Il suicidio di Bobo: addio alla sinistra – Pietro Polito

“La spinta al suicidio di questo partito non ha limiti”. Con queste parole Romano Prodi, il padre nobile del partito, ha commentato il “pateracchio ignobile di stampo tipicamente partitocratico” (Eugenio Scalfari), combinato dal Partito democratico, insieme al PdL (esiste ancora?) e all’UdC sulle nomine all’AGICOM e all’Authority per la privacy. In modo scientifico, applicando l’antico Manuale Cencelli di democristiana memoria, i tre partiti al governo hanno nominato persone di provata dipendenza dai partiti e di altrettanto chiara incompetenza. Il “pateracchio” è reso ancora più ignobile dal fatto che le nomine hanno la durata di sette anni, se ne riparlerà nel 2019. Capito? Nel 2019.

Tra le conseguenze indirette ma gravi del pateracchio, c’è il suicidio di Bobo.

Il compagno Bobo non ce l’ha fatta più. Deve aver pensato: “E’ la fine del mondo!”. Oppure forse si è sentito cascare il cielo sulla testa (l’unica disgrazia temuta che spaventa l’intrepido barbaro Asterix ).

Se anche il fedele Bobo non crede più nella sinistra (la sinistra?) al punto di suicidarsi, beh, allora è proprio così: il mondo almeno quello della sinistra che conosciamo è finito e il cielo, benché Asterix fosse convinto che non sarebbe mai potuto accadere, ci è cascato sulla testa.

La notizia è di quelle tragiche: dopo avere visto come si è comportato il PD, ignominiosamente (Scalfari), Bobo si è tolto la vita non prima di avere pronunciato una sorta di accusa testamento: “Prima che mi consegnino a Grillo me ne vado da solo”.

Bobo, uno di quelli che vivevano la crisi sulla loro pelle si è sentito abbandonato. Lascia la moglie e la piccola Ilaria, i tanti amici ancora più soli. Il suicidio di Bobo, dice il suo inventore Staino, testimonia il processo pervicace, accanito, liquidatorio dell’animo del nostro popolo da parte della classe dirigente di ciò che resta della sinistra di una volta.

Un processo che lascia interdetti. Nella direzione nazionale di quel partito avvenuta all’indomani del suicidio di Bobo non si è sentita nemmeno una parola di circostanza che commentasse l’evento né tantomeno una parola di autocritica sull’ignobile pateracchio.

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Se Bobo decide di suicidarsi

Nella quotidiana rubrica “Dialoghi” sull’Unità di sabato 9 giugno 2012 Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta afferma che il suicidio di Bobo “riassume bene lo sconforto che tanti uomini e donne della sinistra hanno vissuto nel momento in cui giornali e tv li hanno informati del patteggiamento [tra PD, PdL e UdC] alla base di questa ennesima nomina spartitoria”. Il messaggio è forte e chiaro (ma non c’è né chi ascolta né chi vuole capire). Con il suo suicidio Bobo chiede di rinunciare a “una pratica compromissoria della politica con cui chi ha storie ed idee della sinistra in Italia non può più dare copertura o avallo di nessun tipo”.

Per ironia della sorte, accanto alla rubrica di Cancrini l’Unità pubblica un ricordo di Enrico Berlinguer, a firma di Michele Ventura, vice capogruppo del PD alla camera, intitolato: Mettiamo in pratica quella lezione di Berlinguer. L’autore si riferisce alla lezione sulla questione morale, da Berlinguer portata al centro del dibattito politico perché convinto che (sono parole del segretario del Partito comunista italiano, richiamate da Ventura): “I partiti sono diventati macchine di potere”.

Non amo i toni apocalittici, ma mi pare che il suicidio di Bobo non sia archiviabile come un episodio della storia della satira politica. Vi si può scorgere il tramonto di una vecchia sinistra cui dire addio, il segno di una classe dirigente irriformabile, il de profundis della democrazia dei partiti, almeno di questi partiti: i partiti della Prima e della Seconda Repubblica.

Ci sarà una Terza Repubblica? Al momento gli attori probabili di una nuova fase della storia democratica del Paese – il Movimento 5 Stelle, un possibile “Partito dei Tecnici”, per citarne alcuni – non ci lasciano dormire sonni tranquilli.

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