Resistenza nonviolenta 1943-45 – Recensione di Nanni Salio

cop Ercole Ongaro, Resistenza nonviolentaErcole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-45, I libri di Emil, Bologna 2013, pp. 319, 19 euro

Pur tra molte difficoltà, la storiografia della nonviolenza ha lentamente cominciato a far breccia. Sappiamo bene che quando si parla di storia si entra in un terreno quanto mai controverso. E nel caso della Resistenza antifascista e antinazista si rischia di essere accusati di “revisionismo”. Abbiamo cominciato a occuparci di questo tema oltre vent’anni fa, sulla scia di alcuni importanti lavori di vari studiosi, in particolare di Jacques Semelin, che Emanuele Ongaro cita dicendo che “ha posto una pietra miliare con l’adozione della categoria di ‘Resistenza civile’” (p. 14). Nel 1996 organizzammo un corso di aggiornamento per docenti su “Nonviolenza nella storia. Casi di resistenze civili nel Novecento”. E seguirono i lavori di Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone sulla resistenza civile e nonviolenta delle donne, sino all’ultimo libro di Anna Bravo, La conta dei salvati, (Laterza, Bari 2013), che abbiamo già recensito in questa newsletter (http://serenoregis.org/2013/06/14/la-conta-dei-salvati-dalla-grande-guerra-al-tibet-storie-di-sangue-risparmiato-recensione-di-angela-dogliotti-marasso )

Il lavoro di Ongaro aggiunge un tassello molto importante perché è “la prima storia della resistenza nonviolenta in Italia”, che non vuole affatto “introdurre una scala valoriale tra le forme di Resistenza nonviolenta e quelle di Resistenza armata” (p. 21), ma si propone di “alimentare la memoria fertile della Resistenza, quella che può ispirare ancora l’agire nel presente” (p.22). Questo significa toccare un punto assai importante, al centro della tradizione della cultura della nonviolenza. Per dirla con Aldo Capitini, come sia possibile porre “la guerra fuori dalla storia”, in una fase particolarmente delicata delle vicende umane. Di fronte all’enormità della crisi globale saremo capaci di trovare la via d’uscita della nonviolenza, oppure ripeteremo, ingigantendole a dismisura, le tragedie della seconda guerra mondiale?

Le forme di resistenza nonviolenta che Ongaro ricostruisce rintracciandone i numerosi protagonisti, uomini e donne, comprendono almeno otto categorie principali: l’aiuto (ai soldati in fuga dopo l’8 settembre, agli ex-prigionieri alleati, agli ebrei); le lotte nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole; gli internati militari; i deportati razziali e politici; i renitenti alla leva; la resistenza delle donne; la stampa clandestina; l’azione condotta dai CLN (Comitati di Liberazione Nazionale). E’ una gamma molto vasta che mette in evidenza come la resistenza nonviolenta abbia coinvolto i principali settori della società.

Nel capitolo conclusivo, Ongaro si chiede quale sia stato “il senso della resistenza armata” e solleva alcune questioni che ancora oggi sono fonte di continue discussioni e controversie. La Costituzione italiana nata da questa guerra stabilisce, al ben noto art. 11, il ripudio della guerra “come strumeno di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ma sappiamo sin troppo bene come questa forte affermazione sia aggirata dall’interpretazione che i vari governi, subalterni alla NATO e agli USA, hanno dato tramite il capoverso successivo: “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” E pertanto, oggi siamo invischiati nelle numerose e false “missioni umanitarie”, e l’attuale ministro della difesa sostiene che un sistema d’arma di offesa come i bombardieri F 35 è giustificato per mantenere e proteggere la pace. Non siamo capaci di promuovere un’efficace forma di intervento e prevenzione delle migliaia di migranti che muoiono sulle spiagge del mare nostrum (meglio sarebbe dire mostrum), ma sosteniamo la necessità di essere presenti nelle guerre di aggressione dall’Iraq all’Afghanistan alla Libia, camuffate come umanitarie.

Ci si deve chiedere che cosa abbiamo veramente imparato. La risposta è purtroppo amaramente deludente: invece che “mai più guerra”, “sempre più guerre”, nonostante o grazie alla retorica della “responsabilità di proteggere” (R2P). La strada della nonviolenza è ancora lunga da percorrere e richiede di continuare a lavorare su tre direzioni, ricerca, educazione, azione, per elaborare, sperimentare e apprendere tecniche e metodi di trasformazione nonviolenta dei conflitti.

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