Le differenze di genere nella cultura occidentale. Un confronto tra razzismo e patriarcalismo – Laura Tussi


Il conflitto sessuale non è a se stante, ma partecipa di una conflittualità che permea tutto il reale.

Gli apparati educativi e le istituzioni di formazione si trovano di fronte al problema della disuguaglianza sessista nella didattica e nei libri di testo.

I principi egualitari del presente entrano in contrasto con i fondamenti antiegualitari della tradizione. Nell’insegnamento delle discipline che presuppongono la dimensione dell’evoluzione storica e della tradizione, la disparità sessista risulta un problema fondamentale e particolare.

I saperi didattici e disciplinari fondanti la cultura occidentale, rispecchiano la società patriarcale di cui costituiscono esplicito retaggio culturale e intellettuale, nel cui ambito la subordinazione delle donne e la sottovalutazione e addirittura svalutazione del sesso femminile sono presupposti costanti.

Di conseguenza, l’insegnamento delle discipline, la trasmissione dei saperi e della cultura occidentali risultano in contrasto con i valori e i principi a cui la scuola europea si ispira attualmente.

Occorre informare il mondo studentesco che la cultura trasmessa appartiene alla civiltà patriarcale del passato. Il fenomeno del patriarcalismo appare superato dalla concezione illuministica secondo cui la discriminazione risulta già accertata e riconosciuta e che nessuno ignora il ritardo del passato rispetto al progresso del presente. Di conseguenza, il patriarcalismo appare naturale, così ovvio, scontato e inevitabile da non dover essere nemmeno segnalato. L’atto di questa segnalazione è ritenuto offensivo nei confronti della popolazione femminile, forse per un malinteso criterio di correttezza. Dunque perché insistere sul ruolo di sottomissione e subordinazione della donna nel passato se la discriminazione attualmente risulta essere un fenomeno già noto? Il confronto con un’analoga situazione evidenzia quanto questo criterio di correttezza sia falso, ossia il silenzio sul fenomeno dell’antisemitismo per non offendere gli studenti ebrei. L’antisemitismo è un dato storico di cui l’Europa civile prova grande vergogna. Infatti nella trattazione scolastica e didattica l’antisemitismo è sempre ampiamente criticato e condannato. I campi di concentramento sintetizzano tutto l’orrore possibile e impossibile della violenza antisemita. Invece, al contrario, lo sviluppo della supremazia patriarcale sembra non indurre né a vergogna né a esecrazione, infatti questa storia di superiorità fallocratica risulta priva di eventi ed episodi estremi, in grado di concentrarne e sintetizzarne il significato in un’unica icona storicistica. Infatti il patriarcalismo risulta diffuso nel tempo e nello spazio, per millenni e in ogni dove, presentandosi come trasversale alle molteplici culture e alla complessità dei gruppi sociali, per cui la supremazia patriarcale si manifesta come una dimensione ovvia, scontata, banale e soprattutto naturale, lontana dalla violenza antisemita e in un certo senso appare soprattutto come funzionale all’evoluzione graduale della società e allo sviluppo della civiltà. Il confronto tra antisemitismo e patriarcalismo, e in generale tra razzismo e sessismo, effettivamente non risulta funzionale. Le cause di questo impossibile funzionamento non sono dovute all’incommensurabilità di questi atteggiamenti in termini di efferatezza, ma a un’ incommensurabilità di carattere strutturale. Infatti il razzismo contrappone un’etnia ad un’altra, un gruppo all’altro, mentre il sessismo si manifesta trasversale ad ogni realtà sociale. Il razzismo costituisce la propria ideologia rispetto ad una cultura intrisa di differenze di varia tipologia, mentre il sessismo costruisce la propria identità sulla differenza sessuale tra uomo e donna, ossia una differenza che determina e caratterizza l’intera specie umana, quale differenza concepita in natura. L’atteggiamento tramite cui il soggetto maschile traduce la differenza sessuale in una subordinazione dell’altro sesso, risulta come sistema basilare e imprescindibile per l’interpretazione di ogni differenza e diversità in termini di inferiorità e sottomissione. Infatti l’economia sessista agevola, facilita e rende legittima un’economia di carattere razzista. Dunque, l’informazione sul carattere patriarcale della cultura tradizionale trasmessa, appare un criterio informativo doveroso. Però il fatto che tale informazione sia sempre assente nella didattica scolastica, risulta un sintomo culturale molto preoccupante, in quanto sempre omesso per la sua supposta ovvietà e scontatezza e per non applicare al passato delle categorie ermeneutiche ed interpretative di carattere moderno, per non incorrere in una ridefinizione anacronistica di tradizione culturale. Infatti la tradizione patriarcale viene definita tale in base a criteri culturali moderni. Quindi le tradizioni non sapevano di essere patriarcali perché agivano “in buona fede”. Per ottemperare alle necessità antidiscriminatorie dell’editoria rivolta alla scuola, sarebbe utile apporre ai libri di testo una chiosa informativa, di carattere introduttivo, sugli aspetti di tipologia patriarcale della disciplina in oggetto, così che l’utenza scolastica sarebbe in tal modo avvertita che i contenuti culturali del testo rispecchiano un mondo di dominio maschile. Questo costituisce una problematica molto seria per una società che si proclama egualitaria, infatti oltre all’informazione risulta necessario fornire strumenti metodologici critici di riflessione ed intelligenza. La filosofia e la storia filosofica risultano discipline primarie rispetto a tutti i saperi nel teorizzare i principi del patriarcato, perché permettono la coincidenza dei criteri oggettivi della verità con i canoni e i codici simbolici di carattere patriarcale. La filosofia risulta inoltre portatrice e fautrice dell’elaborazione teorica dei principi egualitari moderni e contemporanei, ossia dei modelli di pensiero antidiscriminatori. Dunque la filosofia non solo permette di comprendere il funzionamento di un ordine androcentrico, ma anche la comprensione del principio di uguaglianza. La filosofia e la sua storia costituiscono l’assetto didattico e disciplinare maggiormente permeato dall’essenza antropocentrica e androcentrica della cultura tradizionale dell’Occidente. L’aggettivo che indica il carattere maschile della tradizione, ossia “androcentrico”, con modificazioni non essenziali, può essere sostituito da una terminologia affine che indica quanto la filosofia, come il sapere e la società, sono stati costruiti dal solo punto di vista maschile. Il termine androcentrico è paragonabile ai termini patriarcale, fallologocentrico, fallogocentrico, fallocentrico, fallocratico. La filosofia rispecchia la posizione dominante dal punto di vista culturale, storico e sociale dei maschi della specie umana, da cui è stata elaborata. Dunque ogni forma di cultura e di sapere androcentrici possono anche essere definiti sessisti. La filosofia nasce in Grecia, seguendo la tipica parabola storica della cultura antica occidentale, in quanto frutto della mentalità occidentale che la produce in modo decisivo. Questo non significa che certe tipologie di sapere e di sapienze elaborati da altre aree geostoricoculturali non possano essere definiti come filosofia e non si incrocino con la parabola occidentale. Pertanto la filosofia segna l’Occidente contribuendo soprattutto a rafforzarne le pretese universalistiche. Lo statuto disciplinare della filosofia determina l’assunto che i principi su cui si fonda il mondo occidentale sono obiettivamente e oggettivamente giusti e buoni, intrinsecamente veri e universalmente validi e accertati, quali i valori della democrazia e i diritti della persona.

La questione androcentrica risulta pertanto individuabile in questo statuto disciplinare quale osservatorio privilegiato della civiltà occidentale. Molte altre discipline, e non solo la filosofia, teorizzano e proclamano la superiorità degli uomini in rapporto alle donne, ma soprattutto la storia della filosofia fonda su un solo genere maschile la categoria stessa di umanità, ossia l’Uomo, inteso come specie umana, coincide all’uomo, inteso come uno dei due generi della specie umana. Di conseguenza, le donne risultano così esseri umani di secondo livello, ossia mancanti, incompleti, inferiori, rispetto all’umanità modellata sugli esseri umani di sesso maschile. Aristotele insegna come rispetto alla definizione dell’uomo come animale razionale, le donne risultano invece irrazionali, dal momento che l’incapacità naturale del mondo femminile di acquisire pienamente la ragione, risulta solo uno dei molti fattori di pretesa inferiorità che legittimano lo stato di subordinazione femminile. L’identificazione dell’umanità con l’uomo di sesso maschile costituisce infatti l’apice di una complessa struttura di pensiero che valuta una serie di dicotomie oppositive, binarie e duali, afferenti a un quadro gerarchico, come gli archetipi di mente e corpo, ragione e passione, cultura e natura, pubblico e privato. L’ambito e l’entità femminili occupano sempre il polo negativo dell’opposizione, in quanto assunti come una sorta di sottospecie dell’umanità, per cui le donne risultano umane rispetto agli animali, ma non pienamente umane rispetto agli uomini.

Comunque non è la filosofia ad inventare l’ordine simbolico patriarcale, perché in quanto disciplina, nasce in un contesto culturale e valoriale basato e strutturato su una salda e inconfutabile economia androcentrica, limitandosi perciò ad elaborare una teoria coerente al contesto. La filosofia consegna a questa teoria del femminile il potere di rendere indiscutibili e naturali e di occultare tutti gli elementi di violenza, di sopraffazione operanti in ambito, appunto, filosofico. La supremazia patriarcale ricava dalla filosofia i principi imprescindibili, oggettivi e naturali per giustificarsi, in quanto ricondotta e fondata su una modalità di sapere imperniata esplicitamente sulla ricerca della verità. Il predominio dell’uomo non risulta solamente una questione di potere, ma un principio di ragione, ossia una verità evidente corroborata e suffragata dalla teoria. Dunque la parità fra i due sessi, in questa ottica, risulta incontrovertibilmente ingiusta perché non si attiene alla verità della natura umana. L’origine greca della filosofia è di importanza fondamentale. Infatti la maggior parte del lessico filosofico è in greco e non si avvale di neologismi coniati in epoca posteriore, come accade in altre discipline, ma sono vocaboli trasmessi inalterati e di matrice greca. Questa gamma lessicale corrisponde al sistema valoriale e concettuale su cui si costruisce la disciplina filosofica, nello specifico orizzonte greco, in cui la filosofia si rivela ed eleva come nuova modalità di sapere. L’esempio del termine filosofico “idea” può servire a comprovare l’antropocentrismo e l’androcentrismo filosofico. Infatti il termine “idea” indica “ciò che è visibile”, e, come dimostrato dal mito della caverna di Platone, l’idea è contemplazione teoretica di oggetti immateriali e immobili, visibili solo all’occhio metaforico della mente. Praticamente, l’idea sancisce la dicotomia oppositiva tra mente e corpo, verità e inganno, pensiero e materia. Dunque il sistema filosofico greco si rivela come costruito su posizioni binarie, in cui il polo negativo è assegnato al mondo femminile, in un quadro teorico di astrazione e dicotomizzazione.

Come donne, dunque, portiamo avanti una riflessione globale che vede l’essere umano di genere femminile e, come in uno specchio, quello di genere maschile, nella loro interezza. Vi è un intreccio inscindibile fra cultura e modo di considerare la sessualità umana e una ricaduta profonda e un’importante interazione tra cultura, vita e società civile.

La conflittualità culturale che permea ogni relazione umana ha la sua base

– nella diversità, a cominciare da quella di sesso

– nello scarto fra l’utopia che intravediamo e l’ambiguità di ogni impresa per raggiungerla

– nell’impossibilità per l’essere umano di abitare l’opposizione, di cogliere i punti estremi contemporaneamente, oscillando tra l’uno e l’altro

[1]Le culture si sono sviluppate sui tentativi successivi degli umani di superare le diversità, di colmare lo scarto di rendere realizzabile l’utopico. La rivelazione della differenza sessuale come positività, attribuisce diritto di cittadinanza culturale a tutte le altre differenze, etniche, culturali, ma anche di età, intergenerazionali, di salute, di stato sociale eccetera. Questo è importante soprattutto in un momento in cui le differenze etnico-culturali sgretolano nazioni, anche da lungo tempo costruite sull’unione di etnie diverse, in tanti piccoli satelliti. La differenza di sesso è forse attualmente quella che subisce i maggiori attacchi. Anche le scienze dimostrano che riconoscersi in un sesso è un processo culturale oltre che fisiologico e psichico.

Anche in questo campo subentra la tendenza alla confusione con una società che propone “ermafroditi” non come esseri mitici, ma reali, possibili. Il transessualismo non è più un tabù, ma è la spia dell’esasperazione, dell’incertezza.

La differenza di genere non è ancora del tutto percepibile come un valore o come un paradigma per l’assunzione dell’importanza di ogni altra possibile differenza.

Le elaborazioni del neofemminismo hanno dimostrato che la partecipazione delle donne ai processi culturali è stata di notevole spessore, anche se sotterranea, tacita, priva di protagonismi, quasi ignorata dalle donne stesse.

Proprio nella quotidianità e non nelle orchestrazioni metafisiche si gioca il senso più rilevante della nostra esistenza, anche come donne. In questo senso Hannah Arendt[2] scriveva con evidente lucidità: “E’ vano cercare un senso della politica o un significato nella storia quando tutto ciò che non sia comportamento quotidiano o tendenza automatica è stato scartato come irrilevante”.

Abbiamo come donne forza, tenacia, creatività, capacità di resistenza anche in situazioni di tensione. Abbiamo anche una certa “innocenza” che deriva dal fatto di essere state lontane dai luoghi di potere.

Abbiamo dimestichezza con le origini della vita e della morte: “sappiamo” per retaggio atavico. Eros e Thanatos trovano ricomposizione nella nostra stessa esistenza.

Dobbiamo innanzitutto riuscire ad utilizzare le forze positive che si liberano nell’inevitabile conflitto tra i “diversi”, per sesso, per età, per cultura, come stimoli a cambiare, a crescere, neutralizzando la parte negativa del conflitto che si esprime in prevaricazione, ricerca di possesso dell’altro, tentativo di omologazione dell’altrui diversità ad un modello costruito a nostra immagine e somiglianza o per nostro tornaconto.

Laura Tussi, docente, scrittrice e giornalista

[1] Garutti Bellenzier M.T. (a cura di), Donna-Uomo: la dimensione creativa del conflitto, Demian, Teramo 1993

[2] Arendt H ,The Human Condition, Chicago, 1958 (it. Vita activa, Milano : Bompiani, 1964)

 

 

Pubblicato in “Prospettiva Persona”, rivista realizzata dal Centro di Ricerche Personaliste di Teramo, Trimestrale di cultura, etica e politica, edita da RUBBETTINO, è diretta da Attilio Danese e Giulia Paola di Nicola, in collaborazione con Giovanni Marcotullio.

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