La rivoluzione nonviolenta | Recensione di Angela Dogliotti

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Piero Giorgi, La rivoluzione nonviolenta. Lo studio della natura umana può evitare una rapida estinzione, Gabrielli, Verona 2019. pp. 128, € 13,00

Stiamo vivendo un periodo di profondo malessere sociale. Dobbiamo cambiare radicalmente il nostro modo di vivere. Per fare ciò, dobbiamo sapere chi siamo. E per fare questo non serve guardarsi intorno qui e adesso, perché noi siamo il risultato della tragedia umana chiamata «civiltà».  Il lavoro di Piero Giorgi propone un ampliamento dello sguardo a livello spaziale e temporale, per meglio comprendere le caratteristiche della natura umana e promuovere, su questa base, una rivoluzione nonviolenta che appare sempre più urgente se si vuole evitare che la grande tragedia della violenza porti la specie umana verso la propria estinzione.

Il punto di partenza cruciale è, per Giorgi, il passaggio dal Paleolitico al Neolitico, avvenuto tra i 10.000 e i 5.000 anni fa, durante il quale è cambiato il paradigma che caratterizzava le relazioni nella specie umana: da relazioni egualitarie, prive di violenza, a relazioni gerarchiche di dominio e sopraffazione.

Come sostiene questa tesi l’autore? Con alcune prove di tipo antropologico sull’origine della violenza nella specie umana (arte rupestre del paleolitico e popoli  cacciatori/raccoglitori contemporanei) e neurobiologico (sviluppo del cervello umano ed evoluzione bio-culturale).

In sintesi:

  1. Le scoperte dell’arte rupestre effettuate negli ultimi due secoli mostrano scene rappresentate dall’Homo Sapiens moderno (circa 50.000 anni fa) che si trovano in tutti i continenti, da cui si ricava che prima del neolitico gli esseri umani erano sostanzialmente nonviolenti. L’arte paleolitica rappresenta infatti ciò che è importante nella vita quotidiana delle persone, che vivevano in piccole comunità: scene di caccia e raccolta, pesca, rapporti sessuali, concepimento, personaggi immaginari, forse associati a forze naturali misteriose. Nessuna scena di violenza tra uomo e uomo, con alcune rare eccezioni.
  2. I popoli paleolitici attuali: non producono cibo, vivono in comunità di piccole dimensioni spinte da gruppi etnici belligeranti in aree isolate dell’Africa, dell’Asia e nelle zone artiche (si vedano le testimonianze raccolte da Bruce Bonta: Peaceful People Alternatives to Violence and War, Department of Antropology, University of Alabama), hanno modelli di vita simili a quelli documentati nell’arte rupestre paleolitica, caratterizzati da solidarietà e cooperazione.

Se non troviamo segni di violenza nelle culture paleolitiche antiche e contemporanee, come è sorta la violenza? L’ipotesi di Giorgi è che con l’invenzione dell’agricoltura e l’inizio degli insediamenti stabili si sia sviluppato anche un processo di specializzazione delle mansioni e di stratificazione sociale che con il tempo ha prodotto consapevoli strategie di controllo e di oppressione. La principale vittima di questo processo è stata la donna, declassata da una posizione di centralità a una di inferiorità.

L’agricoltura fu una buona idea dal punto di vista dell’efficienza nutritiva, ma portò anche alla tragedia umana della violenza. I grandi successi materiali vennero chiamati «civiltà» e trasmessi alla generazione successiva dalle classi superiori come situazione desiderabile.

Le scoperte delle neuroscienze. Per comprendere come due comportamenti così diversi – la nonviolenza che caratterizza le società paleolitiche e la violenza delle «civiltà» – abbiano potuto essere trasmessi da una generazione all’altra in tante culture diverse, Giorgi ricorre alla neurobiologia.

Homo Sapiens è emerso attraverso due processi di cambiamento adattivo: modeste modificazioni genetiche e importanti modificazioni culturali (ragione per cui si parla di evoluzione bio-culturale e non solo biologica). Durante il periodo dell’allevamento, infatti, la madre trasmette importanti informazioni culturali, necessarie alla sopravvivenza; negli esseri umani è un processo lungo e complesso, durante il quale si completa la formazione del cervello. Il neonato è impegnato in un intenso rapporto sensitivo-motorio (solo i neuroni della corteccia sensitiva e motoria primaria sono connessi funzionalmente, mentre gran parte degli altri neuroni non sono ancora funzionalmente impegnati), e saranno le esperienze sociali future, mediate dalla madre, non i geni, a dirigere le connessioni appropriate per un comportamento sociale idoneo alla cultura di appartenenza.

Nel 2014 a Leiden (Olanda) un gruppo di ricercatori si è riunito per aggiornare le conclusioni della Dichiarazione di Siviglia del 1986 sulla natura culturale della violenza: alla luce dei dati scientifici più recenti hanno confermato e allargato tale dichiarazione ipotizzando che sia possibile considerare una natura (bio-culturale) umana nonviolenta (The bio-social bases for nonkilling and nonviolent behaviour).

Due considerazioni supplementari rafforzano, secondo Giorgi, questa ipotesi.

La prima è rappresentata dal caso dei bambini-lupo, come il «ragazzo selvaggio» di Aveyron scoperto da Jean Itard, e dai bambini abbandonati o molto trascurati che, impediti del necessario contributo sociale per definire il proprio cervello in modo umano, crescono con irreparabili deficienze (non parlano), perché non riescono a comunicare e a pensare in modo astratto. Ciò dimostra che esseri umani si diventa attraverso un’evoluzione bio-culturale basata su relazioni umane significative.

La seconda è relativa al «disagio della civiltà» di cui parla Freud. Giorgi rovescia, però, l’interpretazione freudiana secondo la quale il disagio deriverebbe dalla repressione degli istinti violenti che la civiltà deve operare, sostenendo che «[…] il nostro cervello conserva predisposizioni genetiche del Paleolitico compatibili con la nonviolenza, comprovata per almeno 100.000 anni, ma è stato costretto negli ultimi 6.000 anni a vivere in una società impregnata di violenza (strutturale, diretta, culturale e guerra). In questo innaturale stato di cose si manifesta un crescente malessere sociale» (p. 108).

In conclusione, le caratteristiche fondamentali che definiscono la natura umana sono quelle dell’uomo paleolitico: empatia, solidarietà, cooperazione, soluzioni nonviolente dei conflitti di interesse, spiritualità. Per recuperare queste caratteristiche umane oggi compromesse dalla «tragedia della civiltà» è necessaria una rivoluzione nonviolenta che comporta un cambiamento radicale nel nostro modo di vivere, a cominciare da un giusto trattamento dei nuovi nati, da una educazione scolastica appropriata e da corretti comportamenti sociali. Ciò avverrà lentamente (nel giro di due-tre generazioni), legalmente (rispettando le leggi) e localmente (dal basso, a partire da luoghi delimitati), per recuperare la nostra vera umanità ed evitare così una rapida estinzione della specie.

In questo processo avranno un ruolo fondamentale le donne, che potranno così assumere nuovamente, come nelle antiche civiltà matriarcali, una posizione centrale, così come potranno riprendere nuovo vigore i messaggi dei profeti (Krishna, Abramo, Buddha, Confucio, Gesù, Maometto…) che hanno proposto un diverso modo di vivere; questa lenta trasformazione ci porterà a riacquistare unità anche con le altre forme viventi e con l’ambiente in cui viviamo.