Vivere al MOI | Klevisa Ruçi

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Vivere al MOI in questo momento non è facile! Le problematiche che si riscontrano sono diverse, soprattutto dopo gli ultimi eventi. In tutto ciò, un ruolo importante è giocato dai media. Le riprese mediatiche di “certe azioni compiute dai rifugiati” hanno creato una certa paura e insicurezza ai residenti vicino alle palazzine olimpiche. Tutto sembra una messa in scena, uno scenario filmato solo per un determinato scopo: creare paura e mettere le persone gli uni contro gli altri; e purtroppo in un modo o nell’altro ci stanno riuscendo. I residenti, arrabbiati, parlano come i rifugiati extracomunitari rubano, spacciano, si ubriacano e ultimamente creano anche disordine per le strade del quartiere, portando cassonetti in strada e lanciando oggetti, costringendo così molti negozianti ad abbassare le vetrine. Ma in tutto ciò nessuno parla del motivo per cui è scatenata tutta questa rabbia. Si dà per scontato che i residenti delle palazzine debbano subire e accettare qualsiasi cosa, incluse due bombe carta lanciate poche notti fa e molte altre provocazioni. Le radici di questo problema sono ben più profonde.  
Durante questi anni di convivenza (molto spesso non pacifica tra le varie realtà) non c’è stato mai un concreto progetto di integrazione per gli abitanti delle palazzine occupate. Nonostante siano quasi tutti regolari qui in Italia, sono sempre stati visti come i rifugiati che hanno occupato e rovinato il quartiere, ma mai per quello che sono davvero: esseri umani che sono sempre stati sfruttati e sottopagati, e continuano ad esserlo pur di poter sopravvivere.

  • “Non ci vedono come degli esseri umani. Noi non abbiamo nemmeno 1 euro per comprare un panino e una bottiglia d’acqua; dobbiamo pure subire delle bombe alle 11 di sera? I bambini hanno paura , sono spaventati. Anche noi abbiamo paura, loro torneranno di sicuro e succederà di nuovo un casino e i colpevoli per tutti saremo sempre noi” – racconta uno dei ragazzi subito dopo la sera delle bombe. Demba è stato uno dei primi che ha cercato di convincere gli altri a non scendere in strada: lui sa che si tratta di una trappola in cui non bisogna cadere, perché sono proprio loro gli unici a perderci. I razzisti ci sono e continueranno a provocarli, ma loro devono essere più forti e più pazienti.
  • “Una persona aveva il coltello in mano ed è venuto diritto a colpirmi. Io ho aperto la giacca e ho mostrato il petto senza fare resistenza. Gli ho detto: accoltellami se lo vuoi fare, io non mi muovo, non resisto, non scappo. E non lo ha fatto, è scappato via” – racconta un altro residente delle palazzine del Moi.  “Sembra che vogliano solo farci arrabbiare, non hanno un vero scopo di farci del male loro.”

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Nessuno ha mai raccontato queste storie in TV, nessuno conosce questa storia, tranne i vicini e gli italiani che frequentano i ragazzi. Loro per fortuna sono tanti, sono tanti gli amici italiani che si sentono “moiani” e organizzano percorsi, laboratori e feste insieme.  

  • “Il primo posto che ho vissuto, abitato e amato al mio arrivo in città é stato Torino Lingotto, più in particolare l’ex villaggio olimpico di Torino (Ex Moi)” – racconta Giorgia, cuneese di 24 anni che abita a Torino da un anno.  “Giorno dopo giorno ho condiviso, riso, pianto e amato insieme ai miei vicini di casa, i ragazzi dell’occupazione dell’Ex moi.  Man mano che i mesi passavano, con alcuni di loro si è creata una forte amicizia, al punto da diventare un po’ la mia famiglia torinese. Tante differenze culturali, diversi modi di stare al mondo; ma anche tante cose che ci accomunano. Io sono con il Moi, oggi, domani e per sempre, perché ho deciso di non farmi incantare dalle manipolazioni politiche e mediatiche di cui questi ragazzi sono vittime… Perché non mi sono fermata e ho deciso di conoscerli, condividere e sperare insieme a loro. Li considero parte della Torino che vorrei e della comunità futura per cui mi spendo, studio e lotto ogni giorno della mia vita. Io sono dalla parte dell’umanità, dell’equità e di una Torino che non odia ma accoglie, progetta, condivide e costruisce un futuro degno per i suoi abitanti, INSIEME. Credo nella Torino che non ha paura, che non si ferma alle apparenze ma continua, conosce e crea ponti per il futuro. Io credo nell’umanità, nell’incontro e nella bellezza che ha riempito la mia vita da quando ho avuto il piacere di incontrare gli amici e le amiche che vivono al Moi “ .

Come Giorgia, ci sono tante persone che si sentono “moiani” e spendono il loro tempo prezioso insieme ai ragazzi. Da questo grande amore, è nato anche un bellissimo progetto di teatro per i ragazzi del quartiere. Il T.P Moi ( ovvero il Teatro Popolare del MOI) unisce diverse nazionalità in un unico scopo : quello di vivere al meglio il quartiere e dare un futuro migliore  a quelli che sono il nostro futuro : ai bambini ! Nato come un gruppo informale, il T.P.MOI ha come obiettivi primari quelli di portare al centro dell’attenzione i bambini in questo contesto molto difficile per  crescere insieme a loro.

  • “Come essere umano sono portato a spendermi nei posti che mi stanno a cuore e soprattutto a  esserci  dove c’è bisogno. E in questo momento il MOI è in difficoltà. Io come italiano sento il bisogno e il dovere di difendere casa mia e  dare più  spazio  e creare nuove opportunità per i nostri bambini” – racconta Giorgio, parte del T.P.MOI e nello stesso tempo abitante del quartiere. “Il quartiere ha bisogno di essere felice e vissuto. Per me è un ‘mettersi alla prova’ in questo momento molto ingiusto”.

E come Giorgia e i T.P. MOI, sono tante le persone e i gruppi informali che partecipano attivamente alla vita quotidiana del quartiere. Arte migrante e la Scuola Zakaria Kampaore sono un altro spazio di integrazione, convivenza pacifica e opportunità per l’ex villaggio Olimpico.

Se le varie realtà formali e non formali  stanno facendo di tutto per dare dei spazi e creare delle opportunità dall’altra parte invece, ciò che le istituzioni promettono sono “150 soldati a difendere il quartiere “,  da residenti indifesi, piena di sofferenza e che non hanno  nulla tranne loro stessi.
Ma l’integrazione e l’amore che unisce il quartiere sarà più forte di qualsiasi soldato. La pace arriva solo tramite la PACE!