Cuba – e poi? – Johan Galtung

La reazione immediata all’ordine esecutivo di Obama del 17 dicembre 2014 di ristabilire rapporti diplomatici, agevolare i viaggi, scambiarsi prigionieri, è stata un senso di sollievo: finalmente correttivo di una stupidità vecchia d’oltre 50 anni. Ma perché adesso? Lo vediamo dopo; prima torniamo al giugno 1960.

Andammo in auto da New York a Key West, poi un traghetto – il capitano era norvegese – per L’Avana; volevamo andare dappertutto, parlare con tutti per capire. E il quadro sociale era molto chiaro: neri, donne, ceto basso a favore della rivoluzione; bianchi, uomini, ceto medio-superiore finirono a Miami. Perché [distinto] il genere? Era ovvio l’imperialismo USA, ma in aggiunta Cuba era un unico grosso bordello per i “puritani” uomini USA. E uno dei primi atti della rivoluzione fu farlo cessare, liberare le ragazze povere in canna, organizzare una formazione vocazionale dando loro dignità. Cosa quasi passata sotto silenzio negli USA; i media erano allora come ora ben filtrati. Quel che venne citato aveva a che fare con l’argomento principe di sempre in USA – non la miseria, la dignità, le vite mozzate, la dittatura che favoriva gli USA, bensì i possedimenti USA. Come l’Habana Hilton che divenne l’Habana Libre.

Noi c’eravamo. Un simbolo chiave dell’imperialismo; stavano lì, a investire nello sfruttamento, a consigliare per la repressione di Batista, a coltivare una minuscola elite alienata; un simbolo chiave della prostituzione delle “escort”.

Io arrivai con una tessera stampa e un registratore a nastro per la Norwegian Broadcasting Corporation [Azienda di trasmissione (radio-tv) norvegese] e intervistai Fidel Castro; e Carlos Rafael Rodriguez, capo del Partito Comunista. Erano ideologicamente diversi. Castro era un nazionalista insorto per la sua gente –il discorso comunista sopraggiunse dopo, col sostegno dell’Unione Sovietica. Le domande non lo impressionavano; proseguiva con quel che aveva in mente, immensamente erudito e con una padronanza impressionante dei particolari.

Fidel è sopravvissuto a 11 presidenti USA – Eisenhower-Kennedy-Johnson-Nixon-Ford-Carter-Reagan-Bush sr-Clinton-Bush jr-Obama – la gran parte dei quali delinquenti, alcuni per più di un turno, e per la gran parte dimenticabili. Ma non così la rivoluzione cubana fatta dagli ex-schiavi neri che avevano combattuto gli spagnoli, dalle donne, dai calpestati; capeggiati da un uomo bianco icona, decisamente d’alto ceto. L’alleanza si è fissata, ma potrebbe non sopravvivere ai fratelli Castro. Uno dei molti modi USA di fraintendere quel che succede è la costruzione [mentale] di paesi con anche un solo abitante da essi odiato: anche questo si è fissato.

La rivoluzione ha cambiato la storia del mondo e sopravviverà; non c’è possibile ritorno al razzismo, al classismo e alla discriminazione di genere USA. Ma vogliono vite migliori per tutti. L’embargo USA – che il parlamento USA di fatto monopartito può non togliere – non è così importante; Cuba ha scambi con molti paesi. Ma ciò in cui Cuba eccelle oggi, un servizio sanitario fantastico in patria e all’estero, un analfabetismo fra i più bassi al mondo, l’eccellere in molti sport e arti – non solo la musica, il primato nell’uguaglianza materiale, tutto questo non è fra i grossi cespiti di denaro. Né lo è la loro sconfitta militare del regime di apartheid in Africa meridionale [= SudAfrica e Namibia], né l’incredibile cambiamento da un potere di forza a uno davvero morbido – non quella frode di Joseph Nye. Se un qualche paese merita un circolo di sostenitori finanziari – sovente abusato per sorreggere regimi artificiali creati dagli USA, quello è Cuba. Ma Cuba vuole un commercio che serva alla sua economia e gli USA vogliono impancarsi a decisori per tale commercio. Ci sono guai in vista.

Perché adesso? Perché gli USA sono disperati. Il “perno Asia-Pacifico” non funziona; è dove si situano per lo più i BRICS. L’EU ha la propria crisi. I TAP-TPP (TransAtlantic Partnership-TransPacific Partnership) possono non funzionare: tutti vogliono commerciare con la Cina. E allora si ritira fuori il cortile latin-americano? Gli USA avevano tre condizioni: normalizzazione con Cuba, legalizzazione della marijuana, cessazione delle esportazioni di armi. OK, OK, OK, così sia. Todos somos Americanos, siamo tutti americani, ha detto Obama in spagnolo – però può darsi che trovino la sua “offerta” troppo poco, troppo tardi. Salvo il Messico che vuole accedere a quel 53% [del territorio] che gli USA rubarono nel 1846-48.

Il tempo mostrerà gli sviluppi. E in quanto a una teoria centrata su Obama stesso? Vuole essere ricordato come uno sul versante della storia, che combatte le scemenze, ben sapendo – perfino confidando – che il parlamento USA ne è invece fautore.

Ci sono altre scemenze in attesa spasmodica di analoghi ordini esecutivi: come la Palestina, la Corea, l’Afghanistan, l’Iraq-ISIS, l’Ucraina. Tutte politiche che non funzionano né mai funzioneranno.

Palestina: riconoscere la Palestina, usando la proposta della Lega Araba del 2002 – e riprendere da lì, con un Israele pre-giugno 1967.

Corea: normalizzarei rapporti con la NordCorea, trattato di pace e rapporti diplomatici, e riprendere da lì.

Afghanistan: sponsorizzare con il Consiglio di Sicurezza ONU una Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in CentrAsia, che miri a una Comunità dai confini aperti, e riprendere da lì.

Iraq-ISIS: sponsorizzare con il Consiglio di Sicurezza ONU una conferenza internazionale di riconciliazione che dichiari decaduto-nullo l’accordo Sykes-Picot e riprendere da lì. Se si vuole un califfato sunnita, non tocca ad altri d’impedirlo, bensì di negoziare lo spazio per un Israele ragionevole – v. sopra.

Ucraina: riconoscere la Crimea come dono russo del 1954 fatto in condizioni non più valevoli, e riconoscere una federazione ucraina di due parti, con buoni rapporti fra esse e con i loro vicini.

Smettere di bombardare, operare con i droni,e il cecchinaggio, uccidere, lasciar perdere le sanzioni; cominciare con ordini esecutivi [presidenziali] ora che le politiche di Obama gli hanno dato un parlamento monopartito. Dopo un po’ la ragione può anche prevalere sulla stupidità.

Tornando al giugno 1960: Che cosa avrebbe dovuto fare Washington? Svegliarsi alla realtà. Aha! ecco che cos’abbiamo combinato: un bordello, che importa zucchero grezzo, che esporta in aereo torte di nozze per i ricchi. E così via, … Hmm. Che magari sia ora di un cambiamento, forse anche di qualche scusa. Siamo forti: invitiamo quel barbuto per un dialogo aperto; non sfuggiamo.

Ci siamo quasi. Celebriamo qualunque siano le motivazioni e auguriamo a Cuba – e ai lettori! – un lieto Natale. Sì, Natale di Cristo, non della Chiesa – di quel maestro della coscienza con la padronanza, la compassione e l’opera samaritana – e riconosciamo che c’è stato più autentico cristianesimo nella rivoluzione cubana che in molti suoi avversari.

23 dicembre 2014

Una replica a “Cuba – e poi? – Johan Galtung”

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