Quando finirà la sofferenza? – Recensione di Cinzia Picchioni

cop Ilse Weber, Quando finirà la sofferenza?Ilse Weber, Quando finirà la sofferenza? Lettere e poesie da Theresienstadt, Lindau, Torino 2013, pp. 296, € 24,50

Theresienstadt è un’antica fortezza asburgica (a nord di Praga) trasformata in campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale. Là Ilse Weber è stata deportata nel 1942 (morendo poi nel 1944, con uno dei suoi due figli, nelle camere a gas di Auschwitz). L’altro figlio e il marito sopravvissero: potete leggere le parole del primo nella Presentazione a pag. 7 di questo libro. Il marito, poco prima della deportazione ad Auschwitz, nascose i fogli con le poesie della moglie, che a Theresienstadt faceva l’infermiera nel reparto pediatrico e scriveva canzoni, componimenti per i bambini ricoverati, suonava la chitarra e cantava. «Per una serie di coincidenze, dopo decenni, in Inghilterra riemergono anche le lettere che Ilse aveva scritto all’amica Lilian negli anni ’30».

Prima della deportazione, Ilse viveva in Cecoslovacchia, a Witkowitz (in Moravia, vicino a Ostrau, al confne della Polonia. La Weber era un’artista, scrive radiodrammi e libri per i bambini. Lettera al mio bambino è appunto una commovente poesia ritrovata fra le carte salvate dalla distruzione; al tempo non era firmata, né alcun riferimento che aiutasse a ritrovare l’autore. Ma il modo in cui si è arrivati a sapere che la poesia era stata scritta da Ilse Weber ha del fiabesco. La poesia fu ritrovata insieme a molte altre carte negli anni Ottanta, rovistando nell’archivio del Memoriale delle vittime della Shoah, a Gerusalemme. Alcuni testi, poesie, canzoni, satire furono pubblicati, e il figlio di Ilse Weber (nel 1987) riconobbe la poesia «Lettera al mio bambino»: «L’autrice della poesia è mia madre […]. E io sono Hanu?, il bambino di cui parla questa lettera». Infatti l’allora bambino Hanu? era stato spedito in Inghilterra, salvandogli la vita. Così «il testamento di una madre disperata al figlio lontano e irraggiungibile, arrivava finalmente al suo destinatario nel maggio 1945».

Ecco ora il libro, contenente lettere, poesie, canzoni (e anche qualche nota) di Ilse Weber, riemerse dal loro nascondiglio: «Raccolte e seppellite in un capanno degli attrezzi prima del trasporto finale ad Auschwitz (avvenuto nell’ottobre 1944), sono state recuperate dal marito dopo la liberazione e riunite con altre ottenute direttamente dai sopravvissuti. Se lei non ebbe scampo, il suo ricordo si conservò infatti tenacemente nei cuori dei suoi compagni di sventura. Non potevano dimenticare come la sua poesia avesse illuminato il buio della vita nel lager, dando loro la forza di continuare a sperare».

Magari – come la sottoscritta – non siete grandi lettori/lettrici di poesie (peraltro non ce ne sono molte, sono molte di più le lettere), ma anche solo per non credere a chi continua a ipotizzare che la Shoah sia un’invenzione (i «negazionisti», e non mi piace il fatto di aver inventato una categoria per definirli) vale la pena di leggere qualcuna delle lettere della Weber, della strada che hanno fatto per giungere fino a noi. Il libro è già disponibile presso la Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis e/o l’editore Lindau di Torino.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *