La scienza del male – Recensione di Angela Dogliotti Marasso

Simon Baron Cohen, La scienza del male. L’empatia e l’origine della crudeltà, Raffaello Cortina, Milano 2011, pp. 221

L’empatia è come un solvente universale. Qualunque problema, immerso nell’empatia, diventa solubile “ (pag. 160)

Partendo dalla convinzione che l’empatia sia una delle risorse più preziose di cui possiamo disporre per affrontare i conflitti, accrescere la coesione delle comunità, alleviare il dolore, Simon Baron Cohen conduce da anni ricerche sul “circuito delle empatia”, per analizzarne, anche attraverso la risonanza magnetica, il funzionamento nelle aree cerebrali coinvolte. Potrebbe apparire come un’operazione a forte rischio riduzionista, se non ci fosse nel testo una chiara consapevolezza che il comportamento umano è sempre il risultato di molteplici fattori ambientali, biologici, situazionali. L’individuazione, grazie agli strumenti di cui disponiamo tra cui la risonanza magnetica, delle dieci aree del cervello che risultano modificarsi in relazione a situazioni che hanno a che fare con l’empatia è dunque uno strumento in più di verifica e controllo, per convalidare ipotesi e percorsi di ricerca fondati sull’esperienza clinica e su altri strumenti di indagine, anche interdisciplinari, su settori così delicati e significativi del comportamento umano.

Ma che cos’è l’empatia per Simon Baron Cohen? Egli la definisce sinteticamente come una “attenzione doppia” (double minded)1 : “Focalizzare la nostra attenzione in modo univoco significa prestare attenzione solo alla propria mente, ai propri pensieri o alle proprie percezioni. Avere un’attenzione “doppia” significa tenere presente allo stesso tempo anche la mente di qualcun altro” (pag. 13)

Si può allora definire in modo più ampio l’empatia come “la nostra capacità di identificare ciò che qualcun altro sta pensando o provando, e di rispondere a quei pensieri e sentimenti con un’emozione corrispondente” (pag. 14).

Riconoscimento del punto di vista e dei sentimenti dell’altro e risposta adeguata sono dunque le due attitudini fondamentali che caratterizzano l’empatia, nelle sue componenti cognitive ed emotive.

Ma l’originalità del testo sta nell’ipotesi di fondo che ne ispira anche il titolo (La scienza del male): è possibile leggere i comportamenti crudeli e distruttivi nei confronti degli altri esseri umani (il “male”) come un disturbo dell’ empatia, una carenza nel funzionamento del circuito empatico?

La risposta di Simon Baron Cohen è affermativa: egli propone infatti di inserire nell’elenco dei disturbi psichiatrici presenti nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quarta edizione (DSM-IV) la categoria: “disturbi dell’empatia”. Ciò comporterebbe una nuova interpretazione di diversi comportamenti classificati come distinti disturbi della personalità, che però hanno tutti in comune una carenza nel funzionamento del circuito empatico, il che si tradurrebbe anche in un diverso approccio terapeutico.

Nel capitolo 6 (Riflessioni sulla crudeltà umana) Simon Baron Cohen propone allora dieci nuove idee per delineare questa sua ipotesi interpretativa. In sintesi esse sono:

1- Tutti noi ci troviamo in un punto sullo spettro dell’empatia. Compito della scienza è capire cosa determina la collocazione di un individuo in quel punto. Vi concorrono fattori genetici, ormonali, neurali e ambientali.

2- A un’estremità di questo spettro c’è il grado zero di empatia, che può essere positivo o negativo. I tre principali sottotipi di zero negativo sono B (borderline), P (psicopatico) e N (narcisista).

La novità di questo libro è di proporre una nuova interpretazione di questi stati: tutti hanno in comune il grado zero negativo di empatia.

3- Qualunque sia il percorso verso il grado zero , la base cerebrale di regolazione dell’empatia (il circuito empatico) sarà atipica al grado zero dell’empatia (le dieci regioni cerebrali sono analizzate al capitolo 2)

La psichiatria potrebbe raggruppare sotto la voce “grado zero dell’empatia” una gamma di condizioni patologiche apparentemente separate (come i tipi B, P, N), cambiando il modo di classificarle e diagnosticarle.

4- Il trattamento del grado zero di empatia dovrebbe avere come bersaglio il circuito dell’empatia e questo potrebbe includere un software educativo come il DVD Mindreading o l’animazione per bambini The Transporters2, creati dal gruppo di Baron Cohen per soggetti che rientrano nello spettro dell’autismo.

Tra gli altri strumenti educativi ci potrebbero essere giochi di ruolo che richiedono di mettersi nei panni della vittima.

Promettenti scoperte sulla capacità dell’ossitocina per inalazione di suscitare empatia in persone affette da autismo fanno supporre che si potrebbe tentare questa via anche per gli zero negativi.

5- Il concetto di attaccamento primario sicuro, espresso da Bowlby, può essere interpretato come una “pentola d’oro interiore” La pentola d’oro interiore è ciò che un genitore può dare al figlio colmandolo di emozioni positive soprattutto nei primi anni, quelli critici, ed è ciò che conferisce all’individuo la forza di affrontare le sfide della vita, “ la capacità di riprendersi dalle avversità, la capacità di mostrare di soffrire e gioire nell’intimo con gli altri e nelle relazioni” (pag.60).

Quando priviamo i bambini dell’alimento affettivo parentale, neghiamo loro il più importante diritto si possa loro riconoscere alla nascita. Certe forme zero negative affiorano solo in età successive, sotto stress ambientali, o quando l’individuo diventa a sua volta genitore. La pentola d’oro interiore rappresenta una via d’intervento che può cambiare il corso della vita di un individuo, trasformandolo da zero negativo a una persona sana ed empatica.

6- Esistono geni collegati all’empatia. I fattori ambientali interagiscono con le predisposizioni genetiche e si stanno scoprendo geni che influenzano l’ empatia, che sono associati a essa.

7- Mentre la maggior parte delle forme del grado zero di empatia sono negative, una è positiva e si identifica con quello che in psichiatria si chiama “spettro della condizione autistica” e implica che questa forma è positiva in quanto si accompagna a una elevata capacità di sistematizzazione. Quando gli aspetti più negativi dell’autismo ( le difficoltà di apprendimento, il ritardo nel linguaggio, l’autolesionismo) non si presentano, come nella sindrome di Asperger, gli individui sono abili sistematizzatori, il che può essere notevolmente positivo.

8- Essere zero positivi è il risultato di una mente che si sforza di essere fuori dal tempo, allo scopo di osservare gli eterni schemi ripetitivi e prevedibili della natura. Questi individui sono consapevoli della dimensione del tempo solo durante gli eventi che contengono novità e che quindi tradiscono le aspettative.

9- Per la mente zero positiva il cambiamento è un veleno. Quando questi schemi prevedibili vengono interrotti (ad esempio da una persona che compie un’azione imprevedibile) per lo zero positivo ciò è minaccioso e quindi lo porta a rifuggire in tutti i modi i cambiamenti. L’autismo classico è un caso di resistenza totale al cambiamento, un ritirarsi entro un mondo perfettamente sistematizzato e perciò controllabile.

10- L’empatia è in sé la risorsa di maggior valore del nostro mondo; quando non si utilizza l’empatia si perdono molte vite

Ragionare in questi termini comporta un ripensamento e una ridefinizione di concetti e problemi che hanno risvolti molto concreti e significativi nella vita personale e sociale. Ad esempio: se il grado zero di empatia rappresenta una forma di disabilità neurologica, un individuo che ne è affetto e che commette un crimine può essere considerato responsabile di ciò che ha fatto ?

La zero negatività può spiegare la crudeltà umana? come può essere spento il circuito dell’empatia, temporaneamente o irreversibilmente?

Una varietà di fattori ambientali iniziali (tra cui fondamentale la deprivazione affettiva) può svuotare la nostra “pentola d’oro interiore”, diminuire l’autostima e la capacità di fidarsi della gente; una serie di geni può influenzare l’empatia, presumibilmente danneggiandone il circuito; alcuni di questi fattori genetici e ambientali agiscono sul sistema degli ormoni sessuali steroidei provocando effetti permanenti (organizzazionali) sullo sviluppo del cervello…

Il “male” è dunque il risultato di tali precoci fattori ambientali o biologici in grado di danneggiare il circuito dell’empatia?

Anche rispetto a quello che Anna Harendt ha chiamato la “banalità del male” ovvero i possibili fattori ordinari che concorrono a un crimine, o rispetto alla pressione del conformismo sulle scelte individuali evidenziata da Solomon Asch (1955), o, ancora, al ruolo svolto dall’obbedienza all’autorità che emerge negli esperimenti di Stanley Milgram (1974) o di Zimbardo (2007), Simon Baron Cohen osserva che comunque, nel momento in cui un soggetto compie un atto crudele, c’è una, almeno temporanea, assenza di empatia. Atti come l’omicidio richiedono uno spegnimento dell’empatia e la maggior parte delle persone non sarebbe capace di compiere simili atti in condizioni di normale sviluppo del circuito empatico.

Se l’empatia è carente, può svilupparsi in seguito a interventi educativi o a certi tipi di relazioni interpersonali? “Trattate una persona come se fosse essenzialmente cattiva e la deumanizzerete. Se facciamo nostro il punto di vista che ogni essere umano ha in sé qualcosa di buono, anche se questo fosse solo lo 0,1%, e poi ci concentriamo su questa parte buona, lo umanizzeremo. Riconoscendo, curando e premiando la sua parte buona gli consentiremo di crescere come un fiore nel deserto” (citazione del filosofo Peter Lipton, a pag. 150). “E’ l’unico modo che abbiamo per mostrar empatia verso un delinquente, non replicando il crimine di trasformare il delinquente in un oggetto e quindi deumanizzarlo. Se lo facessimo, non saremmo migliori delle persone che puniamo” (pag.151)

Il caso del monaco buddhsta studiato dalla neuroscienziata Tania Singer parrebbe mettere in evidenza che l’attitudine alla compassione produce un’ iper attività nel circuito empatico.

Simon Baron Cohen porta poi come esempio di personaggio super empatico Desmond Tutu, protagonista della Commissione Verità e Riconciliazione in Sudafrica, capace di controllare le proprie emozioni per lasciare spazio a quelle delle vittime e di riconoscere anche all’aggressore il diritto alla dignità e ad avere un’opportunità di mostrare rimorso.

 

Il testo si conclude ricordando una delle più forti esperienze di comunicazione empatica nel cuore del conflitto mediorientale tra Palestinesi e Israeliani, l’esperienza di The Parent’s Circle3, come straordinario esempio di capacità di mettersi dal punto di vista dell’altro e di trasformare le relazioni tra le parti attraverso la risorsa dell’empatia.

 

1 E’ interessante notare che la biologa e antropologa belga Pat Patfoort parla della nonviolenza, di cui l’empatia è una componente essenziale, come di un “pensare doppio”, capace di tenere conto, contemporaneamente, di due punti di vista

3 Associazione di parenti delle vittime, Israeliani e Palestinesi, che , uniti dal comune dolore della perdita nel conflitto armato di figli e/o familiari, lavorano fianco a fianco per la pace.

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