Un giorno di pace: per le Americhe – Johan Galtung

Oggi è la giornata della pace del 2012 come da risoluzione dell’Assemblea Generale ONU (# 55/282, 2001; che fa seguito alla risoluzione # 56/37, 1981). Un giorno di tregua e di nonviolenza, ma aperto a tutti i temi di pace.
Il che ci porta dritti al problema chiave nella teoria e nella prassi della pace.
Pensiamo alla pace negativa del cessate-il-fuoco e del niente violenza (distinta dalla nonviolenza), o pensiamo alla pace positiva della cooperazione a beneficio uguale e reciproco, dell’empatia per l’armonia emotiva, della riconciliazione dei traumi passati, e della capacità risolutiva per un’agenda interminabile di futuri conflitti?
Pensiamo di utilizzare la nonviolenza? O di persuadere, o costringere, le vittime di gravi torti a deporre le armi e reintegrarsi pacificamente nella vita civile? O di tentare di capire e fare qualcosa di più profondo per quelle ingiustizie?
Sia-Sia non è una risposta da escludere, come fosse sia crescita sia distribuzione quali obiettivi di sviluppo, quell’altra parolona ONU. Ma – un grosso MA: non prima l’uno, poi l’altro. Questo tende a funzionare a tutta prima da tregua e poi nulla; o prima la crescita e poi nulla, presumibilmente aspettando che maturino i tempi. Però quei tempi tendono a non arrivare per due semplici ragioni: per le classi superiori il problema è la violenza, non le ingiustizie, che sono un problema “loro” (degli altri). E la crescita è ciò di cui si nutrono, mentre la distribuzione è di nuovo un problema “loro” .
Questi sono problemi esistenziali, non filosofici, per paesi come il Messico e la Colombia, con un’enorme attività violenta entro una sindrome di cui è parte il narcotraffico. L’approccio tradizionale è quello di usare l’ultima ratio della polizia di stato, dei militari e dei paramilitari – per combattere, uccidere, sradicare la violenza. E, se quello non funziona, cercare di negoziare una tregua. Ma le cause sottostanti hanno una tendenza a riprodurre la violenza, con le democrazie che spingono questo problema addosso alla successiva amministrazione e le dittature che diventano sempre più brutali.
Facciamo a noi stessi un grosso torto se accettiamo solo il compito della pace negativa, che cura i sintomi e non la malattia; come ghiaccio contro la febbre.
Consideriamo 6 casi americani concreti per una pace sia negativa sia positiva: 1-Malvinas-Falklands; 2-Cuba; 3-Flussi di droghe/armi; 4-Enorme diseguaglianza; 5-Interventismo USA, e 6-Micro-gestione di SudAmerica & Caribe di fronte ai paesi del Nord. Mantra: niente pace negativa durevole senza pace positiva.
Il caso Malvinas-Falklands esplose nel 1982 come guerra del Sud al Nord, qualcosa di nuovo a quel tempo; vinta dal Regno Unito. “Pace”? Niente affatto, nessuna soluzione del conflitto sottostante. C’è un’ovvia soluzione, la formula usata in un altro luogo dove l’Occidente era andato troppo in là a colonizzare: Hong Kong-Macau. Giù una bandiera, su l’altra, fuori una guarnigione, dentro un’altra, e il resto rimane lo stesso. La sovranità appartiene così ovviamente all’Argentina e alla America Latina e al Caribe, attualmente più collettiva per l’auto-affermazione, per ragioni storiche come pure geografiche. Comunque, si rispetti la gente.
Cuba è carente nelle elezioni multi-partitiche, ma lo sono quasi tutti i paesi latino-americani – oggi, Honduras e Paraguay funzionano con colpi di stato sostenuti dagli USA – senza venire esclusi dall’Organizzazione degli Stati americani (OAS). Si offra senz’indugio lo status di membro OAS a Cuba anche per onorare il primo paese a sfidare il gigante del Nord e con un leader sopravvissuto a dieci presidenti USA, in gran parte altamente dimenticabili. Per favore, si abbia qualche senso della storia.
E in quanto alla sindrome traffico persone/droghe contro armi/denaro? È complessa, ma ci sono due punti su cui agire: il narcotraffico dev’essere ridotto da ambo i lati, dell’offerta e della domanda, e facendo entrambi del loro meglio per certificarsi reciprocamente. O meglio ancora, congiuntamente, per i loro sforzi. Inoltre, si riduca l’ampiezza del problema legalizzando la marijuana, un problema così modesto rispetto al problema sanitario # 1 negli USA: tabacco e alcool, tutti e due legali. Il secondo un tempo era proibito, con conseguenze disastrose: violenza, gangsterismo, mafie. Che scomparirono con la legalizzazione; ma non l’alcolismo, che peraltro neppure aumentò.
Sotto tutto ciò, non il solo fattore ma fra i maggiori, c’è ovviamente una disuguaglianza, un’ingiustizia, uno sfruttamento enormi. L’approccio chiave consiste nel sollevare le condizioni più basse. Concedendo micro-crediti ai più bisognosi nelle comunità più miserande, con piccole aziende che producano beni di prima necessità – soprattutto alimenti, acqua, sanità e istruzione – per e da parte dei più bisognosi; mettendoli in grado di tirarsi su senza minacciare i ricchi. L’impedimento chiave non è tecnico. È tutto fattibile in, diciamo, 5-10 anni, ma quelli in alto temono che “ci tratteranno come noi abbiamo trattato loro”. Questo timore dev’essere affrontato e alleviato. I poveri vogliono uguali opportunità, dignità.
La fattibilità: per esempio usare studenti volontari per l’alfabetizzazione, addestrare infermieri/e di base (barefoot, a “piedi scalzi”) contro le malattie più frequenti, combinati con l’uso di elicotteri per il trasporto a ospedali adeguati e l’uso di erbe medicinali e farmaci generici.
Poi, la dimensione inter-americana: i 100 o giù di lì interventi militari USA e l’attuale emergere all’ orizzonte de Los Estados Unidos de América Latina y el Caríbe. È altrettanto naturale che l’ indipendenza delle colonie britanniche sul versante atlantico nel 1775, con una famosa Dichiarazione nel 1776 e una costituzione USA nel 1787. Come reagirebbero degli USA maturi? “Benvenuti, fratelli del Sud! Sappiamo di che si tratta, e non ripeteremo la stupidità di Londra, che combatté 35 anni per impedire la nostra indipendenza. Non siamo Giorgio III. Piuttosto, come facciamo a incontrarci in equità e armonia, risolvendo i nostri traumi e conflitti?”
Una risposta latino-americana matura suonerebbe all’incirca così: “Trasformiamo l’OAS in un forum di dialogo! Non possiamo accettare dei veti dal Nord contro un Sud quasi unito, ma siamo pronti a dialoghi sulle Malvinas, Cuba, droghe/armi, miseria; problemi che affronteremo a modo nostro, a mente aperta”.
E un altro passo ancora: che ne pensiamo di un MexUSCan, un Nord-America di tre paesi (Messico-USA-Canada), con revisione dell’Accordo di Libero Scambio Nord-Americano (NAFTA) su un base di eguaglianza, e avendo il Messico come ponte per il Sud? Con confini aperti, nessuna barriera, e con flussi liberi di persone e merci e servizi legittimi in entrambi i sensi?
Pace positiva per le Americhe durante la nostra vita.

Da Puebla, México – Universidad de las Americas, 21 settembre 2012

24 Sep 2012
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: A Day of Peace: For the Americas

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *