2. L’insegnamento di Francesco – Pietro Polito

La scelta del Papa di chiamarsi Francesco è stata giustamente presentata come il segno di una rivoluzione. Nessun Papa aveva mai siglato il proprio pontificato richiamandosi a Francesco. Come scrive il direttore de “la Repubblica” nella prefazione al Dialogo tra Papa Francesco e Eugenio Scalfari, la scelta obbliga “nella direzione della povertà” e “nel richiamo alla pace”: “In questo senso il nome Francesco per un Papa è un progetto, quasi un programma, per chi crede un atto di fedeltà, addirittura una profezia” (p. 9). Scalfari ha scritto che il Papa ha scelto di chiamarsi Francesco “perché vuole la Chiesa del poverello di Assisi” (p. 27). Aldo Bodrato vede in Francesco I un “nuovo Francesco” che reagisce all’incatenamento della “incarnazione storica del Messaggio di Gesù” a una interpretazione dogmatica (Francesco e il sogno del Papa, “il foglio”, 405, ottobre 2013, p. 1).

Alla domanda del fondatore di “Repubblica”: “Qual è il santo che sente più vicino all’anima sua?”, Francesco I risponde Francesco perché “è tutto. Uomo che vuole fare, vuole costruire, fonda un Ordine e le sue regole, è itinerante e missionario, è poeta e profeta, è mistico, ha constatato su se stesso il male e ne è uscito, ama la natura, gli animali, il filo d’erba del prato e gli uccelli che volano nel cielo, soprattutto ama le persone, i bambini, i vecchi, le donne” (p. 63); perché è “l’esempio più luminoso dell’agape” (p. 64).

A distanza di ottocento anni l’ideale francescano di una Chiesa missionaria e povera rimane più che valido perché, afferma Francesco I, “questa è comunque la Chiesa che hanno predicato Gesù e i suoi discepoli” (p. 64).

La scelta di Francesco I deve essere salutata e accolta come un segno importante dei tempi dagli amici della nonviolenza. Come ha ben spiegato Aldo Capitini, nella storia d’Italia con Francesco d’Assisi, la prima e più fulgida figura di “libero religioso”, “iniziò un’altra via” (A. Capitini, Aggiunta religiosa all’opposizione, Parenti, Firenze, 1958, p. 161).

Nell’opera di Capitini sono presenti continui riferimenti a Francesco che è una parte costitutiva del suo patrimonio spirituale, tanto che nella prefazione alla seconda edizione 1947 degli Elementi di un’esperienza religiosa egliscrive di sentirsi “italiano di San Francesco” e “italiano di Mazzini”. Qual è l’insegnamento di Francesco per il filosofo italiano della nonviolenza? Accostando e confrontando le pagine francescane di Capitini, si possono indicare due insegnamenti.

Il primo insegnamento è la critica della Chiesa come istituzione.

Per molti secoli in Italia la religione è stata la Chiesa che ha mantenuto “il senso del centralismo, di un’autorità capace di dare leggi a tutti” (A. Capitini, Aggiunta religiosa all’opposizione, cit., p. 161). Con Francesco “iniziò la storia successiva degli italiani, e il dramma di essa, dello squilibrio tra minoranze e maggioranze” (p. 161). Capitini sottolinea che Francesco non volle essere sacerdote. La via che egli inizia è “quella dell’imitazione diretta di Gesù, dell’interiorizzazione umana della divina tragedia” (pp. 161-162). Per il santo di Assisi la Chiesa è “non altro che la custode di ciò che era di Gesù Cristo, una specie di tabernacolo da tenere pulito e riverire fin se scorto da lontano” (p. 162). Il francescanesimo, che rimase (ed è rimasto) minoranza nella cultura religiosa italiana, testimonia la possibilità di “un’implicita differenza tra la religione e la Chiesa” e ci ha dato “la forma più viva e più concreta rigorosamente, per ciò che era possibile al suo tempo”, di una religione dell’interiorità (p. 162). Da Francesco si dipartono un altro “punto di vista religioso” e “la possibilità di una vita religiosa diversa”.

L’altro insegnamento che ci viene da Francesco è l’introduzione o reintroduzione della nonviolenza nella storia d’Italia.

A Capitini la cultura italiana appare dominata da “un disinteresse controriformistico” per il problema della nonviolenza. Tuttavia, egli invita a non dimenticare che l’Italia “ha dato non soltanto Machiavelli ma San Francesco, che è un autentico persuaso della nonviolenza, in quanto non la vive pedantescamente e casisticamente, ma proprio nei suoi riferimenti essenziali” (Il problema religioso attuale, Bologna, Guanda, 1948, p. 63).

A suo giudizio, “i supremi insegnamenti di Gesù, dei primi cristiani, di San Francesco, sono stati avvolti, temperati o sottoposti ad altri insegnamenti di legittima difesa, di grandezza della patria, di sottomissione all’autorità e perfino di guerra, enunciati dall’altare” (In cammino per la pace, Torino, Einaudi, 1962, p. 14). Il merito storico di Francesco è stato di segnare una vera e propria rottura rispetto a questa tradizione, reintroducendo la nonviolenza nella spiritualità cristiana: “il metodo d’andare a parlare coi Saraceni piuttosto che sterminarli nelle crociate, nelle quali il sangue talvolta arrivava ai ginocchi” (Ibidem).

Per Capitini l’eredità francescana non è circoscritta al cristianesimo. Egli avvicina Francesco a Mazzini e lo accosta ad alcune figure dell’antifascismo. Ricordando Gobetti, Gramsci, Matteotti e il “migliore Croce”, scrive che “questi punti di estreme minoranze erano indizi di ciò che una buona volta doveva diventare maggioranza, salvando l’Italia dal costante destino, da San Francesco in poi, di vedere le minoranze migliori non diventare maggioranza” (Antifascismo tra i giovani, Trapani, Celebes, 1986, p. 102).

Il confronto decisivo è tra Francesco e Gandhi. Quello tra il frate umbro e il profeta della liberazione dell’India e della nonviolenza è un rapporto centrale nella formazione e nell’opera di Capitini. Come ha scritto Lamberto Borghi, Capitini “porta in se mai smentita la lezione di San Francesco che si parte dalla società dei ricchi e dei fortunati per godere della compagnia dei puri, dei semplici, in una consonanza di umanità e di natura che trova l’uguale soltanto nella tradizione indiana”. Ben gli si addice la definizione coniata dallo stesso Borghi: un “francescano-gandhiano”.

Se “la nonviolenza è il varco attuale della storia”, l’insegnamento di Francesco rivive nell’azione dei movimenti nonviolenti. La sfida degli amici della nonviolenza è riuscire a essere i nuovi rivoluzionari di una nuova rivoluzione. 

Una replica a “2. L’insegnamento di Francesco – Pietro Polito”

  1. Leggo con molto consenso la riflessione di Pietro Polito, col quale ho da tempo un lungo amichevole dialogo su questi temi attinenti la cultura, la pace, la spiritualità, la storia delle religioni e delle società. Non intendo ora chiosare questo articolo quanto invece segnalare alcuni punti e occasioni di riflessione, che vorrei riprendere in seguito (e chiedo collaborazione):
    1) nel 2014 saranno cento anni dalla morte di un vescovo singolare, Geremia Bonomelli, vescovo a Cremona, maestro di don Primo Mazzolari. Bonomelli lavorava per la soluzione della "questione romana" e arrivò a proporre non la soluzione territoriale (quella che fu adottata nel 1929, col fare il papa sovrano di uno stato), ma una pacificazione tra Italia e papato che avrebbe posto il papa, senza un territorio statale, per quanto piccolo, nella condizione comune di chi è protetto solo dalle leggi uguali per tutti: Bonomelli aveva fiducia nella civiltà giuridica, nella libertà. La sua figura è attuale per chi pensa ad un superamento del regime concordatario stato-chiesa, che lega l'uno e l'altra, a favore della libertà religiosa e culturale in una democrazia giusta.
    2) nel 2015 saranno 500 anni dall'uscita del "Dulce bellum inexpertis" di Erasmo da Rotterdam, un testo anticipatore della attuale ricerca per la pace. Contemporaneo al "Principe" di Machiavelli, merita di essere letto o riletto per vedere la storia e il lungo cammino della cultura di pace. Cerchiamo di tornare su questi e altri motivi, con lo studio e la riflessione.
    Enrico Peyretti

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