Lanza del Vasto: La dinamica fatale dell’Occidente | a cura di Antonino Drago

(da I quattro Flagelli (orig. 1959), SEI, Torino, 1996, pp. 18-24)

Sessant’anni fa Lanza del Vasto ha scritto queste pagine che appaiono realizzarsi completamente oggi, nell’epoca bushiana-trumpiana della storia del mondo, che qui viene vista come coda finale della parabola della civiltà occidentale, iniziata dai Greci.

Il testo indica che oggi la non violenza dà una coscienza storica di tempi che per gli altri sono solo bui; essa la dà perché essa, con Tolstoj, Gandhi e gli altri grandi maestri della non violenza, ha preparato la nuova civiltà, quella del terzo millennio. 

Per un commento più ampio sulla capacità profetica di Lanza del Vasto vedasi il mio “Le cinque profezie politiche di Lanza del Vasto”, Urbaniana University Journal, n. 1, 2016, 61-85; anche in Gandhi Marg, 37, Apr.-Jun., 2015, pp. 53-78

Il testo di Lanza del Vasto è tradotto da me; per migliorarne la comprensione ho aggiunto qualche parola scritta in carattere leggermente differente.

Antonino Drago


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1. Il Fatalismo occidentale

Destino ingiusto! Fatalità cieca! Ma è inutile chiamarlo ingiusto e cieco; tanto quanto è inutile dire che il cerchio è rotondo, che l’ombra è oscura, che la morte è orribile. Inutile ribellarsi contro i decreti del destino che sono ineluttabili, inutile dibattersi. La leggenda antica, come il racconto delle fate, dice che è proprio quando si cerca di evitarlo che ci si casca dentro.

Tutti sanno cos’è il fanatismo orientale: un errore religioso o, meglio, una follia superstiziosa, una negazione della provvidenza, un imputridimento della volontà e dell’intelligenza. Da quando lo sventurato avverte il pericolo, dice: «Era scritto»; e la calamità si abbatte tanto più fatale in quanto lui non fa niente per difendersi, come non aveva fatto niente per prevederla.

Ma parliamo ora di ciò di cui non si parla mai: parliamo del fatalismo occidentale.

Come c’era da aspettarsi, è il rovescio dell’altro; è un finalismo laborioso. Un fatalismo attivo, inventivo e combattivo.

Mentre l’altro rimane inerte, con gli occhi spalancati sul vuoto e come stordito dallo stupore, questo ci mette impegno, si ingegna e si affatica, con l’attenzione sempre tesa all’obiettivo che si è posto.

Se, tirandolo per una manica, gli dici: «Sta attento, amico, non proseguire senza sapere che cosa puoi incontrare», ti griderà con collera: «Lasciami fare! Ho fretta io, io lavoro, non ho il tempo di ascoltare le tue storie! ».

Ma se gli dimostri che, davanti a lui, a due passi, c’è l’abisso, allora ti risponde: «Ah, sì! E’ vero; ma non si può più tornare indietro».

2. Darsi la prova sperimentale del proprio destino

Il fatalismo è un errore, al quale però gli avvenimenti danno sempre ragione.

Infatti colui che crede alla fatalità, sia che non faccia ciò che deve fare, sia che faccia ciò che non deve fare, comunque va incontro al suo destino, che è quello di correre verso la sua rovina.

3. La logica e la Meccanica della Fatalità

Ma che pretendete? Comunque si faccia, non si può sfuggire dall’inventare la Bomba!

Quando avremo inventato tutto, compresa la macchina pensante, non ci si può impedire di inventare la Bomba!

E una volta che essa sia stata inventata, non si può non venderla al Governo, per la sicurezza della Patria!

E poi non si può non venderla al nemico, se si vogliono salvare i diritti della Scienza, che è universale!

Ed ora, non possiamo certamente permetterci di averne meno di lui.

D’altra parte, più bombe abbiamo e più pace abbiamo. Il nemico, sapendo che ne abbiamo tante, «rifletterà» (certamente rifletterà, ma su che cosa? forse sul modo di inviarci la sua e così annientarci al primo colpo. Può anche accadere che l’esplosione preceda la riflessione; e così si fa ancora più presto).

Noi ci assicuriamo la pace fondandola sul terrore. Ma tra i motivi per fare una guerra, il più forte è proprio il terrore.

Che importa! in ogni caso non possiamo tornare indietro.

Così, da una parte e dall’altra, ognuno fabbrica co-scien-zio-sa-mente la propria morte.

4. La origine greca della Tragedia Occidentale

“Fatalismo occidentale”; il mettere assieme queste due parole non ci dovrebbe sorprendere. E’ l’Ananké dei Greci, che hanno inventato il termine e l’idea stessa; e i Greci sono i padri e i fondatori del Mondo Occidentale.

La Tragedia Greca è una lezione che si trae dal vedere l’Eroe colpito dal Destino.

Fa parte dell’essere Eroe essere portatore del Destino che lo condanna in anticipo.

Lo condanna fin dall’inizio del suo essere Eroe e prima che commetta qualsiasi errore.

Lo condanna non perché sia colpevole, ma perché fa l’eroe; lo condanna per le sue virtù piuttosto che per il suo crimine.

E poi, in virtù delle sue virtù, lo condanna a commettere il suo crimine, suo malgrado e quasi senza saperlo, il crimine che giustificherà il suo castigo.

Edipo uccide il padre, ma non sa che è suo padre.

Ne sposa la vedova, sua madre, e diventa Re; ma non sa che è sua madre.

La peste colpisce la città e si viene a sapere che la collera degli dèi deriva da un doppio sacrilegio. Essendo il re e quindi il giustiziere, Edipo cerca il criminale; ma è proprio lui il criminale, e non lo sa!

La catastrofe è spaventosa in gran parte a causa delle gesta dell’eroe.

Siccome la catastrofe annunciata sta per arrivare, ma non si sa quando verrà, né perché né come; per questo motivo, per sfuggirle, ci si getta nella grande avventura che fornirà alla catastrofe il suo momento, la sua ragione e la sua forma.

                             *                                  *

Non sempre è terribilmente bello, il piccolo bianco.

Ha una piccola cravatta, piccoli baffi, una penna a sfera.

Talvolta è palliduccio e paffuto.

Ma non lasciatevi ingannare, è un eroe.

Egli è Ercole, con le sue fatiche e con i suoi mostri, è Dedalo con le sue statue automatiche, le sue ali incollate e il suo labirinto, è Prometeo con il suo fuoco e la sua catena.

Si trova capace di imprese che tutti gli altri popoli attribuivano solo ai loro dei.

Del miracolo ha fatto una cosa quotidiana, familiare, culinaria.

Lui può dire: vai a vedere in fondo al corridoio se ci sono; e lui sta l^! va a vedere alle estremità della terra! e lui è là!

«Sale al cielo su ali d’acciaio,

costruisce città che scivolano sulle acque,

d’un colpo annulla lo spazio».[1]

Come Orfeo è disceso agli inferi, domani andrà sulla Luna, inferno celeste.

Quale razza può resistergli?

Tutte sono state ridimensionate con la forza, o sedotte dai suoi artifici.

La natura lui la tratta da bestia da soma. La mette alla stanga e qualche volta allo spiedo….

5. La origine della Fatalità è nel Peccato Originale

Tuttavia sta per venire quell’ora che non può tardare molto, l’ora fatale dell’eroe.

E se egli non troverà nessuno che lo colpisca, si strapperà gli occhi e si ferirà da solo, come hanno fatto tanti eroi nei quali il furore giustiziere supera l’amore per la vita; così eseguirà, nei suoi crimini come nella sua punizione, la propria condanna, sottoscritta in anticipo, impressa in lui fin dall’inizio:

la condanna originale.[2]

Guardiamo da vicino questa «condanna originale» del Peccato Originale ed ecco che un raggio della rivelazione illumina ciò che, nella profonda intuizione degli Ispirati Antichi, era solo orrore, stupore, oscurità: era la Tragedia.

6. La dannazione dell’eroe: essere simile ad un dio, ma solo a metà

In effetti anche il Peccato, quello originale, è nello stesso tempo crimine, errore e disgrazia, e fa pesare sulla specie umana, su tutta la specie umana, fa pesare la sua Fatalità.

Se l’eroe è destinato alla caduta a causa della sua grandezza, è perché la sua grandezza ha a che fare con la grandezza della luminosa figura che è all’origine della Caduta: Lucifero.

Il disastroso splendore dell’eroe consiste nell’essere dio a metà; il che gonfia smisuratamente la natura umana, rende malcerta la sua natura divina e tra le due fa un accostamento impossibile, destinato a fallire.

«Sarete simili a dèi”, è stato promesso. Infatti l’eroe non è il Portavoce o il servo di Dio, è il semidio che serve se stesso, esprime se stesso, e a se stesso rende onore. Egli presenta sacrifici per la sua gloria; per i suoi scopi ruba il fuoco del Cielo; e di ciò gli uomini lo glorificano.

È ricco in generosità e genio. Possiede al grado più alto quella virtù che è la sostanza di tutte le altre: il Coraggio.

Ma il peccato originale, noi lo sappiamo bene, è senza proporzione con ciò che chiamiamo moralità. Le più grandi virtù lo lasciano sussistere intatto. Allora per sua causa le grandi virtù diventano la grande forza del peccato.

Virtù tragiche, violente e assassine, quindi fatali.

13. Definizione dell’uomo bianco: un Eroe pagano un po’ battezzato

Se dovessimo definire l’uomo bianco (del quale abbiamo cominciato a decifrare la figura e a tracciare il ritratto) diremmo: è l’eroe pagano un po’ battezzato.

Questo po’ di battesimo complica il suo destino e aggrava la sua tragedia.

Questo battesimo, l’ha ricevuto molto presto, troppo presto, prima di aver avuto il tempo di rendersene conto. Per questo vive come se non l’avesse ricevuto.

Niente (a parte alcune formule e qualche gesto), niente nella sua condotta, nei suoi sentimenti, nei suoi desideri, nei suoi pensieri, nella civiltà che appare in lui, fa vedere che è diverso dai non battezzati.

Ma questo battesimo, potere divino innestato nella sua natura, non può rimanervi inerte.

Con lui è necessario che il battezzato o si salvi o si renda doppiamente colpevole.


[1]             La Marche des Rois, mistero di Natale [R. Laffont, Paris, 1944].

[2]          [NdC] Anche Capitini e Galtung hanno previsto la fine della civiltà Occidentale, non per sconfitta sul campo, ma per autodistruzione… Si può vedere la autodistruzione in particolare degli USA nelle guerre lanciate dopo il 1989 (risultate dei clamorosi fallimenti politici) e nella bolla speculativa della economia finanziaria. 

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