Antonio Raddi e il racconto della sua morte in carcere

Autrice Benedetta Pisani


Antonio Raddi

Due anni fa Antonio Raddi ha perso la vita nel carcere delle Vallette, dopo sei mesi di sofferenza trascorsi nel buio della negligenza istituzionale.

La sua morte, infatti, lega indissolubilmente il personale al politico e svela il fallimento dello Stato nel tutelare chi è sotto la sua responsabilità. Il dilagante peggioramento delle condizioni psico-fisiche di Antonio, la sofferenza insita in ogni suo gesto quotidiano e il dimagrimento visibilmente pericoloso avrebbero dovuto attivare un campanello d’allarme. Tutto quel dolore, invece, è stato ignorato da chi avrebbe dovuto prendersene cura. Quel corpo, indebolito dalla trascuratezza estrema a cui era stato abbandonato, è stato offuscato dal pregiudizio di chi ha visto nella sua perdita di peso una “strategia di fuga” e non una richiesta d’aiuto.

Come ha raccontato la Garante dei detenuti Monica Cristina Gallo, che ha affiancato, insieme all’avvocato Gianluca Vitale, la famiglia Raddi durante la conferenza stampa di stamattina nella sala Poli del Centro Studi Sereno Regis, Antonio aveva iniziato a palesare sintomi di patimento già nell’incontro del 4 luglio 2019, quando aveva dichiarato di essere stato blindato per sospetta scabbia o tubercolosi, privato della possibilità di lavarsi e cambiarsi gli abiti per 15 giorni.


La registrazione della conferenza stampa


Il 7 agosto, la Garante e i legali di Antonio avevano inviato la prima richiesta di ricovero, ma la risposta della Asl penitenziaria è arrivata dopo due settimane. Il caso non presenta alcuna criticità, questa la conclusione a cui sono giunte le autorità. La stessa dinamica si è presentata per i mesi successivi, con risultati altrettanto fallimentari. E intanto le aggravate condizioni fisiche e psicologiche di Antonio fornivano un quadro inequivocabile. Su una sedia a rotelle, con le labbra viola e 30 chili in meno.

Il 10 dicembre, Antonio Raddi fu ricoverato d’urgenza all’ospedale Maria Vittoria perché aveva perso i sensi. Lì, però, è rimasto per poche ore. Nessun medico di quel pronto soccorso è stato in grado di dichiarare che il paziente aveva tutti gli organi compromessi. Nessun medico ha avuto la serietà professionale, nonché decenza morale, di considerarlo un caso grave da tenere sotto controllo. Quello stesso giorno, Antonio è stato condotto al repartino di psichiatria dove, secondo le dichiarazioni sbrigative delle autorità penitenziarie, non è voluto rimanere. In nessuna di quelle dichiarazioni, però, è stata esposta la motivazione alla base di quella scelta: la salute mentale. Un tema ancora considerato tabù, trascurato e facile preda di un vortice distruttivo di disinteresse e violazione sistemica dei diritti fondamentali della persona.

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” (art.32, Costituzione italiana)

Mario Raddi ha raccontato che suo figlio soffriva di ansia e depressione. L’idea di rimanere chiuso in una camera con le telecamere sul letto, senza riuscire a ingerire nulla, se non del caffè, non era di certo uno scenario rasserenante. Quando si ha il coltello dalla parte del manico, però, è facile rigirare i fatti per mostrarne solo una pericolosa parzialità e fornire giustificazioni ipocrite per celare la violenza di un sistema oppressivo come quello carcerario italiano, all’interno del quale la salute fisica e psicologica dell’individuo non trovano la doverosa tutela.

Antonio Raddi non ha mai rifiutato le cure terapeutiche. Nonostante il suo corpo fosse esso stesso una evidente richiesta di aiuto, è stato trattato come quello di tutti gli altri detenuti. Corpi freddi già prima di morire, privati della loro identità individuale e isolati in un contesto che esclude l’alterità ma in qualche modo se ne serve. Presentandosi al pubblico come organizzazioni razionali, queste “istituzioni totali” (E. Goffman, Il libro della sociologia) funzionano come un luogo di ammasso per internati, erigendo un muro di indifferenza tra chi sta fuori e chi dentro.

Antonio Raddi

«Papà portami a casa, fammi uscire di qua, non ce la faccio più. Aiutami… mi fanno morire qui dentro». Con queste parole di Antonio pronunciate nell’ultimo colloquio con la famiglia e riportate dalla voce commossa di papà Mario si conclude la conferenza stampa.


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