Il bene della pace. La via della nonviolenza – Recensione di Massimiliano Fortuna

il bene della pace_copertinaEnrico Peyretti, Il bene della pace. La via della nonviolenza, Cittadella, Assisi 2012, p. 157

L’ultimo libro di Enrico Peyretti è una raccolta di riflessioni che ruotano intorno al tema della pace. Riflessioni non connesse in modo sistematico tra loro e poco organiche, come sostiene lo stesso autore. Ci si sofferma su alcune tipologie di pacifismo, sulle analisi delle diverse forme di violenza, sul rapporto tra religioni e pace, sul significato della nonviolenza, e molto altro ancora.

Si possono però individuare delle coordinate di fondo che tengono assieme queste riflessioni? Ci sembra di sì. Il taglio che caratterizza il libro, anche in questo caso a suggerircelo è lo stesso Peyretti, è innanzitutto etico. Aggiungeremmo che ci pare altresì, in certa misura, parenetico e omiletico, vale a dire di esortazione alla rettitudine e di ammonimento morale. Ci si muove più sul piano dell’enunciazione di principi che su quello della concreta analisi sociale e politica; il compito che queste pagine si sono assunte sembra vertere principalmente sull’indicazione degli obiettivi verso i quali dovrebbe tendere il lavoro della pace, meno sull’analisi delle soluzioni pratiche capaci di condurre al perseguimento degli obiettivi in questione. Il dove si vuole arrivare («il nuovo pacifismo richiede una mutazione antropologica, dalla civiltà della competizione alla civiltà della collaborazione, della solidarietà») forse finisce per “sporgere” un po’ troppo sul come arrivarci.

È nostra convinzione, non possiamo non dirlo, che nel dedicarsi alla ripetuta affermazione di alcuni grandi valori di fondo (la giustizia, il rispetto per la vita, la ricerca del bene, ecc.) si possa a volte finire con il peccare di astrattezza, arrivando a sovrapporre degli schemi troppo rigidi alla complessità della realtà. Ad esempio, parlare in modo generico di “rispetto per la vita” e della vita come “valore da conservare e sviluppare”, può farci dimenticare che il termine vita corrisponde a un fenomeno complesso che non necessariamente richiede uno sguardo di indiscussa benevolenza. Vengono in mente alcune pagine pungenti che Christoph Türcke in Violenza e tabù (Garzanti 1991) dedica alla formula del “rispetto per la vita” e ad Albert Schweitzer, il suo più noto teorico, al quale anche Peyretti si richiama. «Nulla», scrive Türcke, «è più concreto della vita, ma nulla è più astratto del suo concetto generalizzato. Finché questo non viene precisato, l’affermazione della vita può significare qualsiasi cosa» – sono vita anche quei batteri patogeni all’annientamento dei quali Schweitzer ha dedicato gran parte della sua esistenza.

Ci pare inoltre, anche avvalendoci di altri scritti di Enrico Peyretti, che a reggere l’intero impianto etico del libro sia una prospettiva filosofica caratterizzata da una precisa metafisica e forse anche da una determinata idea della storia. Forse è possibile riassumerle, approssimativamente, adoperando le stesse parole che l’autore impiega per descrivere le linee generali della Pacem in terris di Giovanni XXIII: «La pace si fonda su un ordine naturale voluto da Dio. Violenza e guerra non sono naturali. L’ordine naturale è capace di pace, secondo il bene originario che gli dà origine. La legge della pace è scritta nei cuori, nella coscienza umana». La verità e il bene corrisponderebbero dunque a qualcosa di fondamentalmente oggettivo, che l’uomo ascoltando la voce della sua coscienza è in grado di individuare, valori ai quali è chiamato a improntare la propria condotta di vita. È vero che Peyretti sostiene che la pace è un cammino e il suo orizzonte non è definibile una volta per tutte, né rigidamente inquadrabile, ma è anche vero che la sua concezione etica sembra, in buona sostanza, sostenersi sulla ricerca di un fondamento morale universale e assoluto, continuo nel tempo e uniforme nello spazio. All’inizio di un suo bel libro, La filosofia dopo la filosofia (Laterza 1989), Richard Rorty richiama la nostra attenzione sulla cesura filosofica fondamentale che esiste tra i pensatori che ritengono che la verità sia una “scoperta”, quindi data nella realtà esterna all’essere umano, e quelli che ritengono che essa sia una “costruzione”, dunque fondata su delle convenzioni, interna al linguaggio e alle culture degli uomini. Enrico Peyretti ci sembra un pensatore del primo tipo, convinto dell’esistenza di valori inscritti, per così dire, nella natura, che rappresentano dei binari imboccando i quali l’umanità si muove in direzione di un progressivo aumento del bene della pace nella storia. Una posizione legittima naturalmente, che altrettanto legittimamente si può prestare a critiche, che potrebbero ad esempio focalizzarsi sulla sottovalutazione della storicità delle culture umane e della difficoltà a adoperare in termini assoluti, e dunque astorici, un concetto come “coscienza”.

Posizione legittima quella di Peyretti, dicevamo, laddove meno legittimo sarebbe invece ritenere che non si dia la possibilità di costruire un pensiero della nonviolenza e divenire operatori di pace a partire da premesse filosofiche e gnoseologiche differenti. Una filosofia e un’etica, ad esempio, più legate all’idea di contingenza che a quelle di necessità e di assoluto, e portate a non inquadrare la natura e la storia entro schemi finalistici. Contingenza che è, ad esempio, al centro del summenzionato libro di Rorty, secondo il quale l’obiettivo primario della solidarietà fra uomini – il non infliggersi vicendevolmente dolore – non può sperare di fondarsi su un “dover essere” intrinseco a una supposta essenza umana, ma semmai su un consenso intersoggettivo che si crea nel “gioco” delle circostanze storiche. Contingenza che è anche un concetto decisivo nel pensiero dell’evoluzione. Ne parla fra gli altri, con competenza, Telmo Pievani in un suo saggio recente (La vita inaspettata, Cortina 2011), soffermandosi anche sul riverbero che l’idea di contingenza evolutiva rimanda sul piano dell’etica. La specie umana è un frammento di natura che all’interno dell’evoluzione ha elaborato, o meglio sta provando a elaborare, un esperimento di fratellanza democratica e giustizia sociale del quale non trova una matrice preformata in una “natura” originaria che lo precede, perché anzi in questo senso comportamenti del genere risultano per tanti aspetti ben poco “naturali”. Secondo Pievani «autentico è l’uomo che in questa condizione di consapevolezza [la radicale contingenza della nostra presenza] vive per la giustizia, per l’uguaglianza nei diritti, per il bene e la solidarietà, e proprio nel fare unilateralmente questa scelta rinuncia all’idea che l’essere naturale presupponga in quanto tale l’etica».

Altro non si può fare comunque che lasciare sempre aperto il confronto intellettuale tra prospettive differenti, o almeno parzialmente divergenti; in fondo conta che qualcuno faccia il possibile per non infliggere sofferenza e dolore agli altri viventi, più che il motivo che lo induce a farlo.

 

 

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