TROLLEY TIMES / IL TEMPO DEI TRATTORI. Il punto sulle mobilitazioni contadine in India

TROLLEY TIMES / IL TEMPO DEI TRATTORI

Oggi che è il 26 marzo la protesta del settore agricolo in India ha celebrato il quarto mese di mobilitazione ininterrotta, la più lunga della storia. E la più in tutti sensi ‘grande’: per numeri, molteplicità di sit-in, compattezza, consapevolezza politica, chiarezza di obiettivi, condivisa leadership, e tante altre ragioni che cercheremo di capire insieme con l’incontro TROLLEY TIMES / IL TEMPO DEI TRATTORI, in diretta sulla pagina Facebook del CSSR questo prossimo martedì (30 marzo – h 18), con i contributi dei giornalisti Matteo Miavaldi e Maria Tavernini e del film maker (e tante altre cose) Harvinder Kapil Singh in dialogo con Elena Camino e con Daniela Bezzi, che negli scorsi mesi hanno cercato di raccontare il sorgere e il consolidamento di questo movimento per chi ci segue su questo sito.

TROLLEY TIMES / IL TEMPO DEI TRATTORI

Il titolo che abbiamo scelto per questo incontro (conclusivo di un ciclo su alcune proteste nonviolente da tempo in corso nel mondo, che ci hanno portato l’11 marzo in Birmania e il 23 in Val di Susa) non è solo per dire delle impressionanti processioni di trattori che l’India ha visto convergere su Delhi dal 26 novembre in poi. Trolley Times è infatti soprattutto il titolo di un giornale che può considerarsi ormai protagonista di questo movimento.

Un’iniziativa varata da un gruppo di giovani sikh, diventati a un certo punto ospiti fissi di quegli accampamenti che andavano crescendo alla periferia nord della capitale e via via contagiando anche altre aree, “per facilitare il collegamento tra tutti queste diverse aree della protesta, con le loro incredibili storie di resilienza durante uno degli inverni più freddi degli ultimi anni” ha raccontato uno dei fondatori, Jasdeep Singh, in una recente intervista al website svizzero pagesdegauche.ch.

Già durante il mese di dicembre, infatti, ai primi due accampamenti formatisi a Singhu e Tikri, nel punto di convergenza con la città di Delhi venendo dal Punjab, se ne erano aggiunti altri tre lungo la stessa enorme tangenziale, con distanze di decine di km tra un punto e l’altro. Jasdeep e compagni, tutti studenti con varie skills, individuarono una carenza di comunicazione che avrebbero potuto colmare magari sui social, o con l’ennesima pagina FB, e invece decisero di impegnarsi su una testata cartacea, che potesse proporsi anche come contenitore di grafica e creatività, e con storie ben scritte in Hindi e Punjabi, godibili anche per i molti anziani coraggiosamente accampati con le loro famiglie in quella sparsa tendopoli che stava diventando una multicity appena fuori dalla capitale.

Molti dei testi erano in effetti sintesi di note di diario, o dei frettolosi rapporti, scambiati su whatsapp o sui socials dai loro figli, generi, nipoti – e in focus sulle tante facce di quell’improvvisata comunità, unita sì da un unico obiettivo (la richiesta di abrogazione delle famose tre sfavorevolissime leggi da poco votate a sorpresa in Parlamento), ma non certo omogenea. Piccolissimi contadini o coltivatori senza terra accanto a quelli con proprietà considerevoli, dalits e braccianti a giornata provenienti magari da stati diversi del Punjab, e poi le tantissime e attivissime donne, i giovani, un mosaico di voci e istanze dal basso – accanto a contributi più ‘d’autore’ tradotti magari dall’Inglese.

“E non solo. Quello era il momento in cui – dopo l’iniziale sconcerto per i lacrimogeni che avevano accolto la processione dei trattori proveniente dal Punjab fino alle porte della capitale, quel 26 novembre in cui l’intera India si era messo in sciopero – il movimento stava guadagnando favore nell’immaginazione generale, presso quella stessa classe media normalmente indifferente alle sofferenze nelle campagne. E soprattutto nella percezione della quanto mai demoralizzata sinistra indiana, la compattezza e fermezza di quelle proteste contadine salutava il possibile inizio di un ben più ampia risposta allo strapotere del BJP” ha sottolineato Jasdeep Singh.

“Nel progressivo indebolimento delle istituzioni democratiche, dopo anni di Narendra Modi al governo, la sfiducia che possa emergere qualcosa di diverso dalle elezioni è molto sentita in India. E questo spiega il generale entusiasmo per questa protesta dal basso. Fin da subito l’immaginario collettivo ha percepito queste proteste come la versione moderna di quella freedom struggle che dagli inizi del 20imo secolo ha accompagnato il percorso di liberazione dell’India dall’oppressione coloniale. È stato tra l’altro bellissimo raccontare la progressiva integrazione della componente dalit, ovvero degli intoccabili, all’interno del movimento. La consapevolezza del pericolo che quelle tre leggi avrebbero rappresentato per l’intero settore agricolo dell’India, in quanto svendita agli interessi corporativi ha concorso alla percezione del ’nemico comune’ ed è stato un grosso ingrediente di unità per tutti, superando anche i peggiori pregiudizi di casta”. 

Un ruolo particole in questo processo di collettiva emancipazione va riconosciuto alla numerosissima ala femminile del movimento. “Per noi che ci siamo uniti a queste proteste venendo da Delhi, è stata una vera rivelazione constatare l’attivismo, l’energia, la visibilità, il protagonismo, la capacità di auto-organizzazione, la consapevolezza del ’naturale’ ruolo di comunicazione e connessione delle donne, in tutti i siti che abbiamo avuto modo di osservare nell’ambito del nostro quotidiano reporting” ha osservato Jasdeep nella sua intervista

“Un contributo anche strategico che potrebbe considerarsi abbastanza normale all’interno della cultura sikh, ma che incredibilmente abbiamo visto crescere anche negli stati dell’Haryana e dell’ultra-conservatore Uttar Pradesh, man mano che gli accampamenti si allargavano anche a quelle aree immediatamente confinanti con Delhi. Donne che all’interno dell’induismo si sarebbero considerate gregarie, o in ruoli di servizio. Ma che questo movimento ha reso consapevoli della grandezza della propria forza, capacità, diritti, promuovendo tra l’altro un empowerment totalmente armonico rispetto ai loro compagni, mariti, padri, figli, ben contenti (per esempio) di stare ai fornelli, oppure addetti alle tonnellate di chapati per poter sfamare tutti, insomma sì, una rivoluzione.”


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