Sardine: la gentilezza rivoluzionaria | Enrico Peyretti

«Non intendo andare a Palazzo Chigi senza passare dalle elezioni» (detto al TG3, il 27 luglio 2019, e ripetuto negli ultimi giorni dell’anno). Questo è il tipico populismo, che sostituisce il dialogo e la mediazione politica con la conquista numerica del potere, fatto giusto dalla pura quantità. Infatti, ha osato anche parlare di «pieni poteri» (neppure il popolo sovrano ha pieni poteri nella Repubblica, v. art. 1 Cost.), e forse ha toccato un limite: oltre far cambiare governo in pieno agosto, ha suscitato una reazione tanto imprevista quanto estesa, e proveniente da una base spontanea, in grande prevalenza giovanile. Sul movimento delle “sardine” (stretti come sardine nella scatola) si è detto di tutto.

Si vedrà se ne viene qualcosa di concreto nella politica. Qualcosa nello spirito pubblico è venuto: un po’ di coraggio e di fiducia, una richiesta di linguaggio ripulito dall’odio per lo straniero (quello trattato come inferiore), dalla “primazia” nazionale, e dall’uso del sacro per abbindolare. Sono apparse piazze piene con linguaggio sereno e senza simboli di potere, semmai in allegria e reciproca fiducia: non erano frequenti nella storia del Paese. Siamo al punto che la gentilezza è rivoluzionaria. Non “contro” il clima di odio, ma “per” il civismo, premessa di ogni politica accettabile. Rifiutano ogni puzzo di fascismo. Si appellano alla Costituzione, questo importa.

Una ricerca e richiesta di idealità, di solidarietà e collaborazione, mossa da giovani, è di sicuro un fatto positivo. Altre comparse simili – è stato subito notato – non hanno prodotto in passato realtà politiche, cioè aggregazioni di popolo intorno a obiettivi e metodi concreti. Ma si guadagna qualcosa a sfiduciare subito chi parte con fiducia?

Un fenomeno come questo è pre-politico (come si diceva una volta). Ma la politica ha un gran bisogno di questo terreno di coltura! Vediamo bene come l’improvvisazione anti-casta, a suon di “vaffa”, produce una casta così “casta”, così pura da competenze, esperienze, preparazione, da studi e tradizioni culturali, da far crollare, alla prova dei fatti, la fiducia improvvisata e i relativi voti. Allora, i doppiamente delusi, e sprovveduti, si prestano ad attendere l’ “uomo forte” risolutivo, e il 48% degli intervistati (rapporto Censis) si dichiara in questa posizione: cioè, metà del popolo democratico dà le dimissioni, pronto a consegnarsi a uno solo. I giovani delle Sardine, no: essi sanno, o intuiscono, che cosa è stato Weimar, e che cosa è costata la democrazia italiana.

Le Sardine non sono un partito, ma la loro prima dichiarazione è l’alternativa al nazi-leghismo (quello dei pieni poteri dati dalla Madonna). Una alternativa, certo, deve essere propositiva. Qui attendiamo le Sardine. Ci vogliono proposte e organizzazioni, per la politica (art. 49 Cost.), ma prima ci sono i cittadini: se i cittadini si muovono, si incontrano, se hanno un sentire comune, pur se generico, le premesse della politica ci sono. Il movimento dei Fridays for Future, di giovani ancora più giovani, ha guardato all’ambiente naturale, quello delle Sardine ha guardato all’ambiente umano, alla convivenza civile. Se i ragazzi FFF hanno proclamato che il mondo è uno solo, e non esistono confini ambientali, le Sardine dicono che la politica angusta nazi-sovranista non esiste più.

Possiamo dire qui che noi li aspettavamo? Senza sapere, li aspettavamo, perché non ci eravamo rassegnati. E il rifiuto della rassegnazione è il seme della rinnovazione. Le Sardine salveranno il Paese, nel quadro ormai unico del mondo? Ci provano bene, come inizio. I giovani svegli, non impantanati nella rabbia e nei consumi disperati, oggi si sentono un popolo tra gli altri popoli, parlano le lingue, viaggiano e studiano all’estero: vedono che esistono altri, e sono come noi, e la sorte umana è unica. L’idea nuova di politica è una governance mondiale per problemi mondiali, per una umanità non lacerata. Proprio mentre folli padroni di droni incendiano le relazioni, già difficili, tra i popoli, con l’omicidio imperiale del 2 gennaio.

Abbiamo colto, stando dentro a queste piazze piene, anche una letizia civile, di contro alla pesantezza della politica polemica (cioè guerresca), che condanna l’avversario, invece di criticarlo. E quindi anche una gioia di essere “soci”, di essere società, uscendo dalla frantumazione egoistica di rivali. In questo senso, le Sardine sono di sinistra: si vive per convivere in modo giusto, non per primeggiare e scartare gli altri. Vedremo se questa nostra speranza sarà confermata da una maturazione del movimento, o dalla capacità dei partiti di rigenerarsi con questo sangue nuovo. Se è rischioso un ottimismo affrettato, è deleterio il sospetto che tutto nasca vecchio, col peccato originale incorporato, e che il malsistema sia incorreggibile. Semmai, le competenze adulte, sia teoriche sia pratiche, collaborino con impegno all’impresa.

Ci sembra che questa novità sia anche un effetto, correttamente civile e morale, della presenza di papa Francesco, che diffonde positività, unità, umanità-misericordia, più della religione autoritaria con pretese di dirigere la società, che abbiamo patito nel tempo antico del vice-papa Ruini (ricomparso un momento a benedire Salvini). E non per nulla Francesco è combattuto dalle posizioni del potere sacralizzato, della esaurita “cristianità”. (Un giornalista “cattolico” crede di deriderlo chiamandolo Papa Francesco Misericordioso I). Speriamo che i cristiani si sveglino al dovere di partecipare “da cristiani” (con impegno morale, competenza e fini giusti), non “in quanto cristiani” (con un partito cattolico).

Il fenomeno Sardine ci fa sperare nuovamente che sia archiviata l’arcaica illusione della efficacia della violenza (dal linguaggio, ai pugni, all’Armageddon trumpiano, che Faggioli e Chomsky, dagli Usa, denunciano). La parola e la proposta, non il colpo, è il metodo adottato, che tuttavia non intende permettere all’élite di arroccarsi nel palazzo.

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