Volontariato e vittime, binomio possibile | Giovanni Luca Zaccagnino

Foto di Laurent Verdier da Pixabay

Sabato 21 novembre 2020 si è tenuto il seminario della Conferenza Regionale Volontariato della Giustizia (CRVG) del Piemonte e della Valle D’Aosta per approfondire tematiche inerenti la figura della vittima, sia all’interno dei tradizionali sistemi di giustizia retributiva che nell’ambito di percorsi di giustizia riparatoria, con un particolare focus sul ruolo fondamentale del volontariato nelle sue varie e specifiche declinazioni.

La CRVG raccoglie 19 associazioni operanti nelle diverse realtà territoriali a cavallo fra Piemonte e Valle D’Aosta e, come sottolineato dalla co-presidente, Tiziana Propizio, è stata rifondata da un anno nella sua struttura e nel suo Statuto. Unitamente a ciò sono state istituite apposite Commissioni di lavoro in nuovi ambiti di intervento: alla realtà delle carceri per adulti si sono aggiunte quelle delle carceri minorili, dei Centri di permanenza per il rimpatrio (ex C.I.E.) e delle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (ex O.P.G.).

Ulteriore ambito d’intervento è quello finalizzato al coinvolgimento e ascolto delle vittime di reato, con l’obiettivo di intraprendere un percorso di riconciliazione fra le due realtà in questione, ovvero quella del reo e quella dell’offeso.

Da sottolineare l’intervento, durante le battute iniziali del seminario, del sottosegretario alla Giustizia nell’attuale legislatura, l’Onorevole Andrea Giorgis, che ha evidenziato l’impegno dell’attuale Governo sulle tematiche oggetto della conferenza. In particolare ha ricordato come la legge di Bilancio 2020 autorizzi la spesa di 3 milioni di euro al fine di rafforzare l’assistenza e la tutela sociale delle vittime di reato, assicurando loro il diritto di informazione e di sostegno emotivo e psicologico. Le cifra stanziata dal Governo sarà principalmente impiegata nella creazione di un portale nazionale capace di fornire una rete di assistenza interattiva alle vittime di reato, oltre che nel finanziamento di progetti concreti sul tutto il territorio nazionale.

Altro intervento istituzionale è stato quello del Direttore dell’Ufficio di Esecuzione Penale di Torino, Domenico Arena, che ha rimarcato come il nostro sistema giuridico ponga l’accento quasi esclusivamente sulla questione retributiva/punitiva in sede processuale, tralasciando tutto ciò che coinvolge il vissuto della vittima, che comprende sia le conseguenze del trauma subito che il frequente sfaldamento della rete di relazioni personali.

Tale problematica, sottolineata anche dall’intervento di Luca Guglielminetti, si riscontra in particolare in relazione ai reati di natura sessuale. In questi casi, infatti, la vittima, oltre a dover affrontare le conseguenze del trauma, si trova a dover fare i conti anche con la percezione sociale dominante in questa tipologia di reato, che porta la vittima dall’essere considerata tale all’essere additata come co-autrice dello stesso.

Il filo conduttore, nei successivi interventi, è proprio la necessità di conferire centralità alla figura della vittima all’interno della giustizia riparativa, che invece troppo spesso non trova ascolto nei sistemi giuridici tradizionali.

Secondo Antonio De Salvia, infatti, non esiste giustizia se ci sono vittime inascoltate nei loro bisogni o necessità. Come già sottolineato nelle righe precedenti, questo assunto, però, non risulta essere una priorità dei sistemi giuridici tradizionali che tendono a ritenere compiuto il proprio compito nel momento in cui rilevano il reato, istituiscono un processo ed emettono una condanna a carico del reo.

E che ne è della vittima?

Sempre secondo De Salvia, per anni operatore in centri penitenziari del Piemonte, la vittima è sovente strumentale a determinare l’oggettività del reato e la pericolosità dell’autore dello stesso (citando il magistrato Marco Bouchard: “La vittima è un epifenomeno del reato”).  Basti pensare, infatti, che soltanto nel 1996 il reato di stupro divenne un reato contro la persona e non più un reato contro la morale.

Si rende necessario, quindi, un cambio di paradigma in seno alla nostra tradizione giuridica, cambio di paradigma che, secondo l’intervento del professor Davide Petrini, deve toccare due aspetti fondamentali da sfatare e cioè: che al male si risponda con il male e che la vittima provi soddisfazione di fronte alle sofferenze del proprio carnefice. Nel percorso di giustizia riparativa è fondamentale il coinvolgimento della persona offesa, coinvolgimento che vada bene oltre il semplice ristoro di un danno. Per un buon esito del percorso è necessario altresì il coinvolgimento della società civile, utile a sopperire le mancanze del sistema giuridico tradizionale.
A ribadire questo concetto, fornendo anche un inquadramento giuridico, è l’avvocato Giorcelli (rete Dafne), che individua nella riparazione: “Una capacità umana che necessita di essere inserita in quadro giuridico ma non un istituto proveniente da fonti di diritto”. Fino all’entrata in vigore della direttiva U.E. n.29/2012, infatti, era il legislatore a decidere se e come assistere la vittima a seconda della gravità della situazione, istituendo così una sorta di “gerarchia del dolore”. A seguito della direttiva, finalmente, è anche facoltà della vittima richiedere l’accesso a forme di tutela e assistenza in virtù del danno subito.

A margine del convegno si sono registrate le testimonianze di alcune associazioni presenti sul territorio ed in particolare: la rete Dafne con l’intervento del già citato avvocato Giorcelli, l’associazione “La Brezza”, con diverse testimonianze dal carcere, e l’associazione ASAI con il progetto ‘’One More Time’’. Quest’ultima ha posto l’attenzione sui reati all’interno di contesti scolastici strutturando un progetto volto a sostenere percorsi di giustizia riparatoria tramite l’inserimento di rei e vittime in attività di varia natura, cercando anche di prevenire il verificarsi di reati scolastici. Interessante, a tal proposito, sottolineare come la maggior parte dei ragazzi coinvolti in queste attività appartenga alla categoria dei rei. Questo per due motivazioni principali: in primis perché la tipologia di reato registra spesso la presenza di più offensori verso una sola vittima e, inoltre, poiché non tutte le vittime decidono di partecipare a questi percorsi, ad esempio nei casi di vittime che hanno subito una profonda umiliazione.
 L’obiettivo di fondo dell’associazione è quello di costruire un ponte fra le due realtà, concedendo alla vittima la possibilità di comprendere quali sono state le motivazioni alla base del danno ricevuto e, da alcune testimonianze, emerge l’efficacia di questo tipo di percorso per poter giungere non solo al perdono dell’autore del reato/danno ma anche alla riconciliazione con lo stesso.

La tematica oggetto del convegno è quanto mai attuale in un momento così precario come quello che stiamo vivendo. Dapprima perché, come emerso anche dalla maggior parte degli interventi, attualmente risulta molto complicato riassettare il lavoro di assistenza alle vittime in assenza della possibilità di condivisione di spazi fisici e di un orizzonte certo. Tale problematica è ancora di più esacerbata all’interno degli istituti carcerari che già in condizioni ordinarie registravano la difficoltà a tutelare i diritti e i bisogni dei rei che, come è emerso dal seminario, sono parte fondante nei percorsi di riconciliazione.

Inoltre, volendo estendere lo sguardo alla complessità del preciso momento storico che stiamo vivendo, possiamo azzardare che la dialettica della riconciliazione possa trovare efficace utilizzo in altre realtà della nostra vita quotidiana. Basti pensare al meccanismo di comunicazione populista che, ancora di più durante la crisi pandemica, è sempre pronto a fornire un nuovo “nemico quotidiano” alla pancia del Paese. Sia esso il Governo, il migrante sbarcato a Lampedusa o le aziende farmaceutiche. Se calassimo le declinazioni della dialettica riconciliatoria all’interno di questa complessa cloaca di rancore, disilussione e incertezza emergerebbe chiaramente la necessità di una decostruzione del nemico di turno propinatoci.

Come?

Riconoscendo un ruolo alla società civile che, ancor più di alcune istituzioni, può prestare ascolto alle istanze di tutte le realtà coinvolte con l’obiettivo di costruire un ponte fra esse.

Volendo, invece, dare uno sguardo  oltre i nostri confini notiamo come anche in situazioni di conflitti etnici (esemplari i casi dell’ex Jugoslavia e del Sud Africa) sia stata la giustizia riparatoria a mettere un punto, seppur precario, a manifestazioni d’odio.

In entrambi i casi vennero istituite commissioni per la verità e la riconciliazione, unitamente alle condanne a carico dei criminali di guerra per mano della giustizia tradizionale. In entrambi i casi è risultato fondamentale il ruolo della società civile nella veste di collante fra le diverse realtà e nella ricostruzione di un’elaborazione del trauma sociale condiviso.


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