In ricordo di Wangari Maathai – Daniele Barbieri

“Arokoma kuuraga” – che tu possa dormire la’ dove piove – e’ l’augurio tradizionale del popolo keniota a una persona morta. Nel suo libro “Solo il vento mi pieghera’” Wangari Maathai aggiunse: “per me quel luogo e’ intriso di rugiada, percio’ e’ verde. Forse il paradiso e’ verde”.

Wangari Maathai e’ morta, per un tumore, a 71 anni. Nobel per la pace nel 2004 con questa motivazione: “La pace nel mondo dipende dalla difesa dell’ambiente” e l’aggiunta che la sua azione per i diritti delle donne ha ispirato moltissime persone e ha saputo conciliare la scienza e l’ideale democratico.

Di fronte a quel Nobel inatteso, la Maathai non si scompose: scavo’ la terra e vi mise una pianticella. “Perche’ quel che faccio”, continuava a ripetere, “e’ molto semplice: pianto gli alberi”.

Prima donna nel Centrafrica a laurearsi (in biologia) e a ricevere un Nobel. Fondo’ nel 1977 il Green Belt Movement che ha piantato 40 milioni di alberi in Kenia e altri Paesi africani per combattere l’erosione. Ma – spiegava – bisogna anche difendere gli alberi che ci sono, e Wangari Maathai nel suo Paese e’ stata insultata, bastonata, sfrattata, denunciata perche’ fermava chi buttava giu’ foreste per costruire alberghi di lusso. Nella sua biografia racconta di quando, barricata in casa, disse ai poliziotti venuti a prenderla: “So che dovete arrestarmi. Ma anch’io sto facendo il mio lavoro e non vi apriro’ la porta. So che avete freddo. Vi preparero’ una tazza di the ma non ho piu’ latte. Se vi do’ i soldi andate a comprarlo?”. Per la cronaca i poliziotti, dopo una breve consultazione, andarono a prendere il latte.

Nel suo “La religione della terra” (in italiano presso Sperling & Kupfer, come il precedente) uscito quest’anno, Maathai spiego’ che scavare buche o difendere gli alberi non e’ un lavoro particolarmente spirituale ma che questi sforzi spargono “semi di altro tipo: quelli necessari a curare le ferite inflitte alle comunita’, depredate della loro autostima”. E i quattro principi del Green Belt Movement partono da qui: “1. Amore per l’ambiente. 2. Gratitudine e rispetto per le risorse della terra. 3. Autopotenziamento e automiglioramento. 4. Spirito di servizio e volontariato”.

In un famoso articolo del 2007 (per “The Globalist”) ha raccontato la lotta del Kenia per l’indipendenza e la sua… per lo stesso motivo. Come donna era discriminata in ogni modo. Protesto’. “Da allora le docenti continuarono ad essere pagate meno degli uomini che facevano il loro stesso lavoro, ma a me e a un’altra ribelle fu conferito il titolo di ‘professore maschio onorario'”. E ancora: “Spesso incontro donne che hanno aspettato che quella sicurezza chiamata uomo svanisse dalle loro vite per ricordarsi che avrebbero dovuto proteggere i loro diritti. Donne che dicono: ‘L’avrei fatto anche prima, ma lo sai come sono fatti gli uomini'”.

Dopo gli anni bui della repressione, anche in Kenia si e’ aperta una speranza e Maathai se ne e’ rallegrata. “Solo il vento mi pieghera’” si chiudeva cosi’: “Sono una delle poche fortunate che ha potuto vedere un nuovo inizio. Ma ho sempre creduto che, non importa quanto sia scuro il cielo, c’e’ sempre un po’ di rosa all’orizzonte ed e’ quello che dobbiamo cercare”.

Il 2011 e’ l’anno internazionale delle foreste. Come sempre queste campagne hanno risvolti pratici importanti e molto fumo di bei discorsi. Forse l’esempio di Wangari Maathai, piantare alberi e impedire che vengano abbattuti, e’ la strada giusta. In ogni caso “arokoma kuuraga” per lei.

Fonte: TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO, Numero 694 del 30 settembre 2011

 

WANGARI MAATHAI: GUARIRE LA TERRA, GUARIRE NOI STESSI (Traduzione di Maria G. Di Rienzo)

Durante i trent’anni e piu’ che ho passato come ambientalista e attivista per i diritti democratici, la gente mi ha spesso chiesto se la spiritualita’, differenti tradizioni religiose e la Bibbia in particolare mi avessero ispirato, e avessero influenzato il mio impegno o il lavoro con il Green Belt Movement (Gbm). Consideravo la conservazione dell’ambiente e il dare potere alla gente comune come un tipo di vocazione religiosa? C’erano lezioni spirituali da apprendere e applicare agli sforzi ambientalisti o alla vita in generale?

Quando iniziai questo lavoro nel 1977 non ero motivata dalla mia fede o dalla religione in generale. Stavo invece letteralmente e praticamente pensando a come risolvere problemi concreti. Volevo aiutare le popolazioni rurali, in special modo le donne, a soddisfare le necessita’ di base che mi descrivevano durante i miei seminari e laboratori. Mi dicevano che avevano bisogno di acqua pulita, potabile; di cibo nutriente in quantita’ adeguata; di reddito; di energia per cucinare e riscaldare.

Percio’ quando mi facevano le domande sulla spiritualita’, all’inizio, io rispondevo che non pensavo allo scavare buche e al mobilitare le comunita’ affinche’ difendessero o curassero gli alberi, le foreste, le fonti d’acqua e il suolo, l’habitat delle specie selvatiche, come a un lavoro spirituale. Inoltre, non ho mai differenziato le attivita’ “spirituali” e quelle “laiche”. Dopo qualche anno, sono arrivata a riconoscere che i nostri sforzi non erano limitati al piantare alberi, ma che stavamo anche piantando semi di un tipo diverso, quelli necessari per dare alle comunita’ la fiducia in se stesse e la conoscenza necessarie a riscoprire la loro vera voce e a rivendicare i loro diritti (umani, ambientali, civili e politici). Il nostro scopo divenne espandere quello che chiamiamo “spazio democratico”, uno spazio in cui cittadini comuni possono prendere decisioni per se stessi a beneficio proprio, della propria comunita’, del proprio paese e dell’ambiente che li sostiene.

In tale contesto, cominciai ad apprezzare il fatto che ci fosse qualcosa che ispirava e sosteneva il Green Belt Movement e coloro che partecipavano alle sue attivita’. Molte persone provenienti da gruppi e regioni differenti ci contattarono perche’ volevano condividere il nostro approccio con altri. Capii che il lavoro del Green Belt Movement era guidato da alcuni valori intangibili. Essi erano: amore per l’ambiente, gratitudine e rispetto per le risorse della Terra, capacita’ di darsi potere e di migliorare se stessi, spirito di servizio e volontariato. Insieme, questi valori incapsulavano l’aspetto intangibile, sottile, non materialistico del Green Belt Movement come organizzazione. Ci permettevano di continuare a lavorare anche quando i tempi si facevano difficili.

Naturalmente, so bene che tali valori non sono appannaggio del Green Belt Movement. Essi sono universali. Non possono essere toccati o visti. Non possiamo dar loro un valore monetario: in effetti, sono impagabili. Questi valori non sono contenuti in specifiche tradizioni religiose, ne’ uno deve far professione di fede per essere guidato da essi. Sembrano piuttosto essere parte della nostra natura umana, e io sono convinta che siamo persone migliori perche’ li abbiamo, e che l’umanita’ e’ migliore avendoli piuttosto che non avendoli. Dove questi valori sono ignorati, li rimpiazzano dei vizi come l’egoismo, la corruzione, l’avidita’ e lo sfruttamento.

Nel processo in cui aiutiamo la Terra a guarire, aiutiamo noi stessi.

Per quel che posso dire attraverso le mie esperienze e le mie osservazioni, credo che la distruzione fisica della Terra si estenda anche a noi. Se viviamo in un ambiente ferito, dove l’acqua e’ inquinata, il cibo e’ contaminato da metalli pesanti e residui plastici, e il suolo e’ praticamente immondizia, cio’ ci affligge, influisce sulla nostra salute e crea ferite a livello fisico, psicologico ed esistenziale. Degradando l’ambiente degradiamo sempre noi stessi.

Fonte: TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO, Numero 694 del 30 settembre 2011

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