I movimenti progressisti di oggi devono imparare dal Black Lives Matter – e unirsi nella battaglia | George Lakey

Black Lives Matter si è preparata per questo momento in modo cruciale e i tanti movimenti dovrebbero unire le forze per portare avanti il sistema.

Photo by Julian Wan on Unsplash

La reazione scaturita dall’omicidio di George Floyd si è diffusa in tutti i 50 stati ed è diventata un ampio movimento sociale – con manifestazioni anche nelle più piccole cittadine, dove Trump ha ottenuto la maggioranza dei voti nel 2016. Come ha riportato il Washington Post, l’ultima dimostrazione del genere a cui, in una di queste piccole città, in Ohio, aveva preso parte era stata quella organizzata dal Ku Klux Klan, 20 anni fa.

La buona notizia è che la partecipazione del pubblico è alta, molto più di prima. Da un nuovo sondaggio della ABC Nexs/Ispos è emerso che i ¾ degli intervistati – di cui il 55% composto da Repubblicani – erano consapevoli del fatto che l’omicidio di Floyd non fosse un episodio isolato, bensì parte di un problema ben più grave relativo al modo in cui la polizia agisce nei confronti degli afro-americani.

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Recenti successi

Uno degli aspetti più importanti di un movimento dovrebbe essere la capacità con cui gli attivisti connettono la violenza perpetrata dalla polizia ad altri ambiti di storica ingiustizia razziale, come quello immobiliare, lavorativo, scolastico e sanitario. Quest’analisi ha fatto eco in molte altre arene pubbliche, spingendo le persone ad approfondire la conoscenza delle pratiche istituzionali, favorendo il cambiamento. Anche NASCAR ha annunciato che non lascerà che vengano sventolate bandiere confederate durante le gare.

A differenza delle proteste organizzate una tantum, come espressione fugace di opinioni poco convinte, questo movimento ha un’influenza maggiore proprio grazie alla sua azione diretta di campagna.
Una campagna è composta da una serie di azioni nonviolente, che mantengono alto il fervore e le pressioni, dando però il tempo necessario per adattarsi al cambiamento e “salire a bordo”.

Nonostante la pandemia, le persone hanno manifestato per le strade di tutto il paese. Due settimane di attività hanno cambiato completamente lo scenario pubblico, tanto che anche i membri repubblicani del Congresso hanno faticato a trovare un modo per reagire. La perseveranza di questo movimento deve essere d’esempio per tutti gli altri.

Il continuo ricorso all’azione diretta di campagna, anche quando la polizia rispondeva con violenza, dimostra le reali intenzioni dei manifestanti. Come accaduto negli anni ’60 con le campagne per i diritti civili, il rifiuto di questo movimento di abbandonare l’azione diretta, mentre la polizia fomentava l’odio, ha avuto l’effetto di accrescerne le fila di alleati. Anche la violenza di militari davanti alla Casa Bianca ha aiutato in questo senso. Lee Smithey e Lester Kurts spiegano come nel loro libro The Paradox of Repression and Nonviolent Movements.

Tutto questo è stato affiancato dalla chiarezza con cui i manifestanti hanno sottolineato l’importanza dell’educazione alla nonviolenza, facendo in modo che il movimento rappresentasse un reale modello di moralità, contrariamente a quello pateticamente messo in scena da Trump mentre maneggiava la Bibbia di fronte a una chiesa dove non mette piede.

Il recente movimento Black Lives Matter si è preparato per un momento di profonda crisi come questo, analizzando la natura sistemica dell’oppressione.

Alcuni credono che le ripercussioni dell’insurrezione derivassero dalla rivolta dei primi giorni. È ancora presto per delineare un’opinione circa gli eventi di maggio, ma possiamo farci un’idea del modo in cui quella rivolta ha aiutato a indurre un cambiamento positivo.

Omar Wasow, un professore di politica a Princeton, interessato ai movimenti di protesta e ai loro effetti sulla sfera politica, ha esaminato le 137 manifestazioni violente conseguenti all’assassinio di Martin Luther King Jr., nell’aprile del 1968. Ha scoperto che, nelle contee più vicine alle rivolte, i voti per il presidente repubblicano Richard Nixon registrarono una quota del 6-8% maggiore rispetto alle aspettative. Nixon stava costituendo un programma di ordine pubblico che convinse gli elettori.

Un’altra ricercatrice di Princeton, Keeanga-Yamahtta Taylor, ha analizzato le ribellioni del 1992 a Los Angeles, affermando di trovarle più simili a quelle a cui abbiamo assistito a maggio, rispetto alle rivolte degli anni ’60. Come ha affermato per un’intervista del New Yorker, «I democratici hanno risposto alle manifestazioni di Los Angeles nel 1992 con violenza, portando il paese ancora più in basso rispetto a tutto il suo sistema giuridico-penale…. La nuova enfasi posta dai democratici sull’ordine pubblico era stata accompagnata da un assalto incessante al diritto di assistenza sociale».

Ovviamente, ci sono persone nere che condividono l’idea diffusa tra i bianchi che la violenza sia la più potente espressione di forza. La cultura americana è quasi reverenziale quando si tratta di violenza. Ma c’è anche chi ne considera i costi per la classe operaia delle comunità nere.

Una settimana fa, ero l’unico bianco nella stanza in cui un gruppo di amici di famiglia, appartenenti alla classe operaia nera, mangiava e chiacchierava intorno al mio tavolo. Alcuni elicotteri volavano nei pressi di casa mia e le sirene della polizia squillavano nelle strade vicine al quartiere commerciale, dove erano in corso alcune rivolte e atti di vandalismo.

La conversazione assunse i toni accesi di una denuncia contro le manifestazioni. Discutevano indignati dei negozi incendiati e di quali conseguenze avrebbero avuto questi episodi per loro: perdita di tanti posti di lavoro, piccole imprese costrette a chiudere, parafarmacie serrate e anziani senza medicine.

Discussero anche della possibilità di un crescente imborghesimento della società, dal momento in cui i bianchi ricchi iniziano ad acquistare proprietà per costruirvi condomini di lusso. Ci si domandava perché le comunità nere non venissero mai prese realmente in considerazione.

La tempesta

Gli eventi delle scorse settimane rientrano in quella “tempesta” di cui Mark e Paul Engler trattano nel loro libro This Is an Uprising.  Può scoppiare in ogni momento.

I movimenti e le loro azioni dirette di campagna fanno sì che queste tempeste scoppino con maggiore probabilità, proprio come accadde nel 1964, quando la coalizione di Martin Luther King avviò la campagna per i diritti civili a Birmingham. Ma non siamo sempre responsabili degli avvenimenti storici. Una tempesta può scoppiare senza preavviso, soprattutto se la società si trova in un momento piuttosto vulnerabile, di volatilità e polarizzazione.

Per i gruppi che da anni si impegnano a contrastare le ingiustizie razziali perpetrate dalla polizia, la sfida consiste nel venirsi incontro per creare insieme una rete che includa la leadership emergente.

I movimenti attivi in vari ambiti del sociale, dalla detenzione delle armi al cambiamento climatico, potrebbero essere travolti da queste tempeste dopo aver vissuto un altro dramma, che può essere d’aiuto per certi versi. Molti dei più famosi movimenti sociali che conosco hanno sviluppato una maggiore consapevolezza e preparazione nelle tre fasi critiche: analisi del problema; previsione di un quadro generale per la risoluzione e elaborazione di una strategia per attuare il cambiamento.

Ciascuno dei movimenti sociali attivi negli Stati Uniti presenta lo stesso problema: il loro più acerrimo nemico è l’élite economica.

Il movimento Black Lives Matter si è preparato per affrontare l’attuale momento di tempesta attraverso un’attenta analisi della natura sistemica dell’oppressione, riscontrandone nell’azione violenta della polizia sintomo e, allo stesso tempo, causa.

Nel 2016, il Movement for Black Lives è stato protagonista di una rottura storica rispetto alla prospettiva quasi avversa che ha paralizzato gli attivisti a partire dagli anni ’80. Integrare quella vision è stato l’obiettivo dell’Insitute for Policy Studies, a favore del Poor People’s Campaign.

In che modo gli altri movimenti possono unirsi

Ciascuno dei movimenti sociali attivi negli Stati Uniti presenta lo stesso problema: il  loro più acerrimo nemico è l’élite economica che, secondo uno studio sulla “oligarchia” di Princeton, governa il paese, qualunque sia il partito politico formalmente al potere.

Tutte le persone impegnate nelle battaglie per la pace, il clima, la piena libertà per le persone di colore, gli immigrati, le donne, i membri della comunità LGBTQ, l’uguaglianza economica, le libertà civili e le opportunità educative, si trovano di fronte allo stesso ostacolo.

È difficile per questi movimenti allearsi tra di loro. Sono in continua competizione per attirare attenzione mediatica, fondi, supporto da parte dei democratici, e così via.
Molti di loro lavorano per conto proprio, creando una situazione altamente conveniente per l’oligarchia, che può continuare a mantenere la sua politica del “dividere e comandare”, un misto di diplomazia e coercizione militare.

Insieme, possiamo avvicinarci agli obiettivi molto di più di quanto non potremmo fare da soli.

La cultura della competizione tipicamente americana rivitalizza la convinzione che «la mia questione è la più importante». Per contrastare la posizione di vantaggio delle élite economiche, è necessario accrescere il nostro potenziale culturale: una prospettiva abbastanza ampia per mostrare come i valori di ciascun movimento progressista possano essere espressi in una nuova società.

Nei paesi in cui sono stati raggiunti importanti progressi nell’ambito della giustizia razziale, dell’uguaglianza, della democrazia e delle libertà individuali, i leader di questi movimenti hanno constatato che tutte le forme di oppressione sociale sono intersezionali. Hanno dato vita a una vision che unisce tutti quei movimenti disparati in una grande coalizione.

In Viking Economics racconto le loro storie. Le loro strutture erano in sinergia: le nuove politiche adottate interagivano in modo tale da rendere l’insieme migliore di una semplice somma delle parti. Anche se non si tratta di situazioni utopiche, hanno contribuito a fare un enorme passo in avanti.

Lo slancio dato dal Movement for Black Lives ha bisogno ora di essere colto da altri. Ampliato, per raggiungere il fine ultimo di ciascun movimento progressista attivo oggi.

Insieme, possiamo avvicinarci agli obiettivi molto di più di quanto non potremmo fare da soli, perché l’unione fa la forza. Una coalizione di movimenti che decidono di affrontare insieme la tempesta, può vincere la battaglia e far sì che la giustizia razziale diventi realtà.


George Lakey

George Lakey è stato attivo nelle campagne di azione diretta per oltre sei decenni. Recentemente in pensione dallo Swarthmore College, è stato prima arrestato nel movimento per i diritti civili e più recentemente nel movimento per la giustizia climatica. Ha facilitato 1.500 seminari in cinque continenti e guidato progetti di attivisti a livello locale, nazionale e internazionale. I suoi 10 libri e molti articoli riflettono la sua ricerca sociale sul cambiamento a livello comunitario e sociale. I suoi libri più recenti sono “Viking Economics: come gli scandinavi hanno capito bene e anche come possiamo” (2016) e “How We Win: A Guide to Nonviolent Direct Action Campaigning” (2018.)


Fonte: Waging Nonviolence, 12 giugno 2020

Traduzione di Benedetta Pisani per il Centro Studi Sereno Regis


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