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johan galtung a torino

Guerre balcaniche a 100: quattro strade per un buon vicinato – Johan Galtung

ottobre 18, 2012 Versione stampabile

Discorso programmatico, Istanbul, Università di Hacettepe, 4 ottobre 2012

Gli imperi vanno e vengono. L’Impero musulmano Ottomano fu fra i migliori mentre quello cattolico iberico e quello protestante europeo furono fra i peggiori.

Le religioni del kitab [libro, ndt] furono rispettate e non fu imposta la lingua turca. Le entità religiose-linguistiche nei Balcani sopravvissero, al contrario di quelle in America Latina e Caraibi. I movimenti d’indipendenza nazionale ebbero successo: in Grecia nel 1829, in Serbia e Romania nel 1878, in Bulgaria nel 1908, in Albania nel 1912.

Ma gli stati-nazione erano incompleti. E l’8 ottobre 1912 – un secolo fa — la Lega Balcanica, Serbia-Bulgaria-Grecia-Montenegro, dichiarò guerra all’Impero Ottomano; e vinse. Venne poi la Seconda guerra balcanica nel 1913, fra i vincitori Serbia-Grecia-Romania contro la Bulgaria per la Macedonia. La Bulgaria perse.

Oggi tutto ciò suona quanto mai scontato; ma è ben lungi dalla “pace perpetua” di Kant. Le guerre possono essere oggi combattute in nome del diritto, ma quelle recenti hanno mietuto molte più vite che le guerre balcaniche del 1912-13, stimate in 122.000 uccisi in azione, 20.000 per le ferite riportate e 82.000 per malattia. Una pace positiva sembra essere ben lontana; c’è solo una qualche instabile pace negativa.

In questo intervento introduttivo mi riferirò a una formula a quattro fattori per la pace positiva:

                  EQUITÀ x ARMONIA

PACE = —————— — —

              TRAUMA x CONFLITTO

Cooperazione a vantaggio mutuo e uguale, empatia per l’armonia emotiva, riconciliazione per ridurre la violenza da trauma, e processi di risoluzione per ridurre la violenza dovuta ai conflitti. La conclusione punterà in direzione di una Comunità Balcanica – non solo dei Balcani occidentali – nell’Europa sudorientale, corrispondente alla Comunità Nordica nell’angolo nordoccidentale. Per dare un nuovo senso positivo al termine “balcanizzazione”.

I Balcani furano doppiamente divisi nell’11° secolo: lo scisma fra cristiani cattolici e ortodossi nel 1054 – come la spaccatura fra Impero Romano d’Occidente e d’Oriente nel 395 d.C., Roma contro Constantinopoli – e poi la dichiarazione di guerra all’Islam di Papa Urbano II il 27 novembre 1095.

Due linee divisorie che si univano a Sarajevo, in Bosnia-Herzegovina (BiH) il Ground Zero per gli euro-terremoti. Gli Asburgo si annessero la BiH nel 1908. Gli Ottomani, dal sudest, sconfissero i serbi nel 1397, per essere a loro volta sconfitti nella guerra balcanica del 1912, lasciando dietro di sé musulmani slavi e albanesi. Pochi anni dopo, nel 1918, anche gli Asburgo percorsero la rotta degli imperi: in basso, la Caduta. La fine.

Arrivarono i sovietici, e se ne andarono allo stesso modo nel 1991; l’Impero USA fa lo stesso – entro 30 anni? – incontrando il proprio fato non nei Balcani ma in Afghanistan, dove si dice che gli imperi vadano a morire. Che gli imperi in competizione abbiano bisogno l’uno dell’altro, cioè che se uno va, vada pure l’altro?  Comunque, oggi i Balcani sono gestiti da Bruxelles; dalla molto inquieta Unione Europea con “alti” rappresentanti, e da una NATO guidata da un paese fallimentare.

Guerre, guerre, guerre. L’Occidente usa i Balcani come proiezione per la propria crudele storia repressa, ma i paesi-nazione balcanici hanno anch’essi il loro carico di responsabilità. La Grande Austria e la Grande Turchia non ci sono più. Ma mettete le grandi Ungheria-Croazia-Bosnia-Serbia-Albania-Macedonia sulla carta geografica e le loro sovrapposizioni la riempiono alquanto.

E poi: uno sguardo attraverso lenti di pace; che pezzo fascinoso di mondo, dall’Austria alla Grecia, dalla Dalmazia all’Egeo, alla Moldavia!  Che varietà; aggiungiamoci la simbiosi, e l’equità, e ci siamo quasi!

I paesi Nordici ce l’hanno fatta. La Danimarca – Copenhagen – ha dominato Norvegia, le Faroeer, Islanda-Groenlandia per molti secoli; la Svezia ha dominato Finlandia e Norvegia. Svezia e Danimarca combatterono guerre orribili. Non siamo nati pacifici, lo siamo diventati. La Comunità Nordica è meticolosamente equa, c’è molta empatia reciproca, i traumi passati fanno apparizione come barzellette, un’agenda ricorrente con punti carichi di conflitti – confini aperti senza passaporti né dazi (in linea generale), un mercato congiunto della manodopera (più svedesi adesso in Norvegia che durante la dominazione), ecc. Con una gestione piuttosto buona.

E non solo per i cinque stati membri, bensì anche per le quattro nazioni senza stato: Åland, Faroer, Groenlandia, e i Sami (in Norvegia-Finlandia).

Le parti dell’ex-Jugoslavia – per cui molti, me compreso, sentono nostalgia – oggi spesso trovano più comunanze in quanto comunità, un certo spazio, che entro i propri neonati paesi fratturati.

Ipotesi: una regione balcanica sarebbe in grado un giorno di sostenere lo stesso ruolo. Per innescarla ci vuole solo una Commissione Balcanica con un’Assemblea, una camera per gli stati e un’altra per le nazioni. L’esperienza Nordica mostra che la comunità sopravviverà anche con tre stati nell’UE e due fuori.  Si dia diritto di veto alle nazioni per questioni di vitale importanza per la loro identità, come nella “formula magica” svizzera 3-2-1-1 per le quattro nazioni componenti un gabinetto di sette membri. Il compito è trovare un equilibrio. Gli svizzeri sembrano farlo da più di 700 anni.

Tutti devono essere rappresentati, tutti devono sentirsi a casa, i benefici devono essere ragionevolmente reciproci e uguali; e così pure i rischi e i costi.

Gli educatori possono rendere i traumi e le glorie di tutti gli stati e nazioni una proprietà condivisa; per l’empatia, per l’armonia. Gli storici possono portare gli autori di misfatti e le vittime più vicini gli uni alle altre producendo storiografie accettabili a entrambi. I politici, e i diplomatici, possono diventare più creativi e trovare nuove soluzioni ai conflitti, non tiepidi compromessi.

Forse un giorno l’Egeo, con le sue isole, diventerà un mare binazionale, congiuntamente amministrato, sotto l’egida sia della Comunità Balcanica sia dell’UE? Potrebbe aggiungersi Cipro? E i confini fra Ungheria e Romania e fra Romania e Moldavia così aperti che la proprietà diventa condivisa?

Non è necessario sttolineare che per tali processi ci vuole tempo, ma si sta facendo molto lavoro di base bilaterale. Sì, Mostar divide la BiH. Ma c’era, e c’è di nuovo, un ponte – forse la BiH con una federazione meno accidentata potrebbe diventare un ponte fra tre nazioni balcaniche? E in quanto a un’entità federale Serbia, Kosovo, Macedonia? – tutto entro una Comunità Balcanica sovrastante, che proceda bene in tutti e quattro i compiti di pace, che costruisca simbiosi fra le sue varie splendide parti? Come modello per l’Europa e il mondo? Balcani d’ogni specie, unitevi! Avete da perdere solo il vostro auto-compatimento.

8 ottobre 2012, Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale:Balkan Wars at 100: Four Roads to Good Neighborhood*

http://www.transcend.org/tms/2012/10/balkan-wars-at-100-four-roads-to-good-neighborhood/



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