Nonviolenza impotente contro la grande violenza? – Enrico Peyretti

Sommario

1. Problema – Un monopolio che riduce la difesa – C’è prezzo e prezzo – Gandhi e i gentlemen inglesi – Inglesi violenti coi musulmani nonviolenti – Avere a che fare col Reich nazista

2. Con la nonviolenza contro il nazismo?
Nonviolenza pragmatica e nonviolenza di principio – Casi storici – Gli ebrei danesi – Resistenza nonviolenta di cittadini tedeschi – Rosenstrasse – I “giusti” fra i tedeschi – Lo sciopero, lotta nonarmata contro il nazifascismo – In Italia, in Europa, in Danimarca – Dalla storia alla strategia – Resistenza nonviolenta italiana

3. Si poteva avversare, contenere, abbattere il Reich senza la guerra?
Chi ha vinto? – Obiezione – Gandhi a Hitler: la violenza può perdere, non la nonviolenza – La domanda buona

4. Quale fu l’efficacia delle lotte nonviolente contro il nazismo?
Efficacia diretta, indiretta, dissuasiva – Funziona, non funziona – Altre lotte nonviolente – Contro il terrorismo

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1. Problema
Secondo una ricorrente sistematica obiezione, le forme di lotta nonviolenta potrebbero avere successo esclusivamente in contesti in cui l’opponente non sia disposto, per qualsivoglia motivo, a ricorrere a reazioni estremamente repressive. Si tratta del problema della efficacia e fecondità della nonviolenza. È essa solo una testimonianza, un martirio, un’apparizione passeggera del mondo morale nella dura storia in cui regna la forza? Oppure è un’azione umana che può umanizzare le relazioni tra persone e gruppi, proprio nei casi di conflitto?

1.1. Un monopolio che riduce la difesa
Provo a riflettere su questa obiezione, e comincio ricordando un aneddoto.
«Ah, voi nonviolenti siete quelli della non-difesa». Così (dieci o quindici anni fa), mi accoglieva con questo riconoscimento, ma gentilmente, un alto comandante (purtroppo non ne ricordo il nome) della Scuola d’Applicazione d’Arma di Torino (fondata nel 1739, oggi è caduta la parola “d’Arma”, sostituita da “Istituto di studi militari dell’esercito”). Sul portone principale dello storico edificio, in via dell’Arsenale, un arco in bronzo porta ancora questa scritta: Doctrinas bello aptare: applicare alla guerra le teorie, o le dottrine. L’unica difesa, ovviamente, per quel comandante, era la difesa militare. Conosceva solo quella. Forse oggi parlerebbe un po’ diversamente. Dopo di allora anche in alcune scuole militari si sono studiati metodi civili di gestire i conflitti, sia prevenendoli, sia moderandoli e trasformandoli, sia conducendo le parti alla riconciliazione.
Mi pare che, generalmente, la cultura e la politica statale della difesa arrivino a vedere bene simili strumenti civili come aiuto e supporto all’azione militare, a cui non sanno ancora rinunciare, per tutta la loro storia (Ekkehart Krippendorff 2008), ma non ne vedano le possibilità autonome, e ancor meno pensino di organizzare corpi civili di pace indipendenti dall’esercito . Si ritiene che senza le armi non ci sia difesa. Persiste ancora nella politica il monopolio militare della difesa, e la indissolubilità del matrimonio stato-guerra. Uno stato non bellicoso non attacca guerra, ma se altri attacca, non vede altra risposta che la guerra. È stato detto, da governanti di centro-sinistra, nel 1999, nell’occasione della guerra della Nato alla Serbia, con partecipazione italiana, che «per dimostrare di saper governare bisogna dimostrare anche di saper fare la guerra». Come ha da tempo mostrato Theodor Ebert (Ebert 1984), il monopolio militare indebolisce la difesa, invece di rafforzarla: l’esercito è come le mura della città; se cadono le mura, non c’è altra difesa, a meno che i cittadini imparino la difesa popolare nonviolenta.

1.2. C’è prezzo e prezzo
È un luogo comune, tra molti che non si sono addentrati nella conoscenza della pratica storica della nonviolenza, ritenere che essa sia un metodo di difesa non dura, non offensiva, non cruenta, non esigente un prezzo umano troppo alto, moralmente nobile, ma in definitiva abbastanza comoda, un metodo buono solo quando l’avversario con cui si ha a che fare non è molto violento. Una manifestazione politica di protesta e di opposizione, se non incontra forze di polizia violentemente repressive, può svolgersi in forma nonviolenta. Uno sciopero di lavoratori in lotta, se non è schiacciato con la forza, può essere facilmente nonviolento, anche se forte e deciso. Questa convinzione nega alla nonviolenza qualsiasi efficacia nei casi più seri. Non intendo dimostrare il perfetto contrario, la nonviolenza come forma utile, economica e sempre efficace. Vorrei mostrare che essa ha agito, non senza qualche efficacia, fronteggiando vere e forti violenze.
È ancora necessaria una precisazione: la lotta nonviolenta non è gratis, non è senza sacrificio, anche fino alla morte, ma si deve comparare i suoi costi umani con i molto maggiori costi umani della guerra, delle lotte violente: mentre queste sono soggette alla mitologia sacrificale del combattente, e in grandi numeri, allo stato, alla causa, ad un valore sovrumano, la nonviolenza invece può costare la vita a qualcuno, ma nella difesa di diritti umani universali senza offesa degli uguali diritti di alcun altro. C’è prezzo e prezzo.
Richiamerò solamente alcuni casi e situazioni, mentre mi permetto di rinviare, per una visione più generale, sviluppata in particolare sulla resistenza al nazifascismo, alla mia bibliografia storica sui casi storici di lotte nonviolente Difesa senza guerra, reperibile come tale in rete senza difficoltà.

1.3. Gandhi e i gentlemen inglesi
Si conosceva qualcosa delle lotte nonviolente di Gandhi per l’indipendenza e la capacità di autogoverno dell’India, ma si diceva che aveva avuto gioco facile, data la civiltà dei gentlemen inglesi. Si era convinti che quel metodo non avrebbe potuto funzionare in altri gravi conflitti. In realtà, Gandhi sperimentò da giovane, in Sudafrica, nel primo decennio del secolo, sotto dominio inglese, la dura discriminazione razziale verso i lavoratori immigrati indiani e patì lui stesso discriminazione e repressione. Proprio impegnandosi come avvocato nella loro difesa, Gandhi trovò ed elaborò i valori di base e le esperienze di lotta nonviolenta. Attorno al 1906-1907 egli si chiarì il concetto e il metodo satyagraha, “forza interiore che viene dall’attenersi alla verità”. Noi oggi chiameremmo tale verità “diritti umani” evidenti, e uguali in tutti, da liberare negli oppressi e da rispettare anche nell’avversario, che non è da odiare né colpire. La consapevolezza chiara di questa dignità rafforza volontà, coraggio, capacità di reggere le sofferenze patite senza replicarle infliggendone.
Dopo il ritorno in India nel 1914, il Mahatma scopre lo sfruttamento dei contadini del Champaran, la tassazione vessatoria dei contadini di altre regioni. Le prime lotte nonviolente di Gandhi non sono contro la guerra, né contro il colonialismo, ma sono lotte sindacali, in difesa del lavoro dei poveri, contro le ingiustizie sociali, o violenze strutturali.
Egli era stato leale con l’impero inglese, fino ad appoggiare indirettamente le sue guerre, ma il terribile massacro di civili, ad Amritsar, il 13 aprile del 1919, gli fece abbandonare quel lealismo. Quel giorno, i soldati inglesi del generale Dyer, uccidono a sangue freddo quasi 400 indiani (un migliaio secondo il Partito del Congresso indiano) e ne feriscono 1200, sparando su una folla inerme intrappolata in una piazza. Tirano in dieci minuti 1600 pallottole, quasi esattamente una pallottola a testa, «a testimonianza di una sconvolgente precisione di tiro» (Gianni Sofri, 1995, pp. 84-85).

1.4. Inglesi violenti con i musulmani nonviolenti
Altri casi assai meno noti di simili metodi inglesi poco gentili li troviamo attraverso la storia di Abdul Ghaffar Khan, detto Badshah Khan, il “re dei khan” (1890-1988). (Easwaran 1990, pp. 14-15).
Badshah Khan fu il leader che guidò una popolazione guerriera e feroce come i pathan, ovvero pashtun (Afghani), della regione della Frontiera, la “porta dell’India” (che diventerà poi la regione tra Pakistan e Afghanistan, oggi tristemente nota), di religione musulmana, e li condusse ad adottare la nonviolenza contro le repressioni molto violente del dominio inglese. Attraverso l’educazione popolare, avversata dagli inglesi, Badshah Khan organizzo, sulle basi spirituali dell’islam, un “esercito” di centomila uomini, che si impegnavano con un nobilissimo giuramento a resistere senza armi al dominio coloniale (Easwaran 1990, p. 132), e così tennero testa senza cedere a incursioni e imposizioni violente degli inglesi.
Con questi pathan “selvaggi” gli inglesi ritenevano impossibile la “guerra civilizzata” e praticarono come necessaria la punizione collettiva dei civili. Il bombardamento aereo di obiettivi civili fu praticato dagli inglesi, ben prima dei tedeschi a Guernica, su Kabul e Jalabad nel 1919 dalla Royal Air Force (L. Dupree 1980, p. 442), e su villaggi della Frontiera (O. Caroe 1958, p. 408; Caroe fu l’ultimo governatore della Frontiera prima dell’indipendenza e scrive dei pathan con comprensione, rispetto e affetto; il suo libro è il più completo sui pathan, benché filobritannico).
Alla conferenza sul disarmo aereo, a Ginevra nel 1933, non la Germania ma la Gran Bretagna si oppose alla proposta di bando del bombardamento aereo su civili! Sappiamo che da allora la guerra aerea non cessò di diffondersi, ed è ancora oggi la forma più crudele e ingiusta di guerra asimmetrica contro i popoli, più che contro truppe e strutture militari. Si chiama guerra, ma è perfettamente uguale al terrorismo (Bonanate 2004). Gli stati e i paesi che l’hanno incrementata, davanti al giudizio della storia, nonostante altri loro valori, vanno posti in basso nella classifica della civiltà (Easwaran 1990, p. 15).
Ma il primato dello stragismo aereo è nostro, italiano. Il primo impiego bellico dell’aeroplano avvenne nel 1911 (otto anni dopo l’atto di inizio dell’aviazione). L’esercito italiano nella guerra di Libia 1911-1912, impiegò velivoli per ricognizione, osservazione, bombardamento (anche notturno) e diffusione di manifestini destinati alle truppe nemiche. Poi, nelle guerre balcaniche del 1911-1913 fu eseguito il primo attacco aereo antinave da parte greca su una cannoniera turca. Con la prima guerra mondiale si svilupparono le specialità fondamentali, caccia e bombardamento, contraviazione, ricognizione, e apparvero le prime portaerei. Tra le novità del successivo progresso della guerra, il siluramento, la caccia ai sommergibili, l’attacco alle città, anche le nostre città, ad opera dei civilissimi aerei da guerra inglesi.
Chi ha la mia età ricorda questa minaccia sulla testa, incombente in ogni momento, il rombo degli stormi di passaggio, il sibilo delle bombe, i tiri della contraerea, i fasci di luce dei riflettori e i bengala dei bombardieri, il tutto a somiglianza di un capriccioso castigo di un dio terribile, dall’alto dei cieli. La guerra, già orribile tra soldati che si uccidono più o meno ad armi pari, è diventata oggi un plotone di esecuzione invulnerabile, che esegue una arbitraria condanna su civili inermi, anche di notte, colpevoli soltanto di abitare quella zona, di essere sottomessi a quel governo. Lo sviluppo della violenza aerea è ciò che vediamo, fino ai nostri giorni, fino ai droni senza pilota, che lanciano bombe sempre più micidiali, studiate per colpire nel tempo e avvelenare il suolo, verso l’ideale della guerra senza morti (da questa parte, ovviamente).
Mi sono soffermato sulla guerra aerea, invenzione della civiltà occidentale (di cui Gandhi analizzava i mali fino dal 1909 ), per mostrare un punto alto della dominazione violenta combattuta da Gandhi.
Gandhi vedeva, e vide fino oltre Hiroshima, questo orrendo cammino, e ne previde il seguito, che è qui, addosso a noi. La sua proposta ed esperienza di nonviolenza positiva e attiva – vita personale, pensiero, relazioni, economia, lotta per la giustizia – rimane come l’alternativa forte alla distruttività massima dispiegata nel Novecento e sta come la necessaria risorsa, proprio davanti alle peggiori violenze (tra cui quelle, allora, dell’impero inglese). Non è vero, dunque, che la nonviolenza di Gandhi fu facile.
Certo, il pragmatismo inglese non condusse agli estremi la prova di forza, e l’indipendenza indiana avvenne – come Gandhi aveva sempre desiderato e preparato – in amicizia tra i due paesi, pur con la lacerante divisione territoriale e religiosa (favorita dall’Inghilterra) dal Pakistan. Ma quel che sappiamo è sufficiente per dirci che la lotta gandhiana – che fu anzitutto dell’India contro se stessa e i propri mali (si veda il “Programma costruttivo” di Gandhi) più che contro il dominio coloniale – incontrò non una blanda opposizione, ma la forza spregiudicata del più potente impero di quel momento.

1.5. Avere a che fare col Reich nazista
Il Reich nazista, pur senza arrivare a possedere l’arma assoluta, per il contenuto ideologico totalmente violento e iniquo nella sua essenza (non nella degenerazione dell’ideale popolare di giustizia, come avvenne nel socialismo sovietico), e per la marea di violenza bellica e razziale, fu il peggiore dei mali del Novecento. Ad esso si oppose, in ritardo, con la guerra, quando vi si trovò costretto, l’insieme delle democrazie liberali del tempo.
Proviamo a soffermarci su questo caso del nazismo, un caso di violenza di gravità enorme. Che cosa fecero e cosa poterono i metodi nonviolenti contro di esso? Tralasciamo altri casi come la lotta in Sudafrica contro razzismo e apartheid, come le rivoluzioni nonviolente nei regimi dell’est-Europa del 1989 . Nei diversi casi storici si possono riscontrare aspetti chiari e altri meno chiari, effetti duraturi e altri precari, e ciò nella stessa India di Gandhi, certamente, che non è affatto, oggi, quella da lui sognata.

Ma, per limitarci alla violenza nazista, incontriamo alcuni interrogativi:
1) si poteva fare resistenza popolare al nazismo con metodi nonviolenti?
2) si poteva avversare, contenere e abbattere il Reich senza la guerra?
3) quale fu l’efficacia delle lotte nonviolente contro il nazismo?

2. Con la nonviolenza contro il nazismo?
Alla prima domanda rispondono alcuni fatti, e non pochi. Ciò che è fatto è possibile. Resistere e opporsi al potere nazista non era precisamente fare opposizione ad un governo di gentiluomini. Il libro di Jacques Semelin, Senz’armi di fronte a Hitler. La resistenza civile in Europa 1939-1943, è ancora, a mia conoscenza, la maggiore raccolta storica di forme e vicende di resistenza nonviolenta – o almeno nonarmata, “senza armi” – alla dittatura e all’occupazione militare nazista, anche se la relativa letteratura su singoli casi è molto cresciuta in seguito. Il lavoro di Semelin si limita al periodo 1939-1943, allo scopo di illustrare le sole forme di lotta nonarmata , che rimasero autonome dalla lotta di resistenza armata, e non considera le esperienze successive (nonviolente e/o nonarmate), combinate o parallele alla lotta armata.
Semelin classifica le forme sociali riscontrate di resistenza nonarmata al nazismo nell’Europa occupata e nella stessa Germania, e per ogni forma indica alcuni casi storici più rappresentativi:
Forme generali. Tre tipi: Il lavoro al rallentatore (almeno tre casi); La stampa clandestina, «asse centrale» di ogni resistenza; L’infiltrazione delle amministrazioni (circa tre casi maggiori),
Mobilitazioni di popolazioni. Manifestazioni (11 casi); Scioperi (7 casi); Disobbedienza civile di massa (un caso); Movimenti popolari di resistenza “professionale” (3 casi)
Movimenti di assistenza agli Ebrei (5 casi)
Mobilitazioni istituzionali. Proteste (7 casi); Noncooperazione limitata (7 casi); Noncooperazione totale (6 casi).

2.1. Nonviolenza pragmatica e nonviolenza di principio
Non era certamente necessario che gli attori di queste azioni conoscessero l’insegnamento gandhiano sulla nonviolenza. Per ricordarli in questo discorso è sufficiente che abbiano agito senza violenza, con la forza umana che viene dalla coscienza di lottare per la giustizia. Distinguiamo azione “nonarmata” e azione “nonviolenta”. Col primo termine designo quelle azioni che, anche soltanto perché non dispongono di armi, usano mezzi non violenti, non offensivi né distruttivi, non omicidi, per ridurre o impedire una ingiustizia, una violenza. Riserverei la qualifica di azione “nonviolenta” a quelle lotte che, per ragioni di principio, perché rifiutano di fare violenza, non vogliono usare armi e mezzi distruttivi, anche nel caso che ne possano disporre. Si parla anche di nonviolenza pragmatica nel primo caso, e nonviolenza di principio nel secondo caso.
Comunque, anche le lotte “nonarmate”, con la loro eventuale relativa efficacia, dimostrano la possibilità di lottare per un fine giusto senza usare armi, senza uccidere e colpire, quindi senza aggiungere anelli alla catena di violenze che normalmente si riproduce e si allunga indefinitamente.
Affinché l’azione sia riconoscibile come nonviolenta, è necessario che sia i mezzi sia i fini siano giusti, non siano violenti. È infatti possibile che un fine ingiusto e violento sia cercato con mezzi in sé non violenti, ma usati come strumenti per una violenza. Anche senza armi si può fare violenza, in quelle sue diverse forme che sono la violenza strutturale (leggi, costumi, tradizioni, economie violente) e la violenza culturale (ideologie razziste, propaganda di ostilità, mitologie nazionaliste, culture violente della storia, ecc. ). Così avvenne col boicottaggio dei negozi degli ebrei all’inizio della persecuzione razziale nazista. Il boicottaggio è una pressione economica, analoga allo sciopero, che può valere come mezzo giusto per fermare o ridurre un dominio o un’azione violenta. Ma diventa esso stesso una violenza iniziale se usato in una serie di azioni con fine violento, come nel citato caso nazista.

2.2 Casi storici
I casi storici, registrati, documentati e descritti da Jacques Semelin, che assommano ad una cinquantina, si sono verificati nei seguenti quindici paesi europei: Belgio, Bulgaria, Cecoslovacchia, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Ungheria, quindi in quasi tutto lo spazio dominato o militarmente occupato dalla potenza nazista.

2.2.1. Gli ebrei danesi
È abbastanza noto, per la sua straordinaria efficacia, il salvataggio del 95% degli ebrei danesi da parte della popolazione che li nascose o li traghettò nella neutrale Svezia, ma è bene riportare qui il giudizio che ne diede Hannah Arendt: « La storia degli ebrei danesi è una storia sui generis, e il comportamento della popolazione e del governo danese non trova riscontro in nessun altro paese d’Europa, occupato o alleato dell’Asse o neutrale e indipendente che fosse. Su questa storia si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università ove vi sia una facoltà di scienze politiche, per dare un’idea della potenza enorme della nonviolenza e della resistenza passiva, anche se l’avversario e’ violento e dispone di mezzi infinitamente superiori» (Arendt, 2001, p. 178).
Noi possiamo integrare e correggere questa importante valutazione. Primo, il caso danese, pur rappresentando il maggiore successo nella difesa degli ebrei, non è vero che non trova alcun riscontro in altri paesi europei. Secondo, il termine “resistenza passiva” fu usato inizialmente da Gandhi, ma presto abbandonato a favore di espressioni che dicono il carattere attivo della nonviolenza, e questa operazione dei danesi fu ben attiva, non passiva. Infine, si deve riconoscere che l’occupazione tedesca della Danimarca si esercitò in forme meno dure o più blande che in altri paesi, ma progressivamente si indurì facendo crescere la resistenza danese, sia di base che governativa. Essa in parte usò anche le armi e il sabotaggio, ma fu principalmente – come si vede con evidenza nel Museo della Resistenza di Copenhagen – una tipica resistenza popolare nonviolenta, mediante forza e compattezza sostenuta da informazione capillare con la molta stampa clandestina.

2.2.2. Resistenza nonviolenta di cittadini tedeschi
Non consideriamo il lungo e ampio complotto militare, che, dopo una prima fase, previde l’azione armata contro la persona di Hitler, anche se alcuni ufficiali congiurati si rifiutarono di tentare di ucciderlo, «per non essere come lui». Se potremo indicare atti di resistenza nonviolenta di cittadini tedeschi, sia di singoli individui coraggiosi, sia di gruppi operanti con costanza, sarà una indicazione significativa della possibilità di tenere testa, senza imitarla, a una violenza delle più grandi. Anche quando l’azione nonviolenta non è efficace, o non pienamente efficace, resta come testimonianza di una possibilità che può essere ripresa e potenziata.
Richiamo dapprima qualche caso più noto (o meno sconosciuto) al grande pubblico: la propaganda degli studenti della Rosa Bianca, a Monaco e altrove, condannati a morte e uccisi, senza essere riusciti a sollevare l’opinione pubblica contro dittatura e guerra; l’azione di Oskar Schindler, che, dall’interno stesso del sistema nazista, a proprio rischio, salvò migliaia di ebrei (e io ho raccolto parecchi casi di “altri Schindler”); singoli casi di obiettori alla guerra e all’ideologia nazista, testimoni di alta resistenza morale spesso pagata con la vita: Franz Jägerstätter, Josef Mayr-Nusser (altoatesino), Helmuth James von Moltke, Dietrich Bonhoeffer, Max Josef Metzger, Clemens August von Galen, Bernhard Liechtenberg, ecc. Secondo qualche autore, gli scienziati tedeschi addetti alla costruzione della bomba atomica potrebbero avere rallentato il lavoro di ricerca per obiezione di coscienza.

2.2.2.1. Rosenstrasse
Uno degli episodi più significativi di resistenza nonviolenta efficace da parte di cittadini tedeschi contro la persecuzione razzista, tanto più bello perché opera di donne, è quello della Rosenstrasse, a Berlino nel 1943, riferito in diversi libri, articoli e in un film di Margarethe von Trotta (discusso per avere aggiunto alla vicenda storica elementi fantasiosi a scopo spettacolare).
Rosenstrasse è la via di Berlino in cui alcune migliaia di donne tedesche sostarono per protesta per sei giorni, nel marzo 1943, davanti all’edificio dell’organizzazione assistenziale ebraica, trasformato in prigione, costringendo infine Göbbels e Hitler, per timore che, dopo la sconfitta di Stalingrado, la protesta civile si estendesse, a liberare i 1.700-2.000 uomini ebrei, mariti o parenti delle donne, arrestati e destinati alla deportazione, alcuni dei quali, già internati in lager, furono ricondotti a Berlino. Dice Margarethe von Trotta: «Il fatto dimostra che in quel periodo si poteva davvero agire contro il nazismo se si fosse stati più coraggiosi».

2.2.2.2. I “giusti fra i tedeschi”
I “Giusti fra i popoli”, ricordati e onorati a Jad wa-Schem, il museo della Shoah a Gerusalemme, erano calcolati in numero di 22.000 nel 2007, da 44 paesi (http://www1.yadvashem.org/righteous_new/statistics_main.html). Di questi, i “Giusti fra i tedeschi” risultavano ad un certo momento 358 (La Repubblica, 19 dicembre 2002, p. 15). Questi, più quelli ancora ignoti, sono gli “altri Schindler” tedeschi. Quanti potranno essere stati in tutto?
Al Centro per le ricerche sull’antisemitismo dell’Università tecnica di Berlino si calcola che quando, il 19 maggio 1943, il governo nazista dichiarò Berlino “judenfrei”, cioè liberata dagli ebrei, vivessero nella città almeno 1400 ebrei clandestini, i cosiddetti “U-Boote” (sommergibili), nascosti ed aiutati da tedeschi non ebrei. Poiché l’esistenza di un clandestino poteva essere conosciuta in media da 4-5 persone, si conclude che, nella sola Berlino, già dichiarata “libera” da ebrei, almeno 5-7.000 tedeschi sfidavano la morte per proteggere gli ebrei. In tutta la Germania i “sommergibili” dovevano essere circa 4.000. Perciò alcune decine di migliaia di tedeschi proteggevano gli ebrei a loro rischio.
Calcolando anche i casi in cui l’aiuto fallì, il Centro berlinese stima che siano stati fra 50 e 80.000 i tedeschi impegnatisi ad aiutare gli ebrei. Il numero è considerevole, confrontato con l’immagine prevalente di una Germania tutta passiva di fronte alla crudeltà nazista, quando non complice. Di tutte queste “storie di ordinario eroismo” non più di qualche centinaio sono note. Pochissimi dei loro protagonisti hanno avuto un riconoscimento in Germania. In occasione dell’uscita del film Schindler’s List, i giornali tedeschi hanno raccontato alcune di queste storie. Altre sono raccolte nel libro di Eric Silver, Sie waren stille Helden (Furono eroi silenziosi). Ovviamente ci sono aspetti controversi nella ricostruzione di questi dati storici.
Dunque, è plausibile che 50-80.000 tedeschi abbiano aiutato coraggiosamente gli ebrei. Sui circa 70 milioni di tedeschi – tale era la popolazione nel 1940 – essi rappresentano l’1 per mille (senza contare la diminuzione della popolazione per i molti morti in guerra, che accresce la percentuale). Avviciniamo a questi il numero degli oppositori interni al nazismo: da un milione (secondo lo storico Salvadori) a tre milioni (secondo lo storico Vaccarino) si contano i tedeschi imprigionati nei lager per ragioni politiche, non razziali. Furono tanti? Pochi? Vorremmo evitare la questione quantitativa, sebbene non priva di significato e interesse, per concludere con l’indicazione sostanziale che qui ci importa: anche nella Germania dominata dallo hitlerismo era possibile resistere, sabotare, disobbedire agli ordini, proteggere i minacciati. Chi lo fece salvò vite umane, e il significato del mondo. Era possibile.
Dunque è possibile, anche in situazioni difficilissime quanto altre mai, comportarsi da umani, salvare l’umanità, la qualità umana di chi cade e di chi sopravvive. È necessario, però avere preparato per tempo la mente al giudizio lucido e giusto, e il cuore al coraggio della dignità che vale più della sicurezza fisica. La resistenza estrema certamente non è facile. Ancora più certamente, essa non si improvvisa (se non in casi eccezionali): la resistenza nonviolenta alla grande violenza la si prepara, la si impara, prima e fuori dal caso estremo e dal grande pericolo, con l’educazione, l’informazione, la coscienza dei valori umani da difendere.

2.3. Lo sciopero, lotta nonarmata contro il nazifascismo

2.3.1. In Italia
Lo sciopero è una delle tecniche tipicamente nonviolente, in forma più astensionista che interventista, in quanto di per sé (a parte manifestazioni e altre azioni che possono accompagnarlo) è una semplice noncollaborazione in un rapporto di lavoro criticato e contrastato perché ingiusto. Può essere più o meno impegnativo e costoso, secondo i casi e le circostanze. Nel marzo 1943, nell’Italia in guerra, e un anno dopo, nel 1944, ormai sotto occupazione tedesca, avvennero grandi scioperi operai nel triangolo industriale dell’Italia del nord.
Ricordo in breve qualcosa sullo sciopero del 1943, che non affrontava direttamente il potere nazista del quale stiamo parlando. Dall’8 al 13 marzo, circa 90-100 mila operai torinesi scesero in sciopero e con loro consistenti aliquote di operai di tre fabbriche milanesi. Il fatto notevole fu che allo sciopero tutti parteciparono: fascisti e non fascisti, persino quelli che facevano parte della milizia, scriverà nelle sue memorie il capo della polizia fascista, Carmine Senise. Il successo dello sciopero viene spiegato con gli obiettivi non direttamente politici (che non sarebbero stati compresi dalla massa degli operai), ma più vitali e necessari nella difficilissima situazione di vita durante la guerra. In realtà, insieme a queste, erano ben presenti motivazioni politiche per la pace separata, contro la guerra e contro il fascismo. Tra i molti documenti pubblicati da Spriano c’è una lettera di Farinacci a Mussolini: «Se ti dicono che il movimento ha assunto un aspetto esclusivamente economico ti dicono una menzogna». Si verificò anche il rifiuto di forze dell’ordine e della truppa di sparare sugli scioperanti. Ciò rendeva evidente la necessità della pace e l’impossibilità di raggiungerla sotto il fascismo. Così, prima degli industriali, prima dei gerarchi del Gran Consiglio e prima del Re (autori, questi, del colpo di stato del 25 luglio, dopo lo sbarco alleato in Sicilia), gli operai italiani toglievano fiducia al fascismo, grazie ad una lotta condotta con l’arma nonviolenta dello sciopero, dimostratosi in grado di provocare e svelare la perdita di legittimità di un potere dittatoriale, senza ricorrere a forme di scontro violento, anche perché avrebbero potuto diventare “suicide”. Per T. Mason l’8 marzo 1943 è «l’inizio della resistenza di massa». Gli operai patirono centinaia di arresti a Torino e Milano e decine di denunce al Tribunale speciale. Tuttavia, i comunisti, che avevano sostenuto lo sciopero dall’inizio, acquistarono nuovo prestigio, centinaia di operai si iscrissero al partito comunista, che conquistò un vasto appoggio popolare, e tutto ciò senza sacrificare una sola vita umana.

Dopo i grandi eventi bellici e politici del 1943 (sbarco alleato, caduta di Mussolini il 25 luglio, armistizio dell’8 settembre), riprendono gli scioperi alla fine di quell’anno, ormai sotto l’occupazione nazista. E’ importante vedere i loro effetti nei confronti del potere nazista occupante, attraverso le reazioni di questo.
Anzitutto, le autorità militari tedesche in Italia cercano di ottenere una “volontaria” ripresa del lavoro minacciando ma non usando la forza armata, e tentano di evitare l’intervento diretto di Berlino (Hitler aveva già trovato inconcepibile lo sciopero del marzo ’43 e ora deplora la debolezza del governo fascista della Repubblica Sociale Italiana), perché hanno bisogno di una relativa “collaborazione” popolare per gestire l’occupazione e per ottenere la produzione militare dalle fabbriche italiane. Dopo gli scioperi del novembre 1943, il plenipotenziario Rahn si vanta con Berlino di averli sedati con un preciso piano d’azione, consistente in realtà in concessioni salariali limitate, imposte al governo di Mussolini, ma criticate duramente da altri comandanti tedeschi. A questo punto però, una nuova ondata di scioperi si verifica a Milano e dintorni il 12-13 dicembre. Tra i capi tedeschi, insieme ad un atteggiamento più duro – che arriva a prevedere la legge marziale, l’internamento in Germania di qualche migliaio di persone e, per espressa autorizzazione del Führer, la fucilazione dei comunisti, insieme al progetto di subordinare le aziende italiane alla Wehrmacht – si trova anche l’opposizione a queste misure per la necessità di mantenere la collaborazione di imprenditori e operai italiani alla produzione militare. Ne risulta un’alternanza di minacce e promesse, secondo il metodo del bastone e della carota.
Questo è già un sintomo importante tanto del condizionamento che l’occupante subisce dalla sua stessa pretesa di occupare un paese, quanto delle possibilità che, per ciò stesso, la popolazione occupata ha di resistere con l’arma nonviolenta della noncollaborazione.
Gli scioperi di fine ’43 ottengono miglioramenti salariali e alimentari, ma la protesta continua. In gennaio 1944 ci sono scioperi, con una componente politica sempre più forte, in Lombardia e a Genova, dove otto comunisti sono uccisi, condannati a morte da una corte marziale italiana. È questo il più grave fatto di sangue della intera vicenda degli scioperi. Intanto, per effetto delle concessioni differenti tra le diverse zone e categorie e successivi complicati livellamenti, la produzione cala considerevolmente e ciò rappresenta un danno per i tedeschi occupanti, che ancora sono divisi sulle misure economiche e repressive da prendere.
Più dura è la reazione tedesca ai nuovi scioperi del febbraio: operai vengono deportati in Germania. Ma ciò non ferma il fenomeno: nel marzo 1944 un altro grande sciopero generale, il più grande della serie biennale, guidato dai comunisti, scoppiò nelle fabbriche del Nord Italia prolungandosi, completo e ininterrotto, dal 1° all’8 marzo 1944. Questo potente sciopero raccoglieva anche i frutti dei precedenti. Le rivendicazioni erano ora chiaramente politiche, con parole d’ordine quali «Via i tedeschi dall’Italia!» e «Pace subito!». Non si tratta soltanto di ottenere migliori condizioni economiche per la classe operaia, ma di andare ben più a fondo nella lotta contro il nazifascismo. I comunisti puntavano sull’insurrezione generale. L’adesione allo sciopero andò dal 50 al 100%. Il numero complessivo degli scioperanti arrivò almeno a mezzo milione. I tedeschi ricorsero ancora alla serrata delle fabbriche, ma questa volta furono d’accordo per adottare misure di estrema durezza: centinaia di arresti, minacce di fucilazione, cento persone deportate in Germania da Torino. Ma, nei fatti, la reazione fu moderata rispetto alla politica di occupazione di altri paesi: non fu necessario l’uso delle armi.

Quando Hitler seppe, giudicò troppo blande queste misure e ordinò che il 20% degli scioperanti (avrebbe voluto dire circa 70.000 uomini, calcolando solo 350.000 scioperanti) fosse immediatamente deportato in Germania a disposizione delle SS per essere avviati al lavoro.
Il fatto veramente straordinario, e unico per un ordine di deportazione, fu che Rahn, a proprio rischio, indusse Hitler a ritirare il suo ordine, col motivo che tale misura sarebbe stata molto controproducente: una gran parte di quei 70.000 uomini sarebbero passati alle bande partigiane, e la produzione industriale ne sarebbe stata enormemente danneggiata.
Hitler, dunque, cede a Rahn, ma indirettamente cede agli operai scioperanti e alla loro avversione ai tedeschi, subisce il coordinamento fra gli scioperi degli operai e l’azione dei partigiani.
Le conseguenze per gli operai furono in definitiva modeste: probabilmente 1.200 (il numero esatto non è certo) deportati in Germania. Questa misura fu efficace ai fini degli occupanti, perché bloccò gli scioperi fino all’aprile 1945, al momento dell’insurrezione finale. Ma è pure significativa delle possibilità di condizionamento di un potere militare come quello nazista, da parte di un’azione nonarmata di massa: invece dei 70.000 operai voluti da Hitler ne furono deportati 1.200, cioè lo 0,5% degli scioperanti invece del 20%. Da un ordine furioso di Hitler si arrivò al caso unico di un ritiro della volontà del dittatore in materia di deportazione.
Lo sciopero non ebbe risultati economici, non divenne insurrezione generale, ma fu un grande segnale politico. Il suo vero significato «fu di aver messo in evidenza in Italia e all’estero il forte radicamento delle forze antifasciste, di aver dimostrato la forza del Partito comunista e di aver rafforzato lo spirito di opposizione della classe operaia», scrive Klinkhammer, il principale studioso dell’occupazione tedesca in Italia.
Ragionieri parla brevemente di questo sciopero del marzo ’44 in una sola pagina, salvo mio errore, ma fa un’affermazione significativa in ordine al carattere non solo armato della Resistenza: «in questo intreccio di scioperi e guerriglia, di azione militare e rivendicazioni sociali risiede il tratto peculiare e distintivo della Resistenza italiana». Battaglia riferisce episodi di resistenza nonarmata opposta da operai anche molto giovani alla repressione che esercitava una diretta minaccia armata, alla Oto di La Spezia e alla Ducati di Bologna.
Lutz Klinkhammer, in un convegno sulla Resistenza nonarmata, giudica questa mobilitazione antifascista delle masse operaie «presagio di una massiccia resistenza civile senz’armi». Egli sottolinea il valore politico di questa forma nonarmata di resistenza: «Come dimostrazione politica, lo sciopero generale ebbe una grandissima importanza. Fu la più grande protesta di massa con la quale dovette confrontarsi la potenza occupante: attuata dimostrativamente senza aiuti dall’esterno, senza armi ma con grande energia e sacrifici. E non fu soltanto (assieme a quello dell’anno precedente) il più importante sciopero in Italia dopo vent’anni di dominio fascista, fu anche il più grande sciopero generale compiuto nell’Europa occupata dai nazionalsocialisti».

2.3.2. In Europa
Lo sciopero italiano del ’44 fu il maggiore ma non l’unico grande sciopero dell’industria nell’Europa occupata dai nazisti. Rende giustizia all’intera resistenza nonarmata europea Jacques Semelin, che ricorda i seguenti scioperi: Paesi Bassi 25-26 febbraio 1941, Belgio 10-20 maggio 1941, Francia 27 maggio-9 giugno 1941, Lussemburgo 31 agosto-4 settembre 1942, Francia ottobre-novembre 1942, Danimarca agosto 1943, Paesi Bassi aprile-maggio 1943.
Semelin sottolinea la vasta adesione allo sciopero francese del 1941 e dice che fu «il primo che abbia messo in questione il principio dell’occupazione». Dello sciopero nei Paesi Bassi del 1943, Semelin scrive che fu «senza dubbio il più grande sciopero della storia dell’occupazione nazista in Europa, perché si stima che vi presero parte circa mezzo milione di persone». Ma questa è la valutazione minima del numero degli scioperanti italiani del 1944. Dunque, lo sciopero italiano del 1944 fu più grande di quello dei Paesi Bassi del 1943 e quindi il più grande in assoluto sotto occupazione nazista. Non l’unico, dunque, ma il più importante, si deve giustamente dire dello sciopero italiano del 1944, come ben riconosce Klinkhammer.
D’altra parte, Semelin non tiene conto degli scioperi italiani delle due primavere 1943 e 1944, ma dobbiamo riconoscere che il secondo, il più importante, è oltre il periodo storico 1939-1943 a cui si limita il suo lavoro di ricerca.
Insomma, diversi storici italiani ignorando gli altri scioperi nell’Europa occupata, Semelin trascurando quelli italiani, testimoniano che l’informazione degli storici sulla resistenza nonviolenta al regime nazista è ancora parziale, persino quando, come Semelin, vi si dedicano specificamente e meritoriamente. C’è ancora da scavare nella miniera delle lotte nonviolente di tutti i tempi, trascurate dalla storiografia più affermata.

2.3.3. In Danimarca
Degli scioperi in Danimarca Semelin sottolinea l’importante effetto politico. J. Bennet riferisce che un membro dello stato maggiore tedesco occupante scrisse che in seguito a quegli scioperi e sabotaggi dell’agosto 1943, «la reputazione dell’esercito tedesco era scaduta e aveva toccato il fondo». Bennet riferisce anche di un altro sciopero generale (anche questo fuori dal periodo 1939-1943 a cui si è limitato Semelin), quello di Copenhagen nel giugno 1944, sciopero che costrinse i tedeschi a desistere dalla repressione e a fare concessioni. La stessa informazione è data da J.H. Barfod, con altri particolari. J. Haestrup, nel breve libretto considerato il più autorevole sulla resistenza danese, registra quello che fu l’effetto generale della lotta, ma principalmente degli scioperi generali e diffusi dell’agosto 1943: «la ferita politica e psicologica all’autorità di occupazione, dovuta al fatto che la Danimarca, immaginata e proclamata [dai tedeschi, n.d.r.] modello di protettorato (…), distrusse questa immagine (…). Questo smascheramento, notato dagli alleati, condusse ad un crescente riconoscimento della Danimarca come alleato de facto».

2.3.4. Dalla storia alla strategia
Torniamo allo sciopero italiano del 1944. E’ abbastanza evidente, in questo caso storico, la forza di un mezzo classico di difesa nonarmata, quale è lo sciopero, usato da una componente sociale compatta e consapevole; forza che si dimostra in grado di mettere in una singolare difficoltà anche i metodi repressivi di Hitler, sia pure grazie alla circostanza, in sé contraddittoria, della necessità del lavoro di questi operai per l’esercito tedesco. Il fatto di questo sciopero si presenta, come ogni fatto storico, circostanziato e determinato, ma è sufficiente a provare, insieme a tanti altri, che mezzi nonarmati possono bloccare la potenza anche di un regime militare feroce al massimo grado.
Nel 1993 e 1994, le rievocazioni degli scioperi nel cinquantenario hanno visto gli aspetti di classe, di fabbrica, il significato antifascista e contro la guerra, ma (salvo mio errore) non hanno colto ciò che qui intendiamo sottolineare, il valore di un mezzo di resistenza e lotta nonviolenta contro il nazismo. Non mi risulta che la comunità degli storici, in occasione del cinquantenario dell’inizio della Resistenza e dello sciopero del 1944, abbia dimostrato, salvo poche eccezioni, attenzione a questo significato.
Aldo Capitini invece seppe cogliere subito il valore di quegli scioperi come parte costitutiva della Resistenza (anche se vedeva in questa, con qualche apprensione, la lotta di una coscienza di minoranza). La vigilia della capitolazione della Germania, egli scriveva: «Questa è la vittoria della minoranza che per vent’anni è stata antifascista, dei giovani che hanno combattuto nelle bande dei patrioti, dei lavoratori che hanno scioperato contro il governo fascista del ’44. È la pace della moltitudine italiana, ma non è la sua vittoria». Perciò Capitini si domandava: «Sono gli uomini preparati a tutti questi atti che la pace esige per stabilirsi durevole su tutta la estensione dei continenti e degli oceani?».
Potremmo attualizzare la sua domanda, senza voler rispondere: è rimasta la forza del lavoro capace, o almeno si prepara a diventarlo, di lottare per conquistare, insieme ai propri diritti vitali e al proprio benessere, il diritto generale e basilare alla pace, anche negando la propria collaborazione all’apparato militar-industriale, che di continuo genera guerre nel mondo?
Naturalmente, passando dalla storia alla strategia, ci si deve chiedere se i mezzi nonviolenti sarebbero sufficienti a far cadere, e non solo a bloccare in un singolo atto o periodo o luogo, un regime violento come quello nazista. Nel cercare una risposta, bisognerà considerare che singoli ma numerosi episodi di resistenza nonarmata efficace in condizioni molto difficili, quali furono in grado massimo quelle imposte dal dominio nazista, suggeriscono che molte ulteriori possibilità latenti possono essere sviluppate se questi metodi vengono scelti a preferenza di quelli armati (più dolorosi e costosi per le popolazioni in termini fisici immediati e in prolungate conseguenze morali), se vengono studiati e sperimentati per tempo, in modo da costituire una cultura della difesa e una strategia nonviolente, strutturate almeno quanto lo sono finora la difesa e la strategia militari.
E bisognerà pure ricordare che regimi autoritari e violenti sono stati prima erosi e poi rovesciati, senza uso di violenza, nel mirabile 1989, dalla crescita di cultura, di coscienza autonoma e quindi dal rifiuto del consenso popolare. Certamente, ciò si è verificato in concorso con circostanze favorevoli che hanno indebolito quei regimi. Ma, anzitutto, nelle vicende storiche, tutto è sempre condizionato dalle circostanze. Poi, tra le condizioni, va riconosciuto un posto primario alla cultura e coscienza politica, dalla cui qualità e orientamento dipendono anche gli effetti degli altri fattori (così come dalla loro debolezza deriva spesso la precarietà di certe sofferte conquiste).
La cultura della resistenza nonarmata ad ogni potere prevaricante, esterno o interno ad un paese, è il mezzo più sicuro e continuativo di difesa dei diritti umani, tra cui è supremo il diritto alla pace. Questo tipo di resistenza, persino nelle circostanze più difficili e sfavorevoli, merita di essere indagato nella storia con sguardo libero e nuovo, per potere imparare a praticarlo quando è necessario.

2.4 Resistenza nonviolenta italiana
La Resistenza italiana non fu soltanto lotta armata. La prima e seconda storiografia sulla Resistenza vedevano la forma militare come prevalente, se non unica. Poi, fu merito soprattutto di studiose della storia femminile la scoperta e valorizzazione delle forme, coraggiose e pericolose, di resistenza all’occupazione nazista senza uso di armi, con la sola forza della solidarietà, della noncollaborazione, della protezione e nascondimento. La fonte principale fu la memoria delle persone. Anche un bambino come ero io (nato nel 1935) ricorda numerosi episodi familiari e paesani di questa resistenza morale e pratica.
Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, in La Resistenza taciuta, (uscito nel 1976 e ristampato nel 2003), testimoniano questa realtà raccogliendo dodici vite di partigiane piemontesi Queste opere d’inchiesta e testimonianza sulla partecipazione delle donne, effettiva ma per lo più disarmata, alla lotta di Resistenza, hanno promosso tra gli storici l’individuazione e il riconoscimento, dapprima gravemente mancato, del fatto e del concetto di resistenza nonarmata e nonviolenta, concetto «di valore euristico» (Claudio Pavone, Il Ponte, n. 1/1995), realtà ben diversa dalla resistenza passiva.
Chi lavora per la trasformazione nonviolenta della gestione dei conflitti acuti, e cioè per superare il disumano infelice giudizio delle armi nelle contese umane (anche quando le armi sono a servizio della causa giusta), trova, in questi lavori storici che danno il giusto riconoscimento al contributo delle donne alla civilizzazione, un motivo di profonda gratitudine e ammirazione per l’insegnamento prezioso che da essi ci viene. E non si trattava affatto di azioni facili: quando fallivano, costavano anche la vita. Basterebbe riconoscere queste forme di resistenza per vedere che la nonviolenza, spesso con una sua efficacia, vale anche contro un potere duro e violento come quello nazista.
Il libro di Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di donne 1943-1945, uscito nel 1995, continuava questa ricerca su diversi aspetti dell’opposizione delle donne alla guerra: p. es. il “maternage” di massa, cioè l’opera enorme di nascondere e rivestire in borghese i militari sbandati dopo l’8 settembre, oppure i prigionieri alleati fuggitivi, e poi la pietà per i morti, anche nemici,. Il libro è introdotto da un ampio saggio critico di Anna Bravo, Donne, guerra, memoria, che mostra la vasta realtà della resistenza senz’armi attuata dalle donne e contribuisce a individuare un’immagine della difesa che supera la guerra, e la realtà della cittadinanza attiva svincolata dalla figura del cittadino in armi, nata con la Rivoluzione francese e trasmessa fino agli stati democratici: si veda quanto distorta e insensata è la celebrazione della festa della Repubblica, il due giugno, ricorrenza unicamente civile, con una parata militare.
Questo libro di Bravo e Bruzzone ha portato ad un autorevole mutamento nella considerazione della resistenza civile da parte di uno storico quale Claudio Pavone. Infatti, è interessante notare che Claudio Pavone, nell’importante e ampio volume Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, del 1991, non si dimostrava sensibile alla ricerca sulla Resistenza non armata (tanto che trascurava del tutto la figura di Aldo Capitini, che da lungo tempo aveva combattuto il fascismo con insolita profondità di motivi, ma senza mai prendere le armi; e, attraverso una citazione di una testimone ebrea, presentava un’idea del tutto inadeguata della nonviolenza come una posizione «metastorica» e irresponsabile; cfr ivi, p. 414). Invece, introducendo, nel 1995, il numero della rivista Il Ponte dedicato al 50° della Resistenza, Pavone si sofferma sul saggio di Anna Bravo contenuto nel fascicolo (corrispondente all’introduzione al libro In guerra senza armi), per rilevare il «valore euristico» del concetto di resistenza civile ivi proposto, che è – scrive Pavone – «qualcosa di più ampio» della cosiddetta resistenza passiva, ma è – come dice appunto Anna Bravo – una «pratica di lotta» con mezzi diversi dalle armi (Il Ponte, citato, p. 13.).
Il concetto di resistenza civile vale dunque a superare la tendenza, rilevata da Claudio Dellavalle nello stesso fascicolo, ad adottare «il criterio militare come criterio prevalente» (ivi, p. 12). Pavone scrive ancora: «La Resistenza civile rimane una forma di Resistenza. I suoi confini con l’esercizio della violenza, anche di quella più palesemente difensiva, non sono sempre sicuri. Sicura è invece la sua distanza da quella “zona grigia” in cui si ritrovano coloro che i resistenti bollavano come “attesisti”» (ivi, p. 13).
Ricordo ancora il lavoro di Antonio Parisella, Sopravvivere liberi. Riflessioni sulla storia della Resistenza a cinquant’anni dalla Liberazione, del 1997. L’Autore, in questa raccolta di saggi, valorizza la lotta nonarmata, definita «una scoperta del Cinquantenario», partita dalla cultura nonviolenta e finalmente entrata sotto l’attenzione degli storici. Parisella mostra come la lotta per la sopravvivenza fisica e ideale, lungi dall’essere “attendismo”, è componente essenziale e basilare della Resistenza al nazifascismo come di ogni lotta di resistenza. La liberazione è il compimento della sopravvivenza, e questa è l’inizio della liberazione. Parisella cita Collotti e Klinkhammer: «Quando la resistenza civile assume forme collettive può avere una forza anche superiore a quella di un gesto armato». Si ricava l’immagine della resistenza nonarmata come un cerchio molto ampio, che comprende mille forme e modi autonomi, entro il quale sta il cerchio minore, per quanto importante, della resistenza armata; immagine che rovescia quella tradizionale tutta e solo armista. È proprio contro poteri violenti, e molto violenti, che questo scarto, questo cambio del gioco, può liberare possibilità di difesa e di lotta che frustrano la violenza pura e semplice. Certamente, non senza rischi e costi, anche alti. Ma con altrettanta certezza confrontabili con i rischi e i costi della resistenza armata, che possono essere anche più gravi, con una probabilità di successo non sempre superiore, e molto facilmente con l’effetto disumanizzante prodotto dall’uso delle armi omicide.
Lidia Menapace, in Resisté. Il dito e la luna, del 2001, racconta, in base alla propria esperienza partigiana, che nella Resistenza si poteva fare obiezione di coscienza all’uso delle armi, insomma che la vicenda fu molto più ricca di quanto la tradizione della storiografia italiana (molto politico-militare e poco sociale e popolare) ci abbia trasmesso.
Vale anche qui ciò che abbiamo considerato sopra, a proposito degli scioperi operai sotto il nazismo: l’esperienza storica deve poter insegnare qualcosa alla concezione, alla politica, alla strategia di difesa da qualunque pericolo di violenza sulla società.

3. Si poteva avversare, contenere, abbattere il Reich senza la guerra?

Nella critica del pacifismo nonviolento si sente spesso citare il caso della seconda guerra mondiale, come quello che tragicamente ma semplicemente dimostra la necessità della guerra contro tirannie violente come quella nazista.
Credo che resti ancora ben discutibile tale dimostrazione. La tirannia nazista nacque anche da errori politici (Versailles) e da deviazioni culturali (razzismo teorizzato e praticato, per esempio nelle colonie) di quegli stati e popoli che poi la combatteranno. I ritardi nel capire, nel contrastare con mezzi umani ben prima che militari, si scontano alla fine col trovarsi cacciati nel vicolo cieco – cieco per tutti – della guerra. Galtung 1989 scrive che la lotta al nazismo «fu un chiaro esempio di “troppo poco, troppo tardi”» (p. 41)
La domanda paradossale se nel 1945 non abbia per caso vinto Hitler, non è insensata. Caduti i regimi nazifascisti, non è superata l’idea nazifascista. Sconfitta la Wehrmacht si è imposto il dominio sul mondo del ricatto atomico esteso. Non è anche il nuclearismo una dittatura minacciosa? L’arma che Hitler non riuscì ad avere l’hanno costruita e usata i suoi nemici, ponendola come una minaccia incombente sul mondo.
Bisognava certamente fermare e detronizzare Hitler, ma la guerra è stato il modo peggiore, solo apparentemente necessario e risolutivo. Il fatto è che la cultura politica è povera di pensiero e volontà riguardo a mezzi d’azione vitali e non mortali, usati per tempo. Un realismo angusto rinuncia a riconoscere nella storia fatta e a costruire nella storia da fare, mezzi non omicidi per trasformare i conflitti da distruttivi a costruttivi.

3.1. Chi ha vinto?
Dunque, chi ha vinto la seconda guerra mondiale? L’ha vinta Hitler? La domanda non è assurda. La violenza di Hitler fa pensare che, se avesse avuto la bomba atomica, l’avrebbe usata senza esitazione (ancor meno della poca esitazione degli Stati Uniti nell’agosto 1945). Disse che la guerra sarebbe stata decisa «negli ultimi cinque minuti». Per fortuna, forse anche per il boicottaggio mediante “lavoro rallentato” degli scienziati tedeschi, Hitler non ebbe per primo la bomba. Ma il suo sterminismo non è forse sopravvissuto a lui, ereditato dalle mani dei vincitori? Non più come uso diretto effettivo, dopo Hiroshima e Nagasaki, ma come minaccia incombente, proliferata e continuamente cresciuta nei decenni. Diversi autori si chiedono di chi fu la vittoria oscura in quella guerra.
«La pesante eredità della seconda guerra mondiale è ancora tra noi, tanto che alcuni studiosi hanno detto che quella guerra fu vinta da Hitler» (Giovanni Salio, 1991, p. 23).
«Hitler ha vinto la guerra», Vercors (l’autore di Le silence de la mer, che nel ’57 restituì la Legion d’onore per protesta contro la guerra e le torture d’Algeria) lo disse nel 1968, quando l’Urss invase la Cecoslovacchia e Praga (il manifesto 13 giugno 1991, p. 10, per la morte di Vercors).
Marek Edelman, uno degli ultimi sopravvissuti del Ghetto di Varsavia dichiara che la guerra in Bosnia è la «vittoria postuma di Hitler». Egli constata semplicemente che «l’era del “tutto è possibile” non si è conclusa con la disfatta della Germania nazista, nonostante il grande giuramento da cui è nata l’Europa comunitaria» (Libération, 26 juillet 1993).
«Il nazismo è in mezzo a noi, ha vinto non politicamente, ma moralmente, psicologicamente, culturalmente» (Giancarlo Gaeta, citato da Rinalda Carati in un articolo su Simone Weil, l’Unità, 18 giugno 1997).
«Al termine della seconda guerra mondiale il nazismo e il militarismo giapponese risultarono sì sconfitti, ma nessuno può affermare seriamente che in tal modo “the world” sia diventato “safe for democracy”; noi sappiamo che le innumerevoli guerre, nel cosiddetto Terzo Mondo, che hanno tratto origine dalla vittoria conquistata con puri mezzi militari, considerate globalmente e messe a confronto, hanno lasciato dietro di sé più morti e provocato più distruzioni che non il conflitto, all’apparenza insuperabile quanto a brutalità e vittime, verificatosi tra il 1939 e il 1945» (Ekkehart Krippendorff 2003, p. 107).
Giuliano Pontara, (1996, p. 133), cita alcuni testi di Gandhi. Uno dell’11 agosto 1940: «Hitler ha brutalizzato non solo i tedeschi, ma una larga parte dell’umanità. E ancora non si è giunti al termine di tutto ciò. Infatti l’Inghilterra, finché continuerà a seguire il metodo tradizionale [cioè la violenza bellica per proteggere il diritto; n.d.r.], dovrà imitare i metodi nazisti se vorrà opporre una resistenza efficace. Dunque il logico risultato del metodo violento è quello di brutalizzare sempre di più l’uomo» (Gandhi 1996, p. 25). Gandhi aveva già presentato questo argomento nell’appello del 7 luglio 1940, in cui proponeva all’Inghilterra un coraggioso metodo alternativo di resistenza nonviolenta, che non avrebbe comportato la contaminazione, ma la più radicale resistenza al nazismo (pp. 248-251): «Voi volete eliminare il nazismo, ma non riuscirete mai ad eliminarlo adottando i suoi stessi metodi. (…) La guerra non può essere vinta in altro modo. In altre parole voi dovrete divenire più crudeli dei nazisti». E prima ancora, il 18 maggio del 1940, con un severo giudizio che non si può liquidare in fretta, Gandhi affermava ciò che è più grave, cioè che questa contaminazione non è soltanto l’effetto della guerra, ma è già nella concezione politica alla base delle democrazie che non escludono la violenza: «La democrazia, finché è sostenuta dalla violenza, non può fare l’interesse dei deboli o proteggerli. La mia concezione della democrazia è che sotto di essa il più debole deve avere le stesse possibilità del più forte. Questo può avvenire soltanto attraverso la nonviolenza. (…) Nel vostro paese [gli Usa] la terra appartiene a pochi capitalisti. Lo stesso avviene in Sud Africa. Queste grandi proprietà possono essere mantenute soltanto con la violenza, velata o aperta. La democrazia occidentale, nelle sue attuali caratteristiche, è una forma diluita di nazismo o di fascismo. Al più è un paravento per mascherare le tendenze naziste e fasciste dell’imperialismo» (p. 140). Prima di respingere questo giudizio, riflettiamo.
Sulla democrazia che è incompatibile con la violenza e la guerra, ed è vera e non formale soltanto se nonviolenta, Gandhi aveva già scritto il 12 novembre 1938: «La democrazia e la violenza non possono coesistere. Gli stati che oggi sono formalmente democratici, o sono destinati a divenire apertamente totalitari, oppure, se vogliono divenire veramente democratici, devono avere il coraggio di divenire nonviolenti» (pp. 270-271).
Pontara 1996 osservava ed elencava una serie di sviluppi violenti nella situazione del mondo, e concludeva: «Ci si può chiedere se la guerra, in effetti, non l’abbia dopo tutto vinta Hitler, e se Gandhi non avesse, in fin dei conti, ragione» (p. 134). Alle osservazioni di Pontara di allora, noi possiamo oggi aggiungere che il nazismo sopravvive e imperversa non tanto nei gruppuscoli neo-nazi che compiono nefandezze, quanto soprattutto nella pratica dispiegata del dominio violento da parte dei poteri economici occulti, multinazionali che sfuggono e irridono ogni legge, anche economica, e da parte dei poteri militari aggressivi sprezzanti ogni legge internazionale: ciò che li muove è la cultura della disuguaglianza tra gli esseri umani e un diritto assoluto della forza. C’è molta differenza dal razzismo biologico e dal culto della violenza, anima del nazismo del Novecento? Questo è stato veramente vinto?
Pontara 2006, in L’Antibarbarie (pp. 29 e 322), individua otto componenti essenziali dell’ideologia nazista , che riscontra tali e quali nel mondo di oggi, alle quali oppone otto antidoti prodotti dal movimento gandhiano, pure presenti oggi, da rafforzare e sviluppare. Credo utile presentare le une e gli altri nella seguente tabella.

1. la visione del mondo come 1. il mondo come teatro delle
teatro di una spietata lotta forze costruttive
per la supremazia
2. il diritto assoluto del più forte 2. il primato della democrazia
3. lo svincolamento della politica 3. la subordinazione della politica
da ogni vincolo morale all’etica
4. l’elitismo (diritto di dominio che una 4. l’umiltà dell’egualitarismo
élite si attribuisce in quanto “superiore”)
5. il disprezzo per il debole 5. l’empowerment dei deboli
6. la glorificazione della violenza 6. la dissacrazione della violenza
7. il dovere assoluto di obbedienza 7. la responsabilità della disobbedienza
8. il dogmatismo fanatico 8. il fallibilismo

Johan Galtung, il decano mondiale dei peaceresearchers, oggi attivo ottantenne, scriveva già nel 1984: «L’Ordine Nuovo voluto da Hitler si riprodusse in larga misura nell’Europa della guerra fredda». Descritta questa situazione nell’est e nell’ovest, prosegue: «In breve: l’Europa dei nostri giorni è, in larga misura, una creazione di Hitler. E questo ha conseguenze molto lontane, anche nel profondo delle strutture delle alleanze» che si oppongono nella guerra fredda. «Le due Germanie, sottomesse con la forza, pur rifiutando il nazismo, ne riproducono gli aspetti principali». Nella RDT col partito unico di stampo dittatoriale, nella RFT «con un aspetto ancora peggiore del nazismo: lo sterminismo come possibile approccio alla politica internazionale (…): “meglio morti che rossi” è lo slogan emblematico che si può dedurre dalla politica ufficiale della Germania Occidentale» (pp. 66-67).
E ancora Galtung nel 1989: «Il regime nazista fu battuto, ma solo dopo che riuscì a sterminare il 55% degli ebrei europei. La maggior parte degli oppressori sopravvissero e furono reintegrati, non ci fu nessuna riconciliazione (…). In breve, grosso modo, la conclusione è orribile ma inevitabile: i nazisti vinsero. (…) Essi raggiunsero uno dei loro maggiori obiettivi e ne uscirono sostanzialmente assolti» (pp. 41-42).

Questa lunga serie di citazioni, di una decina di autori anche importanti, non pretende di essere una dimostrazione per la nonviolenza, ma solo di suggerire, con delle indicazioni “a contrario”, che la guerra al nazismo (che avrebbe potuto essere evitata con una politica più previdente e qualificata), non lo sconfisse veramente, e dunque non può essere facilmente glorificata come vittoria sul massimo male e massima prova della necessità e giustificabilità della guerra nel caso estremo. Abbiamo sentito Gandhi: la guerra non può essere vinta in altro modo che imitando e superando in violenza il violento. La guerra premia la violenza, non il diritto e la ragione (se non per caso).

3.2. Obiezione
Però, mi faccio questa obiezione: ma allora, se davvero ha vinto Hitler, la nonviolenza – quegli ammirevoli tentativi, che abbiamo visto, di resistenza e opposizione al nazismo con la forza morale umana, senza usare violenza – è stata sconfitta da lui insieme alla guerra degli alleati! Se ha vinto Hitler, sia la scelta bellica, sia la scelta nonviolenta, sono state sconfitte. Allora, una violenza alta come quella nazista è invincibile, non può essere fermata e vinta dalla nonviolenza, secondo il problema che ci siamo posti all’inizio di questi appunti? Per cercare di dimostrare l’impotenza della guerra, non stiamo dimostrando anche l’impotenza della nonviolenza?
Potremmo tentare di rispondere, osservando di nuovo che la guerra fu una risposta tardiva e sbagliata (obbligata dal ritardo) alle violente pretese naziste. Potremmo dire che i tentativi nonviolenti soffrirono anche l’impreparazione culturale e strategica di questo metodo di lotta (la conoscenza e la pratica delle lotte gandhiane e delle altre simili è cresciuta in gran parte dopo la seconda guerra mondiale).
Certo, nell’ipotesi della sopravvivenza di quelle otto caratteristiche del nazismo vinto ma vincitore, potremmo aggiungere al primo problema – se la nonviolenza valga contro forze molto violente – quest’altro: vale la violenza bellica a sconfiggere davvero una terribile violenza spirituale e materiale come fu il nazismo?
Né l’una né l’altra scelta possono vantarsi di avere superato ed espulso dalla storia quella forma massima di male che fu il nazismo, ma la nonviolenza ha il triste vantaggio sulla guerra, di poter dire che non ha potuto dispiegare tutti i suoi mezzi. Se la guerra è male contro male, con effetti di male, la buona politica del conflitto è lo sviluppo della cultura, della politica, della strategia nonviolenta forte e attiva.

3.3 Gandhi a Hitler: la violenza può perdere, non la nonviolenza
Anche Gandhi fece un suo “attentato” a Hitler: tentò di parlargli “da amico”, durante la guerra, con questa lettera che la censura inglese bloccò, impedendo che arrivasse al destinatario. Anche tutta la sua azione precedente fu un tentativo simile a questo.

Caro amico,
se mi rivolgo a lei chiamandola amico non è per formalità. Io non ho nemici. La mia occupazione negli ultimi 23 anni è consistita nell’ottenere l’amicizia dell’umanità intera, mostrandomi amico degli esseri umani al di là delle distinzioni di razza, colore o credo.
Spero che abbia il tempo ed il desiderio di sapere in che modo una parte consistente di umanità, che vive sotto l’influenza di questa dottrina dell’amicizia universale, considera la sua azione. Non abbiamo dubbi riguardo al suo coraggio ed alla sua devozione verso la sua patria, né crediamo che lei sia il mostro descritto dai suoi oppositori. Ma i suoi scritti e le sue dichiarazioni e quelli dei suoi amici e ammiratori lasciano pochi dubbi sul fatto che molte delle sue azioni sono mostruose ed avverse alla dignità umana, soprattutto nel giudizio di uomini che come me credono nell’amicizia universale. Ad esempio l’umiliazione della Cecoslovacchia, la violenza contro la Polonia e l’annessione della Danimarca. Sono consapevole che, secondo la sua visione della vita, queste spoliazioni sono atti virtuosi. Ma noi siamo stati abituati fin dall’infanzia a considerare atti simili come atti che degradano l’umanità. Per questo non possiamo assolutamente augurarci che le sue armi abbiano successo.
Ma la nostra posizione è unica. Noi resistiamo all’imperialismo britannico non meno che al nazismo. Se c’è una differenza, è nel grado. Un quinto della razza umana è stato messo sotto lo stivale britannico, con mezzi non ineccepibili. La nostra resistenza non vuol dire che vogliamo far male al popolo inglese. Cerchiamo di convertirlo, non di sconfiggerlo sul campo di battaglia. La nostra è una rivolta non armata contro il dominio britannico. Sia che riusciamo a convertirlo o no, siamo determinati a rendere impossibile il loro dominio con la non-cooperazione non-violenta. Si tratta di un metodo per sua natura indefettibile. E’ basato sul riconoscimento del fatto che nessuno sfruttatore può raggiungere il suo scopo senza un certo grado di collaborazione, volontaria o forzata, della vittima. I nostri governanti potranno avere la nostra terra ed i nostri corpi, ma non le nostre anime. Potranno avere i primi solo con la completa distruzione di ogni indiano – uomini, donne e bambini. E’ vero che non tutti possono giungere a ad un tale grado di eroismo e che una certa quantità di terrore può piegare una rivolta, ma è un argomento che non centra il punto. Ma se si troveranno in India un certo numero di uomini e donne pronti, senza alcuna cattiva intenzione contro gli sfruttatori, a perdere la vita piuttosto che piegare le ginocchia davanti a loro, saranno essi a mostrare la via per liberarsi dalla tirannia della violenza. Le chiedo di credermi quando le dico che trovereste un numero sorprendente di tali uomini e donne in India. Essi hanno ricevuto questo addestramento negli ultimi vent’anni.
Nell’ultimo mezzo secolo abbiamo cercato di liberarci dal dominio inglese. Il movimento per l’indipendenza non è mai stato forte quanto oggi. L’organizzazione politica più potente, il Congresso Nazionale Indiano, sta cercando di raggiungere questo scopo. Abbiamo raggiunto un successo apprezzabile attraverso lo sforzo non-violento. Eravamo incerti sui mezzi migliori da adoperare per combattere la violenza meglio organizzata al mondo, che il potere britannico rappresenta. Lei lo ha sfidato. Resta da vedere quale sia meglio organizzato, quello tedesco o quello britannico. Noi sappiamo cosa vuol dire lo stivale britannico per noi e per le razze non-europee del mondo. Abbiamo trovato nella non-violenza una forza che, se organizzata, può senza dubbio combattere contro una combinazione delle forze più violente del mondo. Nella tecnica non-violenta, come ho detto, non c’è una cosa come la sconfitta. Si tratta di ‘vincere o morire’, senza uccidere o arrecare sofferenza. Può essere impiegata praticamente senza denaro e ovviamente senza l’aiuto di quella scienza della distruzione che avete portato a tale perfezione. E’ motivo di meraviglia per me che lei non veda che essa non è monopolio di nessuno. Se non gli inglesi, qualche altro potere perfezionerà il vostro metodo e vi batterà con le vostre stesse armi. Lei non lascia in eredità al suo popolo nulla di cui possa sentirsi orgoglioso. Non può essere orgoglioso del racconto di azioni crudeli, benché abilmente pianificate. Quindi, in nome dell’umanità, mi appello a lei affinché fermi la guerra. Non ci perderà nulla a rimettere tutti i motivi di disputa tra lei e la Gran Bretagna ad un tribunale internazionale scelto di comune accordo. Se avrà successo nella guerra, ciò non significherà che abbia ragione. Ciò proverà soltanto che il suo potere di distruzione era maggiore. Al contrario, una sentenza da parte di un tribunale imparziale mostrerà, per quanto umanamente possibile, da quale parte sta la ragione.
Lei sa che non molto tempo fa ho fatto un appello ad ogni inglese ad accettare il mio metodo della resistenza nonviolenta. L’ho fatto perché gli inglesi mi conoscono come loro amico, benché ribelle. Io sono uno straniero per lei ed il suo popolo. Non ho il coraggio di fare a lei l’appello che ho fatto agli inglesi. Questo non vuol dire che esso non sia diretto a lei con la stessa forza con cui è stato diretto agli inglesi. Ma il mio proposito attuale è molto semplice, perché molto più pratico e familiare.
In questa stagione in cui i cuori dell’Europa anelano alla pace, abbiamo sospeso anche la nostra lotta pacifica. Non è troppo chiederle di fare uno sforzo per la pace in un periodo che può non voler dire nulla per lei personalmente, ma che significa molto per i milioni di europei il cui muto grido per la pace io ascolto, perché le mie orecchie sono abituate ad ascoltare le moltitudini silenziose. Avevo intenzione di indirizzare un appello congiunto a lei e al signor [in italiano nel testo] Mussolini, che ho avuto il privilegio di incontrare a Roma nel corso del mio viaggio in Inghilterra, come delegato alla Conferenza della Tavola Rotonda. Spero che egli voglia considerarlo come rivolto anche a lui, anche se con i necessari aggiustamenti.

È da credere che con queste parole Gandhi avrebbe potuto sortire un qualche effetto sul Führer? La speranza di poter cambiare il corso della storia, o anche solo di ottenere una semplice tregua, con un appello umanitario, era una totale ingenuità? Del resto, nella lettera Gandhi «non ha il coraggio» di chiedere a Hitler la nonviolenza come l’ha chiesta agli inglesi, ma gli chiede solo di «fare uno sforzo per la pace», in nome del dolore dei popoli. Gli predice che la sua violenza potrà essere sconfitta, mentre la nonviolenza «non conosce sconfitta».

3.4. La domanda buona
Non intendo qui fare una pia apologia della nonviolenza. Ci sono problemi e interrogativi. Ma neppure è il caso di fermarci e accontentarci di un realismo scettico e statico, attento solo ai lati strepitosi e imponenti della realtà. Si tratta di vedere se la nonviolenza è del tutto impotente proprio là dove sarebbe più necessaria la sua efficacia.
Mi sembra che Jean-Marie Muller ponga bene il problema: «La riflessione filosofica non ci autorizza ad affermare che la nonviolenza sia la risposta che offre in tutte le circostanze i mezzi tecnici per affrontare le realtà politiche, ma ci porta ad affermare che la nonviolenza è la domanda che, di fronte alle realtà politiche, ci permette in tutte le circostanze di cercare la migliore risposta. Se, immediatamente, volessimo considerare la nonviolenza come la risposta buona, noi non vedremmo altro che le difficoltà a metterla in atto e rischieremmo di convincerci rapidamente che esse sono insormontabili. Invece, se noi consideriamo la nonviolenza come la domanda buona, potremo allora guardarla come una sfida da raccogliere e applicarci a cercare la migliore risposta che possa esserle data. Fino ad oggi gli uomini generalmente non si sono posti la (buona) domanda della nonviolenza e hanno accettato subito la (cattiva) risposta offerta dalla violenza. Affermare che la nonviolenza è sempre la buona domanda deve evitarci di credere troppo in fretta che la violenza sia la buona risposta. Infatti, se è vero che la domanda buona non ci dà immediatamente la risposta buona, essa orienta la nostra ricerca nella direzione in cui abbiamo le maggiori probabilità di trovarla. E questo è già decisivo. Poiché il fatto di porre la buona domanda è una condizione necessaria, benché non sufficiente, per trovare la buona risposta» (Jean-Marie Muller 2004, pp. 162-163).
Mi piace ripetere una semplice formula: la nonviolenza non è una ricetta, ma una ricerca. Potrebbe darsi che non diventi mai (nonostante la fede di Gandhi che essa sia «antica come le montagne») una ricetta universale, ma certamente, oggi e sempre, è una ricerca necessaria per rendere la vita meno dolorosa e più degna. E una ricerca non solo necessaria, ma possibile. La storia del Novecento, il secolo più violento, contiene anche la maggiore proposta ed esperienza storica delle possibilità della nonviolenza. Non si tratta di immaginare una “soluzione” tutta felice dei conflitti più seri, ma la loro “trasformazione” (come ora giustamente si dice) da più distruttivi a più costruttivi (cfr Galtung 2006).

4. Quale fu l’efficacia delle lotte nonviolente contro il nazismo?

Come si valuta l’efficacia di un’azione? «La regola dell’azione non è (…) l’efficacia a ogni costo, ma anzitutto la fecondità» (Merleau-Ponty 1967, p. 102). Vedo alcune altre leggi dell’azione giusta: i risultati, senza pretendere di vederli, occorre prepararli; la fecondità intrinseca è madre paziente dell’efficacia; qualità indispensabile dell’azione giusta è la continuità, la ininterrotta costanza.

4.1. Efficacia diretta, indiretta, dissuasiva
Semelin 1993 (pp. 201-209) individua tre tipi di efficacia delle lotte nonviolente contro il nazismo:
1) un’efficacia diretta. Alcune lotte crearono ostacoli tangibili ai piani dell’avversario: Semelin porta l’esempio del rifiuto del Servizio del lavoro obbligatorio (STO) in Francia, Paesi Bassi e Belgio, il “lavoro al rallentatore” e i sabotaggi tecnici, anche in Italia, e indica alcuni dati statistici plausibili sul calo di produzione, nonostante il collaborazionismo, volontario o imposto, dei dirigenti industriali.
Un’altra efficacia diretta si verificò nella protezione di centinaia di migliaia di persone ricercate (ebrei, resistenti, renitenti al lavoro), che rappresentò una considerevole “riduzione del danno” nell’enormità di quella violenza, a fronte della “indifferenza” dei governi alleati, che non risposero alla richiesta di bombardare le ferrovie utili alla deportazione nei lager.
2) un’efficacia indiretta la resistenza civile la ottenne provocando reazioni psicologiche o politiche sfavorevoli all’occupante e rafforzando la coesione e il “morale” delle popolazioni occupate. Così fecero alcune più grandi manifestazioni, o gli scioperi, nonostante l’apparente fallimento. «La resistenza civile è precisamente il mezzo privilegiato per allargare l’abisso tra la dominazione come stato di fatto e la sottomissione come disposizione di spirito. Quando una popolazione occupata impara (…) a non avere più paura, allora l’occupante, pur conservando la sua potenza, perde la sua autorità» (p. 205). Anche la guerriglia può rafforzare il morale, ma è azione di una minoranza, mentre la resistenza civile, che consente una partecipazione di massa, si rivela più efficace come “baluardo ideologico” contro gli obiettivi ideologici e politici dell’occupante. Specialmente nell’Europa scandinava (esemplare la vicenda degli insegnanti norvegesi nel 1942), l’occupante nazista fallì nel tentativo di imporre i suoi “valori”. La società occupata militarmente rimaneva in prevalenza incontrollabile politicamente.
Un altro importante effetto indiretto della lotta nonviolenta è la creazione di divisioni e dissensi nell’occupante, persino nella deportazione degli ebrei (un funzionario tedesco comunicò alla resistenza danese la data degli arresti). Il clima di “guerra totale”, voluto anche da Churchill, impedì l’emersione politica di tali divisioni. Anzi, mentre la lotta armata suscita nell’avversario lo “spirito di corpo” e salda i dissensi, la resistenza civile attiva le contraddizioni e rende fluttuante la condotta dell’avversario, ottenendo almeno una riduzione della repressione.
3) un’efficacia dissuasiva è un altro risultato dell’azione nonviolenta, quando induce l’occupante a rinunciare o moderare o rinviare alcuni suoi progetti. Abbiamo visto alcuni dei vari esempi storici che Semelin porta. È un fatto che non sono solo le popolazioni occupate a temere sanzioni, ma anche i funzionari dell’occupante, che devono evitare il più possibile al loro governo “problemi” nella zona di loro competenza. Su questi funzionari la resistenza può esercitare pressione dissuasiva, senza bisogno delle armi.
Certamente – osserva Semelin – la resistenza civile ha dei limiti nell’efficacia. Di fronte al nazismo poteva essere solo una resistenza di sopravvivenza. Per lo più, non era stata pensata e preparata per tempo. Come nel gioco di squadra non basta la bravura di uno, ma occorre il coordinamento, così la resistenza nonviolenta va preparata da molti insieme. Meno improvvisata e diseguale di quella del 1939-1943, essa può diventare un mezzo per obiettivi più avanzati, di vera liberazione.
D’altra parte, conosciamo casi di successo immediato, grazie a profondo scontento sociale e più lunga preparazione psicologica, come le rivoluzioni nonviolente del 1989 nell’Europa dell’est. È vero, però, che in seguito quei popoli cedettero alla suggestione del consumismo e liberismo occidentale. Così l’India di oggi, stato nucleare, non è certo quella sognata da Gandhi e liberata con la lotta nonviolenta, anche se il seme gandhiano è deposto e vive nel seno di quella nazione.

4.2. Funziona, non funziona
Michael N. Nagler 2005 si pone la nostra domanda iniziale sulla nonviolenza davanti al nazismo e, dopo alcune pagine di analisi dei fatti (pp. 125-132), conclude: «la nonviolenza ogni tanto “funziona”, ma è sempre efficace. La violenza ogni tanto “funziona”, ma non è mai efficace».
Che cosa intende Nagler col termine “funzionare”, che mette tra virgolette? Non vuol dire che serve immediatamente a ciò che vogliamo, ma che ha un effetto positivo sull’intero sistema. Quella che Nagler chiama qui “funzionamento”, “efficacia”, non è altro che quella “fecondità” che abbiamo letto nella citazione di Merleau-Ponty qui sopra.
«Come si può affermare che qualcosa non funziona se non è stato messo alla prova? Tranne poche eccezioni (…), l’unica arma usata dalla gente contro il nazismo fu la passività – un vero disastro – o la violenza che, come abbiamo visto, può avere un successo limitato. L’obiezione si basa dunque su una pura speculazione. E inoltre è falsa» (Nagler 2005, p.126). Dell’episodio della Rosenstarsse, Nagler dice che «i dimostranti avevano offerto una momentanea riumanizzazione dei prigionieri ebrei nei cuori induriti della Gestapo» (p. 128). Cita poi un testimone della morte di padre Kolbe, offertosi per sostituire un condannato a morte: «Fu uno choc enorme per tutto il lager. Ci rendemmo conto che uno sconosciuto, in quella notte spirituale, alzava la bandiera dell’amore. (…) Quindi non è vero, ci dicemmo, che l’umanità è persa e calpestata. (…) Migliaia di prigionieri si convinsero che il mondo reale continuava a esistere e che le torture che subivamo non sarebbero bastate a distruggerlo» (p. 130). «La nonviolenza ha funzionato contro i nazisti. Ha funzionato quando è stata utilizzata (…) Funzionerà sempre contro gli oppressori, sempre che voi siate preparati quanto lo sono loro» (p. 131).

4.3. Altre lotte nonviolente
Queste considerazioni già lunghe sul problema che ci siamo posti all’inizio devono concludersi. Potremmo continuare esaminando lotte nonviolente riuscite e fallite, contro poteri violenti. Gene Sharp ha studiato (dopo averla osservata e forse sostenuta di presenza) il fallimento tragico della rivolta nonviolenta di piazza Tien An Men, a Pechino, nel giugno 1989, concludendo che non basta il cuore generoso, ci vuole anche la scienza, l’organizzazione, la disciplina, la scuola delle precedenti esperienze nonviolente. E si potrebbe studiare la resistenza nonviolenta palestinese all’occupazione dura israeliana, che non è affatto assente, ma non abbastanza conosciuta, oscurata dal clamore delle forme violente. Un altro grande capitolo, già accennato, sarebbero le rivoluzioni nonviolente est-europee del 1989: furono opera della volontà e unità popolare o del cedimento di Gorbaciov? Della sete di libertà o della noia del grigiore del socialismo reale? E con quale risultato? E un altro caso ancora sarebbe l’uscita del Sudafrica dal violento apartheid razziale, con saggezza e inventiva, senza la prevista grande violenza.

5. Contro il terrorismo
Oggi c’è grande enfasi sulla minaccia del terrorismo, che è reale. L’analogia col nazismo non è infondata. È stata creata quell’arma assoluta che è l’uomo-bomba, il sui-omicida, che si uccide per uccidere, che non è fermato da nessuna minaccia di morte, secondo la classica logica di guerra, perché la sua morte è la sua arma. Questa novità impressionante nelle dimensioni odierne (Sansone fu il primo), pone una domanda che è il rovescio di quella da cui siamo partiti: funziona la guerra contro il terrorismo? Ormai abbiamo anni di esperienza, e la risposta seria inclina sempre più verso il no. Dalla guerra delle armi-contro-armi – e da una parte c’è l’arma assoluta dell’uomo-bomba, facilmente in mano a chiunque – bisogna passare alla “guerra” delle motivazioni. L’uomo-bomba lo disarmi solo se lo convinci a rinunciare alla sua motivazione. Intelligence non può essere solo infiltrazione, spionaggio, azioni segrete, controllo sui capitali, ma deve essere cultura e morale e dialogo internazionale, che possano confrontare e avvicinare i motivi di azione degli uni e degli altri, e cominciare a sciogliere i nodi aggrovigliati dei risentimenti e delle paure profonde. Il dialogo tra le culture, la giustizia tra i popoli, il riconoscimento del pluralismo umano: sta qui la nuova difesa dalla nuova guerra. E questa è un’arma nonviolenta. Non è garantita, ma necessaria e possibile, più della guerra. Non deve arrivare tardi.
C’è una grande semplice ragione che squalifica la guerra lanciata contro i malvagi di ieri e di oggi, e l’ha raccolta dalla saggezza antica un saggio moderno, Inmmanuel Kant: «La guerra è un male, perché fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo». L’alternativa necessaria è lo sviluppo della difesa nonviolenta dalla violenza.

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Pubblicato in «Politica e società», n. 1 – 2010, “Tra pace e guerra”
Periodico di filosofia politica e studi sociali, presso la Facoltà di Filosofia della Sapienza, Università di Roma, via Carlo Fea 2, 00161 Roma, stanza 222, [email protected], editore Carocci

Una replica a “Nonviolenza impotente contro la grande violenza? – Enrico Peyretti”

  1. […] Nonviolenza impotente contro la grande violenza?: contributo efficace di Peyretti sulle attuali e persistenti (almeno da qualche tempo a questa parte) difficoltà del movimento pacifista e nonviolento sotto i profili della elaborazione teorica che pubblica (e su questo torneremo con maggiore e necessaria insistenza). […]

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