Ci sono alternative alla guerra? | Angela Dogliotti Marasso


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Sembra che nel senso comune la risposta sia: “No, la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà…”

Perché, seppur il rifiuto della guerra sia entrato nella nostra cultura , grazie anche all’Art.11 della Costituzione, e dunque la maggioranza della popolazione sarebbe contraria ad una partecipazione attiva del nostro paese ad avventure armate, resta comunque , nella mentalità, che esprime la cultura profonda, sedimentata e più lenta a cambiare, l’idea che, per far fronte ad un’aggressione o difendere dei diritti violati, solo la violenza sia efficace e dunque inevitabile. E’ la tentazione forte, la reazione istintiva della trappola simmetrica: se dai un pugno a me, io ne do uno a te, così siamo pari e abbiamo fatto “giustizia”.

Per questo, il primo passo per far uscire la guerra dalla storia è farla uscire dalla testa delle persone, renderla uno strumento obsoleto nelle culture profonde dei popoli , delle civiltà.

Intanto, è almeno discutibile che la guerra ci sia sempre stata: alcuni studi sul remoto passato (basti pensare alle ricerche archeologiche su culture precedenti l’età del bronzo e sul folklore di Marija Gimbutas1 nell’area della vecchia Europa, per fare un esempio ) hanno fatto emergere civiltà in cui di essa non sembra esserci segno.

E anche oggi ci sono popoli che vivono in modo pacifico, che hanno trovato modi diversi per gestire gli inevitabili conflitti della convivenza, senza praticare guerre. Certo sono piccole realtà, società matrilineari, come quella dei Moso dello Yunnan cinese, nicchie di vita in cui si praticano relazioni più paritarie e nonviolente tra gli esseri umani e con la natura. Ma il fatto che esistano vuol dire che si può…2

Detto ciò, è indubbio che la guerra oggi è una realtà presente e pervasiva e dunque con essa bisogna fare i conti. Soprattutto con quella subdola giustificazione della guerra che la presenta come “male necessario” per la difesa dei diritti, della democrazia… Ammesso che si intervenga davvero per proteggere diritti violati e non per difendere interessi e posizioni geo-strategiche, si dimentica che , come la storia spesso insegna, il mezzo usato stravolge il fine: se voglio “imporre” la libertà , la nego…; la coerenza tra mezzi e fini è uno dei principi fondanti della nonviolenza, la cultura più radicalmente alternativa a quella della guerra. Lì , in particolare nella nonviolenza gandhiana , vanno cercate, a mio parere, le strade per andare oltre.

Poiché nelle guerre agiscono tutte e tre le forme di violenza individuate da Galtung, quella diretta, quella strutturale, quella culturale, che legittima le due precedenti, il lavoro per la pace deve prendere in considerazione diversi ambiti. Nel breve spazio di un intervento come questo proverò a suggerire schematicamente quattro piste di lavoro , a diversi livelli, nella prospettiva suddetta.

1 – Livello culturale

Cultura profonda: è necessario cambiare gli immaginari, le visioni del mondo, sostituire al paradigma della necessità, inevitabilità della violenza, in una società “naturalmente” gerarchica e competitiva, quello della violenza come “tentazione”, possibilità , in una concezione del genere umano come di una sola umanità, nelle differenze, capace di affrontare i conflitti in modo nonviolento, perché dotata degli anticorpi necessari per comprendere le fonti della violenza e contrastarle.

Uno di questi antidoti è l’empatia. L’empatia , cioè “la capacità di identificare ciò che qualcun altro sta pensando o provando, e di rispondere a quei pensieri e sentimenti con un’emozione corrispondente” 3, è un’attitudine che inizia a manifestarsi molto precocemente, seppur nella forma ancora immatura del contagio mimetico, fin dalla prima infanzia , e che diventa una competenza pienamente sviluppata nell’età della fanciullezza. Non solo dunque un comportamento benevolo e comprensivo nei confronti degli altri è possibile, ma pare essere quello più “normale”, al punto che alcuni studiosi, come Simon Baron Cohen, utilizzando anche mezzi diagnostici quali la risonanza magnetica, hanno interpretato le forme di crudeltà e di distruttività umana come una carenza nel funzionamento del circuito empatico, cioè come una sorta di malattia, dovuta ad una molteplicità di fattori ambientali e biologici.

Altri grandi antidoti alla violenza sono la capacità di cura e di cooperazione, anche queste iscritte nel codice della vita, come ha suggerito la biologa Lynn Margulis, la quale, interpretando le relazioni tra i componenti delle cellule, ha ipotizzato che la maggior forza dell’evoluzione sia la simbiosi.4

Lo stesso Gandhi scrive :“Il fatto che vi sono ancora tanti uomini vivi nel mondo dimostra che questo non è fondato sulla forza delle armi ma sulla forza della verità e dell’amore. Dunque la prova più grande e più inconfutabile del successo di questa forza deve essere vista nel fatto che malgrado tutte le guerre che si sono avute nel mondo, questo continua ad esistere.”5

Ciò rimanda anche alla necessità di far emergere una diversa narrazione storica. Perché, come scrive Anna Bravo nel suo ultimo libro La conta dei salvati, il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato: “C’è bisogno di tenere da conto ogni forma di attivismo per smontare l’idea malsana che quando c’è guerra c’è storia, quando c’è pace no, o non a pieno titolo- come se la pace fosse un dono della fortuna o un vuoto fra una guerra e l’altra, mentre è il frutto di un lavorio umano, è quel lavorio stesso”6

Tutto questo non ha nulla a che fare , tuttavia, con l’ingenua fiducia che conflitto e possibilità di esercitare violenza possano essere banditi dalle relazioni umane, “perché è proprio nel momento in cui neghiamo la nostra attitudine verso il male che la rimuoviamo, proiettandola sugli altri”7. Bisogna allora cercare di comprendere come gestire i conflitti e contrastare la violenza svelandone i meccanismi e le dinamiche. Secondo lo psicoanalista inglese Anthony Stevens, il concetto junghiano di “archetipo del nemico” offre una interessante interpretazione di questi meccanismi: costituitosi su base filogenetica, l’archetipo del nemico è universale e si specifica in base alle esperienze del singolo, che vengono a formare il complesso individuale. Due elementi vi contribuiscono: da un lato l’indottrinamento culturale (come una determinata cultura definisce il nemico), dall’altro la repressione familiare dei comportamenti considerati inaccettabili che producono e alimentano il complesso dell’Ombra: l’insieme di idee legate tra loro da una comune carica emozionale negativa, mobilitata dai comportamenti non compatibili con il modello di socializzazione ricevuto. E’ proprio la negazione di questo nemico interiore, cioè degli atteggiamenti e dei comportamenti negativi presenti nell’individuo, che porta , attraverso un meccanismo di difesa, a proiettarli fuori di sé, su qualcuno che può facilmente diventare un capro espiatorio sul quale scaricare la negatività ed i conflitti che non si riconoscono in sé. Per costruire una cultura di pace, allora, è necessario fare i conti anche con queste dinamiche profonde e integrare nella nostra personalità gli aspetti meno accettati di ciascuno, la nostra Ombra, per evitare di proiettarli su un “nemico” al di fuori di noi, che diventa il “Male”, l’Ombra collettiva, per combattere la quale ogni violenza è legittimata.

“La sola alternativa ad una catastrofe globale può essere rappresentata dal rifiuto collettivo di proiettare le qualità dell’Ombra su altre nazioni e gruppi ideologici, accettando pienamente la responsabilità del nemico che è dentro di noi”8

2 – Livello strutturale

Ma c’è, poi, un altro livello, che entra pesantemente in gioco nella genesi delle guerre.

E’ evidente, infatti, la rilevanza della violenza strutturale, cioè di quella violenza indiretta, nascosta nelle strutture ingiuste, nel disordine economico mondiale che distribuisce la ricchezza in modo diseguale , per cui il 20% più ricco possiede più dell’80% delle ricchezze, mentre il 20% più povero dispone solamente di poco più dell’1% (possono cambiare leggermente i numeri, a seconda dei periodi e di altre variabili, ma la sostanza resta analoga).

O della violenza strutturale delle spese militari, che sottraggono risorse alla vita per destinarle alla morte , frutto di quel sistema militare-industriale-scientifico-mediatico programmato per fare della guerra la sola via per regolare le relazioni internazionali, a profitto delle potenze e dei gruppi più forti: se ci si mette sulla strada della guerra e della sua preparazione è difficile trovare strade alternative. Certamente una simile situazione è insostenibile, da ogni punto di vista, compreso quello ambientale, e non può che alimentare venti di guerra. Bisogna, allora, cambiare radicalmente strada.

La proposta della nonviolenza è quella della semplicità volontaria e della costruzione, dal basso, di forme parallele di economia di giustizia capaci di ridurre e controllare lo spazio del mercato in favore di forme alternative basate sullo scambio , sulla cooperazione, sul dono. Sono molto più numerose di quanto si creda le esperienze di questo tipo (basti pensare ai GAS-Gruppi di acquisto solidale; ai mercatini di produttori a km.0, alle filiere corte, al commercio equo e solidale, alle esperienze di produzione agricola ecologica.. ), molto più sostenibili sia a livello sociale che ambientale. E sembra piuttosto efficace l’uso intelligente del potere del cittadino che può scegliere di boicottare certi prodotti in base al loro livello di equità sociale e di sostenibilità ambientale (esistono manuali che aiutano ad orientarsi in tal senso, come quelli prodotti dal centro Nuovo modello di sviluppo di Francuccio Gesualdi)

Certo, sarebbe fondamentale, in questa direzione, progettare e realizzare seriamente anche una riconversione delle industrie belliche e ridurre la presa sulle nostre vite del capitalismo finanziario, espressione estrema del sistema militare-industriale capitalistico odierno.

Mi piace ricordare, a pochi giorni dall’apertura del Giubileo della Misericordia, che in origine, nell’antica Israele, il Giubileo era un modo per redistribuire le ricchezze e ritornare, attraverso la cancellazione dei debiti e delle diseguaglianze, alla situazione di equità e giustizia iniziali. Una intelligente forma di riequilibrio sociale. L’attuale crisi che attanaglia le nostre società avrebbe bisogno di qualcosa di analogo, se ci fossero lungimiranza e saggezza nel governo dei popoli.

3 – Livello politico

Questo ci porta a riflettere sulla dimensione necessariamente anche politica della proposta nonviolenta. A tale proposito, mi limito qui a richiamare solo per brevissimi cenni alcuni concetti: la prospettiva capitiniana di “potere dal basso”; l’idea che il potere si regge sul consenso dei sottoposti, dunque la lotta nonviolenta mira non ad uno scontro frontale tra le parti in conflitto, ma ad azioni che sottraggano il consenso al potere, lo sbilancino, lo mettano in crisi per “sottrazione”, come se ad un tavolo si togliesse una gamba…; è la strategia satyagraha che mette in campo diverse forme di lotta e di resistenza civile: dalla protesta, al boicottaggio, alla non collaborazione e alla disobbedienza civile, fino alla creazione di strutture parallele, come è avvenuto non solo durante la lotta di liberazione in India, ma anche in diverse esperienze di lotte nonviolente del secolo scorso in diverse parti del mondo.9

Ma ciò che più ci interessa, in questa sede, sono alcune proposte elaborate dai movimenti nonviolenti in questi ultimi anni, per tradurre i principi della nonviolenza in politiche delle difesa coerenti con essi. E’ infatti necessario rispondere al bisogno di essere protetti e sentirsi difesi da eventuali minacce; il problema è : quale difesa? Da chi? Che cosa ci minaccia? Che cosa ci può dare sicurezza? Se riflettiamo su questi interrogativi ci accorgiamo che gran parte delle nostre paure riguardano la serenità della nostra vita quotidiana, che ci è data dalla possibilità di avere un lavoro e dunque un reddito, di essere curati quando ci ammaliamo, di avere buone scuole per i nostri figli e una prospettiva di futuro in un ambiente salvaguardato e protetto…

Ma anche rispetto a minacce, interne o esterne, ci sono forme di difesa diverse dalla guerra: le proposte nonviolente sono quelle della Difesa Difensiva, o Transarmo, della Difesa Popolare Nonviolenta, che abilita ciascuno a usare il potere dal basso di cui dispone per affermare i propri diritti usando modalità di lotta nonviolenta in modo organizzato, e quella dei Corpi Civili di Pace per intervenire , ove necessario, nei conflitti, con una struttura legittimata e riconosciuta che possa svolgere un’opera di mediazione tra le parti, accompagnamento, protezione ed empowerment (capacitazione) della parte più debole per riequilibrare il conflitto. Ci sono casi storici, come quello del salvataggio della stragrande maggioranza degli ebrei danesi durante l’occupazione nazista della Danimarca, che mostrano come sia stato possibile contrastare un ordine come quello dello sterminio nazista degli ebrei, anche attraverso scelte spontanee , messe in atto senza una particolare preparazione. Quanto potrebbero essere efficaci azioni di resistenza nonviolenta organizzate e attuate da cittadini preparati e consapevoli?

Ci sono poi le istituzioni internazionali, come le Nazioni Unite, nate nel secondo dopoguerra per regolare i conflitti e le relazioni internazionali, che oggi sono molto deboli, inefficaci e prive di reali poteri. Non per questo credo vadano abbandonate. Il pacifismo giuridico ha una nobile tradizione. Fin dalla seconda metà del XIX secolo il pacifismo internazionale ha perseguito l’obiettivo di creare istituzioni capaci di garantire la pace e comporre le controversie internazionali. Basti ricordare la figura di Bertha von Suttner, scrittrice austriaca e vice-presidente dell’International Peace Bureau , o le donne della Conferenza dell’Aja del 1915 che chiedevano una pace senza vincitori né vinti e una commissione internazionale che componesse le controversie tra gli stati in conflitto. Quella di creare istituzioni internazionali che garantiscano la pace è una classica richiesta del movimento per la pace, fin dalle sue origini. Dunque organizzazioni come l’ONU sono necessarie, ma non sufficienti e vanno riformate. Gandhi , con la nonviolenza, è andato oltre, appellandosi alla responsabilità del singolo e all’esercizio, da parte ci ciascuno, del proprio potere. Ma servono entrambi, sia i processi dal basso che quelli dall’alto. I movimenti che si ispirano alla nonviolenza si muovono dal basso, ma propongono anche leggi e riforme istituzionali più adeguate per affrontare i conflitti: riforma dell’ONU, Transarmo, DPN, caschi bianchi (corpi civili di pace), polizia internazionale (diversa dagli eserciti e dalla guerra) per far rispettare le risoluzioni e le leggi internazionali….

4 – Livello educativo

Per costruire un’alternativa alla guerra è fondamentale un lavoro educativo, che qui sintetizzo in tre percorsi:

  1. diventare consapevoli delle proprie radici, comprese le premesse implicite che stanno a fondamento dei propri modelli culturali. Sviluppare una profonda conoscenza di sé e una consapevolezza critica delle proprie radici storico-culturali è uno dei modi migliori per sostenere nei giovani la costruzione di processi identitari aperti e capaci di integrazione. In un mondo globalizzato il rischio cui tutti siamo sottoposti è quello di essere omologati ai modelli culturali dominanti imposti dai poteri forti attraverso i media e di reagire a questa perdita di identità con chiusure localistiche e difese rigide del proprio “territorio”. Le radici sono necessarie perché la pianta possa crescere e protendere i suoi rami in tutte le direzioni. Ma , a partire da qui, si possono anche prendere le distanze da visioni del mondo intrise di violenza perché fondate sul presupposto di una realtà in cui avviene la lotta inevitabile di tutti contro tutti , in favore di una visione del mondo in cui la legge che governa la vita è quella dell’unità nella diversità (interconnessione e interdipendenza) in ambito biologico, fisico, psicologico, sociale, politico, spirituale, a livello intrapersonale, interpersonale e con la natura.
  2. Uscire dalla trappola della risposta mimetica nei conflitti: la trasformazione nonviolenta del conflitto è il cuore dell’educazione alla pace. Perché un conflitto sia sostenibile , e dunque costruttivo, occorre: contenere le dinamiche violente; far emergere gli elementi di “verità” presenti in ogni parte e metterle in dialogo; individuare i fini sovraordinati che le parti possono aver interesse a raggiungere insieme (per innescare processi di cooperazione nel conflitto, anziché di contrapposizione); favorire dinamiche comunicative di decentramento, di ascolto, di empatia e di assertività; sviluppare la creatività per cercare soluzioni condivise; mettere in atto interventi e azioni nonviolente nei conflitti asimmetrici
  3. Sostituire al modello della potenza il modello della fragilità; trasformare la paura in risorsa per la cooperazione. La costitutiva fragilità di ogni essere umano, che produce insicurezza e paura, può diventare anche uno stimolo alla cooperazione e alla ricerca di un’etica della cura e della partnership che renda sostenibile l’impatto delle comunità umane sulla terra, capaci di con-vivere tra di loro, con gli altri esseri e con l’ambiente naturale.

Infine, mi pare indubbio che oggi le religioni abbiano un importante ruolo da svolgere per la pace.

Così come ogni lettura fondamentalista rende difficile il dialogo, l’apertura al trascendente che è al cuore di ogni genuina ricerca spirituale predispone di per sé all’incontro con l’altro e ne costituisce il fondamento nonviolento , presente e variamente sviluppato in tutte le grandi tradizioni.

L’attuale identificazione del terrorismo con l’Islam è una evidente strumentalizzazione, così come lo è l’identificazione, da parte degli estremisti islamici, del cristianesimo o dell’ebraismo con il dominio dell’Occidente. Processi di dominio , sfruttamento, accaparramento delle risorse da parte delle potenze occidentali sono una realtà, così come lo è il retaggio del colonialismo novecentesco che ha creato le premesse degli attuali conflitti, e anche il fatto che oggi il terrorismo è prevalentemente di matrice islamico-radicale, ma occorre tenere distinti i diversi piani e la “sindrome D-M-A (dualismo, manicheismo, armageddon)” di cui parla Galtung fa crescere il conflitto anziché trasformarlo. Ci sono state , invece, importanti iniziative di dialogo, come quelle organizzate da anni dalla rete del Dialogo cristiano islamico, o casi come quelli di islamici che hanno protetto luoghi di culto cristiani in Francia o prese di posizione coraggiose come è avvenuto recentemente in Kenya, ad opera di islamici che si sono interposti per salvare dei cristiani minacciati. Sono questi i segni di nonviolenza nella storia che meritano di essere valorizzati.

Sulla situazione attuale ci sono diverse riflessioni e proposte cui rinvio. Tra queste, l’articolo di Nanni Salio I due terrorismi e le alternative della nonviolenza; quelli di Johan Galtung e di altri ricercatori per la pace che si possono trovare sul sito del Centro Studi Sereno Regis; i comunicati e gli appelli, dopo gli attentati di Parigi, espressi dai movimenti nonviolenti francesi e in Italia da Pax Christi e da altri, tra cui MIR e Movimento Nonviolento e che si possono trovare sui rispettivi siti.


Note

1 Si veda il DVD Marija Gimbutas, Sign Out of Time, di Donna Read, Starhawk, Belili Productions, 2004, sottotitolato a cura dell’Associazione Armonie, Bologna

2 Heide Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo,Venexia, Roma, 2013

3 Simon Baron Cohen, La scienza del male. L’empatia e l’origine della crudeltà. Cortina Editore, Milano, 2011

4 Margulis Lynn and Sagan, Life did not take over the globe by combat, but by networking,in Resurgence, vol.206, 2001

5 M.K. Gandhi, Hind Swaraj or Indian Home Rule, cap. XVII, riportato in Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino,1996, pag.65

6 Anna Bravo, La conta dei salvati, Laterza, Bari, 2013, pag.14

7 A.Stevens, L’inconscio e l’archetipo del nemico, in A.A.V.V. Il nemico ha la coda, Giunti, Firenze, 1996, pag.109

8 A.Stevens, id., pag.110

9 Si veda il DVD A Force More Powerful, di York-Zimmerman, tradotto in italiano a cura del Movimento Nonviolento (Una forza più potente)

2 Risposte a “Ci sono alternative alla guerra? | Angela Dogliotti Marasso”

  1. In parole povere, al momento mentre la Cina e l’India tacciono, l’unica nazione a voler contrastare ISIL, seppur anche per propri interessi, è proprio la Russia e lo dicono i fatti. Tra l’altro come in Donbass in Ucraina, la Russia è l’unico stato ad inviare beni di prima necessità, aerei e convogli umanitari.

  2. Si è detto e si dice da sempre “la guerra nasce dal cuore dell’uomo”.analizzando e approfondendo questa dichiarazione universale e avendo sofferte esperienze xsonali posso affermare che le psicocause insite nell’animo&mente umana sono:1)arroganza intimamente legata all’ignoranza 2)la poterite:dipendenza o imposizione del micro&macro potere in tutte le sue forme ingannevoli,dispotiche&distruttive3)la cronica dipendenza e fragilità dell’uomo dall’unico demone reale uno&trino:il demone tricefalo 3S(SESSO,SOLDI,SUCCESSO=POTERE)

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