Peacebuilding nell’era dei nuovi media | Vladimir Bratic


blogI media divennero una parte integrale del processo formale di costruzione della pace solo alla fine della Guerra Fredda, quando organizzazioni specializzate, non governative ed intergovernative, formalizzarono la prassi della costruzione della pace e le tecnologie dei media progredirono al punto da permettere anche ai non professionisti di produrre e distribuire i loro contenuti. Quindi, la pratica di usare i media per la costruzione della pace emerse nell’ultima decade del XX secolo, quando le organizzazioni per la pace cominciarono ad usare formalmente i media per raggiungere i loro obiettivi nei luoghi di conflitto armato.

Gli studi accademici rivolsero lentamente la loro attenzione a questa prassi. A cavallo dei due secoli, c’era solo una manciata di studi esplicitamente dedicati a pace e media, molti dei quali erano stati scritti da professionisti (Hieber, 2001; Howard, Rolt, van de Veen, & Verhoeven, 2003; Lehmann, 1999). Pace e media non furono studiati insieme fino agli ultimi anni del XX secolo perché gli studi sulla pace facevano parte tradizionalmente delle scienze politiche, mentre gli studi sui media erano iniziati nell’area della sociologia. Furono necessari degli sforzi interdisciplinari per riconoscere una prassi caratteristica (Price & Thompson, 2002; Wolfsfeld, 2004). A quel tempo, alcune applicazioni dei media nella costruzione della pace emersero come aree di studio caratteristiche. Il ruolo del giornalismo e dei giornalisti nei conflitti era l’area di ricerca più importante, indirizzata soprattutto dagli studiosi di scienze politiche e giornalismo (Kempf, 2008). Si fecero anche tentativi meno accademici e più pratici di riconoscere che altre forme di media (cioè l’intrattenimento ed il marketing) avrebbero potuto avere un influenza sulla pace (Radio Netherlands, 2004; Search for Common Ground [SFCG], 2002). Analogamente, gli studiosi del diritto dei media sollevarono la questione che la legislazione e la regolamentazione dei media sono ingredienti cruciali per una società prospera e pacifica (Price & Krug, 2002).

Negli ultimi cinque anni, l’attenzione nel campo si è allontanata dai media tradizionali e dalla prassi formale della costruzione della pace. Il continuo progresso delle tecnologie ha introdotto nei media nuovi canali (telefoni cellulari, Internet) e nuove pratiche (nuovi media e social media). La ricerca ed il metodo accademici si sono orientati verso i nuovi modi in cui la tecnologia può favorire la democratizzazione e l’attivismo sociale. Alcuni risultati iniziali hanno confermato la capacità dei nuovi media di informare, coinvolgere e mobilitare i cittadini e di aumentare la capacità dei costruttori di pace di raggiungere i loro obiettivi e migliorare la sicurezza in Africa, Medio Oriente e Asia (Livingston, 2011; Stauffacher, Weekes, Gasser, Maclay & Best, 2011). Le aree di conflitto, tuttavia, continuano ad essere dominate dai media e dalle tecnologie tradizionali, che continuano ad essere usate per scopi sia positivi sia negativi. La propaganda e gli attacchi ai giornalisti e alla libertà d’opinione non sono state eliminate dalla nuova tecnologia e dalle reti sociali.

Questo numero [della rivista] tenta di individuare i nuovi argomenti che dovranno essereconsiderati in futuro, sia nella pratica sia nella ricerca accademica. Esso mira ad esplorare l’uso innovativo delle nuove tecnologie dei media, tanto nella teoria, come nel caso del primo articolo, quanto nell’applicazione dei social media nei conflitti armati, nei quattro articoli successivi. Allo stesso tempo, sono emersi nuovi argomenti relativamente alla prassi comune del giornalismo di pace; questi sono trattati negli ultimi due articoli.
Per iniziare, l’articolo di Wolfang Sützl “Elicitive Conflict Transformation and New Media: In Search for a Common Ground” (“Trasformazione maieutica dei conflitti e nuovi media: in cerca di un terreno comune”) esamina il ruolo che che i social media possono svolgere nei processi di comunicazione alla luce della Teoria di Trasformazione dei Conflitti. L’autore sottolinea la mancanza di una teoria dei media nelle teorie di risoluzione dei conflitti e fa leva sul terreno comune ai due ambiti per concludere che i social media possono svolgere un ruolo efficace nella costruzione della pace.

I quattro articoli successivi descrivono l’applicazione pratica dei social media. L’articolo di Yifat Mor, Yiftach Ron e Ifat Maoz “’Likes’ for Peace: Can Facebook Promote Dialogue in the Israeli-Palestinian Conflict?” (“’Mi piace’ per la pace: Facebook può promuovere il dialogo nel conflitto israelo-palestinese?”) analizza il dialogo in un gruppo Facebook fra palestinesi ed israeliani-ebrei. Gli autori hanno scoperto che le voci moderate dei palestinesi ed i loro post ispirati alla pace avevano più probabilità di suscitare attenzione e simpatia da parte degli israeliani-ebrei.

In “Fields and Facebook: Ta’ayush’s Grassroots Activism and Archiving the Peace that Will Have Come in Israel/Palestine” (“Campi e Facebook: l’attivismo di base di Ta’ayush e l’archiviazione della pace che sarà arrivata in Israele/Palestina”) Jon Simons sostiene che il lavoro del gruppo di attivisti Ta’ayush potrebbe essere considerato un fallimento in base alle metriche tradizionalmente usate dagli studiosi dei movimenti sociali e della teoria della costruzione della pace. Tuttavia, il valore dell’attivismo online del gruppo, sostiene l’autore, consiste nel documentare ed archiviare il lavoro degli attivisti nel fronteggiare l’Occupazione.

Walid Al-Saqaf spiega come le tecnologie dei nuovi media possono essere usate per aggirare la censura statale in un regime autoritario nell’articolo “Internet Censorship Circumvention Tools: Escaping the Control of the Syrian Regime” (“Strumenti per aggirare la censura in Internet: sfuggire al controllo del regime siriano”). L’autore fornisce prove empiriche che i nuovi media possono aggirare efficacemente la censura e consentire l’accesso a siti web bloccati, dimostrando il potenziale di tali strumenti per promuovere la libertà di espressione.

“EU Armed Forces’ Use of Social Media in Areas of Deployment” (“L’uso dei social media da parte delle forze armate dell’UE nelle aree di dispiegamento”) di Maria Hellman, Eva-Karin Olsson e Charlotte Wagnsson esamina come i social media vengono percepiti dalle forze armate degli stati europei. Le autrici concludono che i social media sono visti contemporaneamente come una combinazione sia di opportunità per promuovere la comunicazione ed il marketing sia di potenziali aree di rischio.

Gli ultimi due articoli di questo numero riguardano le nuove indicazioni sul giornalismo di pace; in “Building Peace through Journalism in the Social/Alternate Media” (“Costruire la pace tramite il giornalismo nei media sociali/alternativi”) Rukhsana Aslam descrive i cambiamenti nel reportage dei conflitti nell’età delle reti sociali. L’autore considera i paradigmi esistenti di giornalismo di guerra e propone un modello di giornalismo più fluido, basato sulla sinergia di giornalisti, accademici e operatori di pace, sottolineando un impegno più diretto nella risoluzione dei conflitti.
In “Awareness towards Peace Journalism among Foreign Correspondents in Africa” (“Consapevolezza del giornalismo di pace fra i corrispondenti stranieri in Africa”) Ylva Rodny-Gumede intervista giornalisti di diverse agenzie internazionali di notizie, con sede a Johannesburg, Sud Africa, ed esamina la loro consapevolezza ed atteggiamento verso la prassi del giornalismo di pace. L’autore ha scoperto una mancanza di fiducia nel modello, ma anche una forte preferenza ed un uso stabile di molti dei suoi principi.

In questo stato della ricerca, è dunque necessario basare i nuovi risultati relativi alle nuove tecnologie su quanto era stato precedentemente confermato circa i media tradizionali. Nel caso di questo numero, gli autori esaminano l’impatto dei nuovi media e della tecnologia alla luce di quelle che già sappiamo essere buone prassi. Nel momento in cui i nuovi media e le reti sociali attirano la massima attenzione dei ricercatori e dei politici, dobbiamo capire il contesto storico della prassi, continuare nello studio comparativo delle applicazioni regionali e tener conto delle precedenti lezioni di cugini non troppo distanti – i media tradizionali e le prassi formali di costruzione della pace.

Bibliografia

Hieber, L. (2001). Lifeline media: Reaching populations in crisis. A guide to developing media projects in conflict situations. Geneva: Media Action International.
Howard, R. Rolt, F. van de Veen, & H. Verhoeven. J. (Ed.) (2003). The power of the media: A handbook for peacebuilders. Retrieved from http://www.xs4all.nl/%7Econflic1/Media_book_nieuw/a_b_contents.htm
Lehmann, I. (1999). Peacekeeping and public information: Caught in the crossfire. London: Frank Cass.
Kempf, W. (Ed.). (2008). The peace journalism controversy. Berlin: Regener.
Livingston, S. L. (2011). Africa’s evolving infosystems: A pathway to security and stability (Research Paper, no. 2). Boulder, Colorado: Africa Center for Strategic Studies.
Price, M., & Krug, P. (2002). A module for media intervention. In M. Price & M. Thompson (Eds.), Forging peace: Intervention, human rights, and the management of media space (pp. 148-176). Bloomington: Indiana University Press.
Price, M., & Thompson, M. (Eds.) (2002). Forging peace: Intervention, human rights and the management of media space. Bloomington: Indiana University Press.
Radio Netherlands. (2004). Peace radio: Burundi. Retrieved from http://www.rnw.nl/realradio/dossiers/html/burundi-p.html
Search for Common Ground. (2002). Macedonia: Nashe Maalo. Retrieved from www.sfcg.org
Stauffacher, D., Weekes, B., Gasser, U., Maclay, C., & Best, M. (Eds.). (2011). Peacebuilding in the information age. Sifting hype from reality. Geneva: ICT4Peace Foundation.
Wolfsfeld, G. (2004). Media and the path to peace. Cambridge: Cambridge University Press.


 

Vladimir Bratic è professore associato di media e comunicazioni alla Hollins University negli USA. È autore di numerosi articoli di giornale, pubblicazioni professionali e rapporti sul ruolo dei media nei conflitti e nella pace. Prima di emigrare negli Stati Uniti, il Dr. Bratic aveva conseguto una laurea alla Facoltà di Pedagogia e Filosofia dell’Università Palacky, Repubblica Ceca. Egli ha inoltre conseguito un Master in Relazioni Internazionali e un Ph.D in Comunicazioni di Massa all’Ohio University.

Media and Communication (ISSN: 2183-2439)
2016, Volume 4, Issue 1, Pages 1-3
Doi: 10.17645/mac.v4i1.559
Vladimir Bratic
Dipartimento di Studi sulla Comunicazione, Hollins University, Institution, Roanoke, VA 24020, USA;
E-Mail: [email protected]

Traduzione di Franco Malpeli per il Centro Studi Sereno Regis

Sommario
Questo editoriale delinea il contesto storico dello stato attuale dei media per la costruzione della pace ed introduce gli articoli pubblicati in questo numero.

Parole chiave
conflitto; Internet; mass media; nuovi media; costruzione della pace; social media; media tradizionali; guerra

18 febbraio 2016. Questo articolo è parte del numero “Peacebuilding in the Age of New Media” (“Costruire la pace nell’epoca dei nuovi media”), a cura di Vladimir Bratic (Hollins University, USA).

© 2016 dell’autore; licenziatario Cogitatio (Lisbona, Portogallo). Questo articolo è concesso in licenza secondo la Licenza Internazionale Creative Commons 4.0, condizione Attribuzione (CC BY)

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