaggio verso i prodotti di un singolo Paese (è stato il caso della magistratura francese per alcuni prodotti israeliani).

E infine, nella quarta parte, la DISSIDENZA. Secondo l’Autrice, ci sono tendenze che nessun potere istituzionale e nessun bagaglio di conoscenze potranno fermare: ogni soggetto negoziatore è in qualche modo coinvolto e interessato a fare in modo che le cose continuino così. Dipendiamo dallo Stato, dagli specialisti, dai media, dalle industrie e dal «Mercato». Non sappiamo come sottrarci al cambiamento climatico, alle catastrofi nucleari, alle guerre, all’inquinamento agricolo e industriale di ogni tipo […] (p. 96). Come riprendere possesso delle nostre vite? Silvia Perez-Vitoria suggerisce la strada della dissidenza: rompere con il sistema dominante e ritrovare forme di autonomia attraverso il pensiero e le azioni. Negli ultimi capitoli del libro vengono presentati esempi di esperienze che in varie parti del mondo hanno permesso a comunità umane di andare contro-corrente, recuperando saperi e pratiche antichi, di esplorare con creatività territori nuovi, di avviare costruzioni sociali collaborative: per esempio la Via Campesina, creata nel 1993, riunisce oggi oltre 200 milioni di contadine e contadini appartenenti a 164 organizzazioni di 73 paesi.

L’Autrice conclude citando e illustrando due esperienze che conosce personalmente: le comunità zapatiste del Chiapas, che dopo la rivolta armata del 1994 hanno gradualmente costruito una nuova organizzazione sociale e politica, e il Movimento dei Senza Terra, creato nel 1984 per offrire un futuro ai braccianti brasiliani. Al centro di queste due forme di «dissidenza» si trova l’attività agricola, dato che il cibo è l’unica attività umana imprescindibile (p. 116). Il contesto in cui la dissidenza si manifesta è il frutto della globalizzazione e della liberalizzazione, che ha portato frammentazione dei territori, predazione e distruzione della natura, smantellamento delle forme di organizzazione collettiva basate sul rispetto e sull’equità, guerre per «risorse» sempre più scarse. Ma nessun potere – neppure l’élite attualmente dominante – è in grado di far fronte alla disperazione di intere popolazioni cui sono state sottratte le fonti di vita. Alla violenza culturale, strutturale e diretta una risposta che sempre più diventa praticabile è il recupero di territori per vivere, in grado di praticare una economia rurale sostenibile.

Vorrei concludere la presentazione di questo libro con una nota personale. Dell’importanza dell’economia «circolare» parlava in India negli anni Cinquanta del secolo scorso Joseph Kumarappa1, amico di Gandhi, che insieme a lui sottolineava l’importanza della vita di villaggio, basata sulla semplicità, sulla solidarietà e sull’autonomia. Ho avuto la fortuna, per più di 30 anni, di essere testimone delle attività di una associazione indiana, l’Association for Sarva Seva Farms (ASSEFA), che offre sostegno alle comunità più povere delle zone rurali dell’India per intraprendere un cammino di autosviluppo ispirato alla visione di Gandhi. La condizione dei contadini in India è andata peggiorando drammaticamente – soprattutto negli ultimi 20 anni – in seguito alla scelta del governo indiano di inseguire i miti che Silvia Perez-Vitoria ha così chiaramente delineato nel suo libro: il mito della crescita, dello sviluppo tecnologico-militare-industriale, dell’urbanizzazione. La popolazione rurale, che era il fulcro della nazione, è stata progressivamente emarginata e immiserita, come illustrano alcuni autori «dissidenti»2. Nonostante le difficoltà crescenti, l’ASSEFA mantiene inalterata, dopo 48 anni al servizio delle comunità rurali più povere, la sua prospettiva gandhiana allo sviluppo che – lungi dall’essere «superata», «obsoleta» – mantiene e rafforza la sua carica di «rottura» e la sua prospettiva di «dissidenza» rispetto al pensiero dominante. La radicalità della scelta nonviolenta, ispirata al pensiero gandhiano, fa di questa esperienza un esempio interessante di creatività, in grado di arricchire lo scenario proposto da Silvia Perez-Vitoria con una testimonianza nata nella cultura indiana.


1 Joseph Cornelius Kumarappa, Economia di condivisione. Come uscire dalla crisi mondiale, Quaderni Satyâgraha, Centro Gandhi Edizioni, Pisa 2011

2 Aseem Shrivastava & Ahish Kothari, Churning the Earth: The Making of Global India, Penguin, London 2012


Note di Elena Camino (Gruppo ASSEFA Torino, www.assefatorino.org)

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