Sguardi non omologati alla richiesta di riconoscimento dello stato palestinese – Gabriella Kaiyal-Smith intervista Zoughbi Zoughbi

Quali crede saranno i passi che intraprenderà il governo Palestinese quando aprirà l’Assemblea Generale ONU il 23 settembre?

Il governo Palestinese sarà in grado di assicurarsi i 129 voti richiesti? Ci aspettiamo e prevediamo che il principale ostacolo sarà il veto degli Stati Uniti a questa richiesta palestinese al Consiglio di Sicurezza. Credo che andremo avanti fino al Consiglio di Sicurezza anche se porranno il veto, e all’Assemblea Generale.  Poniamo il mondo davanti alla propria responsabilità politica ancora una volta. Hanno continuato ad attenersi alla colpa che avevano verso il popolo ebraico, il che risultò nella risoluzione ONU del 1947 che creò Israele, ma che cosa ci rende una nazione minore? Noi siamo le vittime delle vittime dell’Olocausto, e pertanto vittime dirette di esso, e noi pure abbiamo bisogno di una nostra casa, un nostro rifugio. È una vittoria simbolica a livello dell’Assemblea Generale ma porterà i Palestinesi a pensare a strategie diverse per continuare la loro lotta nonviolenta sul terreno e continuare i negoziati su base paritetica. Le generazioni più giovani potrebbero cominciare a credere che stiano dando l’ultima chance di negoziati alla dirigenza dopo di che inizieranno la 3^ intifada. Vale la pena citare che il 75% della popolazione a Gaza è al di sotto dei 30 anni d’età e il 60% della popolazione in Cisgiordania è al di sotto dei 24 anni.

In base al probabile veto USA al consiglio di Sicurezza ONU, la richiesta di statualità è più designata all’ottenimento di riconoscimento nella comunità internazionale? Quali risultati internazionali si aspetterebbe anche in caso di veto?

Tenga a mente che se anche scatta il veto, se avremo 9 dei 15 voti richiesti al Consiglio di Sicurezza potremo invocare la risoluzione # 377 e quindi potrà votare l’Assemblea Generale (con una maggioranza richiesta dei 2/3) per portarvi il nostro caso; allora l’Assemblea Generale vota di nuovo specificamente sul caso e può dichiararci stato. Se quindi avremo i 2/3 dei voti dell’Assemblea Generale, si rafforzerà il nostro status perché il riconoscimento dello stato palestinese costringerà il mondo a riaffermare tutte le risoluzioni ONU precedenti.  Tale affermazione comprende l’opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia del 2004 riguardo al muro illegale. Il riconoscimento di uno stato palestinese sarebbe in conformità con gli accordi a interim, compresi quelli di Camp David, i colloqui di Madrid che si materializzarono negli accordi di Oslo, e tutti gli accordi con Israele e la comunità internazionale. Inoltre, questo tema è frontale nelle discussioni internazionali e il mondo parlerà di come lo stato palestinese debba avere uno status sovrano che sostenga il diritto internazionale.

E in quanto alla preoccupazione che l’OLP perda la sua rappresentatività come unica voce legittima per il popolo palestinese?

L’appello per avere la condizione di stato all’ONU darà il via a una nuova iniziativa di lotta. Inizierà una nuova impostazione che invochi l’aggregazione di tutti gli sforzi e del potenziale dei Palestinesi in modo più creativo, innovativo, ma pur sempre assertivo. All’OLP si darà nuova vita con tale approccio e avrà un ruolo diverso.

Il pieno riconoscimento della Palestina come stato costringerà il mondo ad affrontare la propria responsabilità collettiva.  Questa richiesta di statualità mostra la maturità della dirigenza palestinese nell’usare questa carta proprio mentre il governo israeliano sta cercando un capro espiatorio per la propria politica d’aggressione e continua con le azioni uni-laterali di costruzione di nuovi insediamenti, di confisca di altra terra, di prosecuzione nella costruzione del Muro, e di negazione dei diritti di auto-determinazione e di costituzione di un proprio stato ai palestinesi. Personalmente, trovo che appellarsi per uno stato sia una decisione migliore che dichiarare guerra. Alcuni fra i politici di destra d’israele si aspettavano che i palestinesi proclamassero il Jihad. Con l’approccio per la condizione di stato la dirigenza palestinese priva il governo di destra israeliano di pretesti per continuare con il suo apartheid. Tuttavia, il governo israeliano non ha bisogno di pretesti per alcuna azione unilaterale di violazione dei diritti umani a tutti i livelli; ma tale comportamento del governo israeliano gli arrecherà maggior imbarazzo.

Se l’istanza di riconoscimento a stato dovesse essere approvata, che specie di rappresaglia si aspetterebbe dal governo israeliano?

Nessuno lo sa, ma Israele cerca sempre una giustificazione. Penso che Israele non possa sopravvivere a una guerra di lungo termine o d’attrito con i suoi vicini arabi o col resto del Medio Oriente. Israele cerca un successo facile. Vogliono distogliere il popolo israeliano dalle sue sommossse per la giustizia sociale perché Netanyahu mira ad aumentare la sua popolarità. Comunque, Israele è più attrezzato a combattere che alla pace con i suoi vicini arabi. Perciò, non mirano a iniziare una guerra su vasta scala, ma piuttosto ad attacchi mirati. Però bisogna rammentare a Netanyahu che può anche prendere la decisione di iniziare una guerra, ma mai quella di porre fine a esse.

Netanyahu ha minacciato di annullare gli accordi di Oslo se i palestinesi insistono con la loro richiesta di stato. Come crede che i governi arabi della regione ne sarebbero colpiti e quale potrebbe essere la loro reazione?

In base alle politiche di Netanyahu, gli accordi di Oslo non sono mai esistiti. Gli israeliani vogliono tutta quanta la loro terra “storica” e per giunta aver pace con i suoi abitanti, ma sono disposti a un “compromesso” con noi dandoci la loro versione di pace in cambio di tutta la terra. Ma per ora non sono pronti ad alcun genere di pace. Il fatto che il il ministro degli esteri d’Israele, Avigdor Lieberman, abiti in una colonia in Cisgiordania vuol dire che Israele già non riconosce gli accordi di Oslo.

Che cosa ci vorrebbe perché gli USA smettano di aiutare ciecamente Israele?

Responsabilità. Bisogna aiutare gli americani a ingaggiare lotte diplomatiche, sociali, e politiche. Bisogna che si chiedano dove vanno a finire le loro imposte, che cosa finanzino. I loro soldi vanno a schiavizzare un altro popolo? A uccidere un’altra nazione? O no? Se la gente fa dimostrazioni per la giustizia sociale, perché non vi partecpano i privilegiati (gli americani) nella richiesta di rispetto dei diritti? Credo anche che il mondo arabo abbia bisogno di un programma migliore di relazioni pubbliche nel trattare le nostre problematiche all’interno del governo e del popolo americani. L’Occidente non è nostro nemico e la nazione araba non è fatta di terroristi, estremisti o fondamentalisti. Non c’è alcuno scontro di civiltà, al mondo c’è piuttosto uno scontro di ignoranze. Da persone di cultura veniamo chiamati quotidianamente a ragionare con la cultura di altre religioni ma non a demonizzare ed etichettare gli altri. Dovrebbe esserci una dignità di reciproca inclusione e approcci rispettosi che considerino tutti quanti uguali su questo pianeta.

Quando crede che ci saranno ulteriori negoziati, per l’insistenza dei governi USA e israeliano? Quali compromessi richiederanno ai palestinesi quei governi?

Stiamo richiedendo negoziati che si tengano su base paritetica, non fra carceriere e carcerato ma fra due stati. Ci serve una terza parte onesta ed equanime per facilitare tali negoziati. Questo non vuol dire gli USA a questo punto. Richiediamo persone che mirino a fornire mezzi adeguati ai deboli e indurre i forti non in ginocchio ma in sentore normale. Non è facile ed è più verosimilmente un desiderio che una realtà futura. Ma è per questo che abbiamo bisogno che il Quartetto sul Medio Oriente esplichi il suo ruolo effettivo nei negoziati. I palestinesi mettono in questione il ricorso all’ONU considerando che fra Consiglio di Sicurezza e Assemblea Generale ci sono state più di 150 risoluzioni sulla Palestina.

Molti dicono che Israele è “solito trattare con capi, non con la gente” nel mondo arabo e così sta perdendo sostegno nella regione. Si aspetta che Israele faccia qualche cambiamento importante in politica estera in base al nuovo paesaggio geopolitico?

Israele ha sempre eluso il mondo gridando al lupo. Ma vediamo bene l’impatto delle masse della Primavera Araba sulla società israeliana. Queste dimostrazioni israeliane inalberano lo slogan “La gente ha bisogno di giustizia sociale” ma ciò può solo avvenire con un cambio di regime e giustizia sociale per tutti.

Israele deve anche sapere che saranno le nazioni arabe, non i regimi, a rimanere. Devono coesistere con gli arabi, e lavorare con le nazioni scontente dell’occupazione sui loro fratelli e sorelle. Si vede bene che cosa succede con le relazioni israelo-egiziane; la gente non è contenta di questi accordi e lo dimostrano con un insistente boato. Israele non troverà facile trattare con queste masse provviste di un certo potere fintanto che continua l’occupazione. Devono ripensare le loro strategie e mirare a buone relazioni con i vicini arabi. Anziché costruire muri fra loro dovrebbero costruire ponti.

Il diritto al ritorno per i profughi palestinesi è a rischio per via della richiesta di statualità? Se viene accettata la proposta, come varierebbe o calerebbe il sostegno UNWRA ai profughi?

Nessuno può negare che alcuni esperti palestinesi credono che ciò priverebbe i profughi del diritto al ritorno e a indennizzi. Ovviamente c’è un tale dubbio e timore. Ma penso che dobbiamo usare tutti i mezzi possibili per continuare l’attuazione delle risoluzioni ONU, fra cui il diritto dei profughi palestinesi a tornare alla loro terra natìa, con un indennizzo. Non guardiamo all’UNWRA come nostra futura stampella; non cerchiamo razioni alimentari, elemosine o servizi da parte ONU. Dovrebbe esserci il riconoscimento della responsabilità che ha Israele per la Nakba del 1948. Israele non è un’eccezione e non verranno esonerati dal fare ammenda semplicemente perché hanno ricevuto riparazioni per le loro sofferenze. Stiamo parlando della risoluzione ONU # 194 sulle compensazioni per questi palestinesi e l’assistenza a riprendersi per tutto quanto hanno perso dal 1948. Questo potrebbe ammontare ad almeno 100 miliardi di $ che li aiuterebbero a insediarsi in una casa, ovunque scelgano di averla.

Questa richiesta di statualità non sostituirà i negoziati né sarà un’alternativa all’affermazione dei nostri diritti umani. La risoluzione UNGA [Assemblea Generale ONU] # 3236 afferna che il diritto all’indipendenza della Palestina è “inalienabile” e che il popolo palestinese ha diritto a uno stato “sovrano e indipendente”. La risoluzione UNGA # 2672 dichiarava che il rispetto dei diritti inalienabili dei palestinesi è un elemento indispensabile all’instaurazione di una pace giusta e durevole in Medio Oriente. Appellarsi all’ONU imbarrazza tutte le nazioni europee e gli Stati Uniti di fronte a questi due pesi e due misure nel caso che votino contro l’appello. Sostengono la Primavera Araba e sono disposti a fornire a quei manifestanti milizie, potere, e armi, mentre al tempo stesso sostengono la riduzione in schiavitù da parte d’Israle del popolo palestinese, che lotta dal secolo scorso, perlopiù senz’armi.

Qualcuno può anche porre in questione il destino dei prigionieri palestinesi detenuti da Israele. Credo che l’acquisizione di status di membri ONU migliorerà anche la loro situazione come prigionieri di guerra.

Molti fra gli attivisti in Cisgiordania, a Gaza, e nella diaspora chiedono la riorganizzazione e/o dissoluzione dell’ Autorità Palestinese. Se la Palestina diventasse uno stato, che genere di riorganizzazione si aspetterebbe nell’ambito del governo? Che cosa desidera vedere il popolo palestinese nei partiti politici futuri?

Vediamo di creare una società civile; uno stato basato su una cittadinanza democratica e la separazione dei tre poteri.  Non intendiamo sostituire quest’occupazione con una dittatura. Lotteremo con ogni mezzo per un nostro stato democratico. Dobbiamo trattare le norme per la maggioranza e i diritti della minoranza e discutere di problemi politici, non di affiliazioni religiose. A tale scopo, propendiamo a usare un approccio vario e unificato. Intendiamo uno stato che sappia investire nei settori medico, sociale, educativo, ed economico. Non c’è carenza di partiti politici in Palestina ma penso che la nostra gente non vogliano essere animali politici. Abbiamo bisogno di partiti politici attivi che rappresentino i palestinesi e rispondano ai sogni, alle ambizioni, e alle speranze delle masse. Siamo in cerca di uno stato palestinese che rispetti i diritti umani e guarderemo a capi che sappiano svolgere il loro dovere e impegno a far sì che il nostro stato adempia a tutte le sue responsabilità.

Come cambierebbe il ruolo palestinese nella Knesset come risultato di uno stato palestinese?

Credo che se/quando l’ONU accettasse la richiesta palestinese di instaurare due stati, ci saranno palestinesi che sceglieranno di continuare ad abitare in Israele col desiderio di avere pieno accesso ai loro diritti, come hanno avuto le loro famiglie per centinaia d’anni. Questi palestinesi che vivono in Israele finiranno per far parte della dinamica politica israeliana. I palestinesi possono continuare a scegliere di stare in America, Russia, Francia, ecc, ma avranno purtuttavia la loro identità. I palestinesi d’Israele potrebbero essere un ponte per il futuro se volessimo ancor sempre conseguire il sogno di uno stato binazionale, democratico, laico. Alla lunga, molti palestinesi e alcuni israeliani pensano che un singolo stato sia la soluzione più durevole, ma deve accordarsi con la volontà di tutti. Stiamo parlando di una giustizia possibile, relativa, restaurativa, o potenziale, ma non punitiva. Benché io sia per una giustizia restaurativa, penso che una soluzione a due stati potrebbe offrire la giustizia minima necessaria per dar corso a opportunità che permetterebbero ai palestinesi di controllarsi e svilupparsi. Si spera che cominceranno a programmare un futuro di prosperità che acquisisca col tempo più slancio influente per il processo di pace. La dichiarazione dello stato non sarà la mossa finale, né sarà l’inizio dell’imitazione della politica d’Israele – non tenteremo di por fine a Israele. Siamo risoluti che Israele debba ritirarsi da tutti i territori occupati nel 1967 compresa Gerusalemme-est. Ci dovrebbe essere una continuità geografica che offra un corridoio accessibile fra la Cisgiordania e Gaza. I palestinesi devono controllare tutte le risorse naturali possedute a buon diritto, devono avere libertà di movimento, devono avere il controllo dei propri confini, e devono vedere riconosciuti i diritti dei profughi in base all’attuazione della risoluzione ONU # 194.

La “Primavera araba”, come ha influenzato la comunità degli attivisti palestinesi in Cisgiordania, a Gaza e nella diaspora? Quali paralleli avete visto fra le tattiche utilizzate dagli attivisti nella Primavera araba e i movimenti recenti della comunità palestinese?

Posso dire che la Palestina ha la sua Primavera araba nella propria determinazione di por fine all’occupazione e nella lotta di liberazione. Si tengono veglie per por fine alla disunità fra Hamas e Fatah. Israele non è immune a tali cambiamenti, che saranno probabilmente suscitati dalla gioventù palestinese. I giovani possono arrivare molto più in là di quanto abbiano fatto i governi tradizionali. Per esempio, il 63° anniversario della Nakba ha mostrato il potere dei giovani nell’infrangere i confini fra i paesi arabi nella Palestina storica e anche i regimi con il loro potere militare non hanno potuto farci niente.

Che cosa si aspetta di vedere se prende slancio la Terza Intifada? Come vi sarà coinvolta la diaspora?

Preferiremmo che il riconoscimento di uno stato palestinese precedesse appelli di sorta alla 3^ intifada. Spero anche che i negoziati in corso e a venire non siano futili; questo però comporta una pressione su Israele affinché osservi gli accordi internazionali, come la 4^ Convenzione di Ginevra. Che ci sia o meno una 3^ intifada, la diaspora palestinese continuerà a contribuire al futuro del popolo palestinese, costruendo istituzioni (mediche, sociali, o accademiche), o diventando nostri ambasciatori in tutto il mondo, appellandosi alla giustizia e alla coesistenza. Penso che sia una grande ricchezza l’avere tanti palestinesi in diaspora, ai quattro angoli del mondo. Quel che ci vuole è più coordinamento e cooperazione nei loro dirigenti attivi per la madrepatria. Vorremmo che la diaspora palestese fosse attiva nei propri rispettivi paesi essendo una voce di pluralismo, di democrazia, e una voce dei palestinesi senza voce. Dovrebbero creare coalizioni per iutare chi si batte contro le ingiustizie ovunque nel mondo, non solo in Palestina. Come diceva Martin Luther King, Jr: “Qualunque ingiustizia ovunque è uno sfregio alla giustizia in ogni luogo”.

Che impressione ha dell’influenza dei movimenti internazionali BDS [di boicottaggio, disinvestimento, sanzioni] su questa mossa verso l’affermazione di uno stato? Quale sarebbe il ruolo della campagna BDS acquisendo la condizione di stato? La BDS è anche uno dei molti paralleli fra le lotte sudafricana e palestinese. Crede che la fine della nostra lotta avrà uno svolgimento parallelo a quello del SudAfrica?

Molti credono che il regime di apartheid sudafricano non sarebbe capitolato se non fosse stato per un forte movimento BDS. La comunità internazionale considera il ricorso al BDS un modo positivo di por fine all’occupazione. Il mondo ha bisogno di venir liberato da questo sentimento colpevole che Israele ha cercato di instillargli e dovrebbe aiutare Israele a gettare l’identità di vittima mediante il BDS. Che sta comunque ottenendo una risposta molto positiva, particolarlmente da parte occidentale. C’è un movimento crescente fra le istituzioni, sovente religiose o ideologiche, che richiedono disinvestimenti e un boicottaggio accademico, economico, e sportivo. Ciò fa parte della nostra lotta per ottenere una giustizia restaurativa, siccome il BDS mira a risolvere i problemi piuttosto che limitarsi a semplici rivendicazioni. Con il BDS, nessuno assume un’impostazione offensiva e afferma che si voglia distruggere Israele. Anche i palestinesi devono smettere di lavorare nelle colonie abusive o a qualunque opera appartenente all’oppressiva occupazione israeliana, anche se devono farlo per necessità.

Mediante metodi soggettivi, oggettivi e internazionali il SudAfrica si è inserito nella comunità delle nazioni ponendo fine al suo regime di apartheid. Possiamo trarne molte lezioni, ma così pure dal movimento americano sui diritti civili, dell’Irlanda del Nord e dei Balcani. Dobbiamo metterci in rete con quei popoli che hanno cominciato a vedere la libertà dopo periodi di lotta così lunghi. Possiamo vedere paralleli nella separazione della Germania in est e ovest, manifestatasi nel Muro. Il SudAfrica e gli altri popoli citati sono stelle nascenti della speranza che prevarrà inevitabilmente la giustizia, non potendo l’ingiustizia durare per sempre.

Venerdì 23 settembre è un punto di svolta nel calendario palestinese, dove la lotta per la costruzione di istituzioni, per restaurare la dignità e liberare il paese e la sua gente acquisirà legittimità a livello politico mondiale dopo averla acquisita da tempo a livello popolare. Votate per la Palestina … Non piantateci in asso!!!

Zoughbi Zoughbi?, 20/09/011

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: Fresh Looks at the Palestinian Statehood Bid

Zoughbi Zoughbi è il fondatore & Direttore del Centro Palestinese per la Risoluzione del Conflitto “WI’AM”? ? TF & Fax (W): 00972-2-2770513/ 2777333?TEL (H) : 00972-2-2747754? Cell: 0599-433-988? Bethlehem – Box 1039

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