Europa, democrazia e social network | Gaia Ravazzolo

Riceviamo e pubblichiamo questa «Lettera di una ragazza qualsiasi»

È come se la velocità avesse dissipato la profondità. Come se avere la possibilità di andare sempre più veloce ci avesse fatto dimenticare che il motivo per cui ci muoviamo, per il quale camminiamo, è proprio per guardare il panorama che si espande al di fuori di noi.

La velocità imposta, ormai viscerale, l’immediatezza fisiologica, ci fanno apparire tutte le questioni di facile interpretazione, in un giudizio che si riduce ad un bianco e nero senza analisi, senza tentativo di sondarne la complessità. Tutto è ridotto ad un “mi piace”. Il non mi piace non esiste. Curioso come il dissenso non  possa essere tanto immediato quanto il consenso; per dire che si è d’accordo basta un click, per esprimere un’opinione contraria no, bisogna scriverlo, e se si ricerca l’immediatezza anche nel dissenso il risultato si riduce a mera violenza. L’odio scagliato in fretta, senza pudicizia, senza ripensamenti, senza alcun tipo di remora morale. Gli insulti senza ragion di causa, senza giustificazione alcuna: semplice odio. Perché di uno strumento tanto potente non abbiamo saputo farne altro che ridurlo a mera arena? Un’arena dove vince chi commenta più veloce, chi commenta più spesso, chi offende di più? Mi ribolle il sangue leggere ancora commenti razzisti privi di fondamento, e violenza verso il diverso, perché? Perché dovrebbe ancora esistere un sentito ‘noi’ contrapposto ad un ‘loro’? Chi sono loro? Chi sono quei diversi verso i quali si spendono le parole più brutali?

E’ impensabile definirsi tutti uguali, ma eguali, forse no.

L’eguaglianza non esiste, non la si vuole accettare, non è nemmeno un’opzione vagliabile… ma è forse un pensiero tanto orribile sentirsi tutti come abitanti del medesimo luogo? È forse tanto struggente sentire il male del prossimo come un po’ anche nostro? È forse sbagliato piangere per coloro che non hanno avuto una possibilità di una vita almeno dignitosa? È forse tanto terrificante non provare vergogna per il proprio benessere e le proprie risorse quando dall’altra parta del mondo si muore di fame? È forse deplorevole sentirsi parte di un tutto per il quale combattere? È forse sbagliato riprendersi la propria umanità? E’ forse sbagliato il percepirsi come un’unica specie? NO, io non credo.

In questo scenario le parole dell’uomo forte trovano terreno fertile e rievocano vecchi sentimenti individualisti, inneggiando ad un odio ancora più forte, agendo sullo stomaco, e caderne preda è oggi più facile che mai. L’uomo forte è colui che urla di più, ma senza dire nulla. L’uomo forte è colui che si dice dalla parte del popolo, dalla parte della gente, avendo a cuore solo il numero dei propri consensi. L’uomo forte non parla di dati, ma parla di opposizioni brutali. L’uomo forte identifica un nemico e lo rende causa dei mali. L’uomo forte è colui che oggi, sotto diversi volti, fa la politica in Europa e nel mondo.

Con le elezioni europee alle porte è d’obbligo fermarsi a riflettere, smettere di correre su una strada che pare non portare da nessuna parte. L’Unione Europea è considerata la grande conquista sociale e democratica del nostro tempo, noi giovani siamo nati e vissuti tutta la nostra vita in un’Europa che si proclama unica, una realtà fragile basata su un concetto profondissimo: l’essere uniti nella diversità. Il modo per non permetterne la disgregazione è ancora possibile, il mio ottimismo ed i miei 23 anni non vogliono arrendersi.

Forse è arrivato il momento di ripensare alla democrazia. Si parla solo di progresso scientifico, con l’uomo sempre più vicino a distruggere i limiti della natura, alla ricerca del modo per sconfiggere la propria caducità, ma di progresso sociale non se ne parla quasi mai. Le politiche non sono riuscite a stare al passo del cambiamento della società, della velocità, della massificazione, dell’ineguale distribuzione delle risorse. Che senso ha parlare di governo del popolo, quando poi a prendere le decisioni è una piccola oligarchia di privilegiati e il popolo sembra restare a guardare inerme? Dove sta l’etica in tutto questo?

Chi fa la politica? Chi partecipa? La partecipazione democratica presuppone un tentativo di consapevolezza che non riesco più a vedere. La partecipazione politica nasce dalla volontà di partecipare e dal tentativo di capire gli equilibri e squilibri della società, nasce dalla ferma convinzione che le complessità della società siano da analizzare, da comprendere. Ed invece no, il pensiero critico si affievolisce sempre più, e il percepirsi artefici del cambiamento, abitanti del presente e costruttori di un futuro più giusto non sembra essere più di interesse per nessuno.

La sussidiarietà delle istituzioni europee rispetto al cittadino è il prerequisito necessario per una cittadinanza europea consapevole, ma se le istituzioni non si sentono, non si vedono e non le si percepisce vicine, l’Unione Europea continuerà ad essere vista come quell’elefante burocratico lento e farraginoso distante da noi. Per vincere la battaglia del deficit di partecipazione democratica è necessario raggiungere i cittadini: accorciare le distanze è diventato fondamentale per una sua sopravvivenza pacifica. E per farlo servono i social media ed i social network.

Piegarsi alle regole dei social network per quanto all’apparenza degradante, è di vitale importanza. Perché la battaglia la stiamo perdendo… contro lo spettro del nazionalismo che si aggira nero in tutta Europa.

Eppure cambiare rotta è ancora possibile, la mia giovane età mi impone di non arrendermi al ritorno dei vecchi retaggi nazionalisti, di non arrendermi al fatto che ormai la popolazione sia preda facile dell’uomo forte che si scaglia contro il diverso e vuole la divisione dei popoli.

Ed invece, agli occhi di chi non siede a Bruxelles, l’Unione europea perde terreno.

I miei studi per fortuna mi hanno permesso di constatare che non è così, che le istituzioni sono in continuo movimento per far fronte alle crisi del nostro tempo, e non parlo solo di quella ambientale, della politica di vicinato, della difesa comune europea, ma parlo della crisi dei valori e delle coscienze. Ma se dei progetti di Bruxelles non vengono resi partecipi anche i cittadini, allora il cambiamento non sarà mai possibile. Eppure la controparte sembra averlo capito benissimo, coloro che inneggiano all’ineguaglianza e ad un’Europa divisa, hanno capito che per raggiungere i propri scopi i cittadini dovevano essere coinvolti e hanno scelto di farlo utilizzando il mezzo più immediato e rapido del mondo. E non parlo solo del caso italiano, ma parlo di tutti i movimenti nazionalisti che si sono fatti strada dal basso, in modo sordido, furbamente indisturbati, ipnotizzando molte menti senza avere veri rivali. Dove erano le istituzioni europee durante il diffondersi di tutto questo odio e divisionismo?

Frequento molti giovani, che ho il privilegio di poter chiamare amici, che ogni giorno cercano di lottare nel loro piccolo controcorrente, controtendenza. Vogliono informarsi, vogliono avere una visione più chiara e consapevole degli equilibri internazionali ed in vista delle prossime elezioni europee leggono i programmi elettorali e ricercano informazioni per poter permettere al loro acquisito, seppur ancora giovane, senso critico di votare consapevolmente: ma le cifre parlano chiaro, sono e siamo la minoranza.

Ma questo non va accettato come semplice dato statistico, è un problema da risolvere. Perché i giovani sono per la maggior parte disinteressati all’Europa? È questo il punto di partenza per cercare di interpretare la sempre decrescente partecipazione democratica, che si traduce di anno in anno con la diminuzione del numero dei votanti e con l’aumento dell’astensionismo.

A mio avviso un punto fondamentale è la volontà e la modalità di diffusione degli ideali democratici su cui si fonda l’unione Europea. Facebook e Instagram sono diventati per molti giovani, e non solo, la principale fonte di informazione ed intrattenimento. Noi giovani ogni giorno usufruiamo di questi strumenti in un vorticoso e rapido scorrimento, in cui spesso vengono letti soltanto i titoli dei post o degli articoli ed il contenuto si dà già per conosciuto, grazie a quelle poche parole che lo introducono; ma in tutto questo tempo dell’Unione europea non ve ne è quasi traccia. L’Europa deve entrare nella vita del cittadino, nella sua quotidianità, e forse questo può essere un piccolo passo per iniziare.

Molti giornali hanno lentamente capito che grazie alla carta stampata non avrebbero più potuto raggiungere la popolazione con le proprie notizie e così hanno optato per un trasferimento sul digitale, le aziende invece lo avevano già capito molto prima, aumentando di molto i propri fatturati con campagne pubblicitarie sul web e lo sfruttamento dei social network. E le istituzioni europee? Perché non decidersi a fare questo grande passo? I numeri che si possono raggiungere con un singolo post sono impressionanti, eppure a sfruttare questa grande opportunità rimangono solo le aziende e coloro che hanno deciso di fare del social network la loro professione. Anche se mi rammarica ammetterlo, tutto si riduce ai numeri: numeri di commenti, numeri di piace e soprattutto numero di persone raggiungibili. Purtroppo fermarsi alla tristezza del fenomeno non ha più senso, perde di significato. Le istituzioni, ed in questo caso l’Unione europea deve imparare le regole del gioco e buttarsi nell’arena per davvero, finalizzando tutte queste interazioni non soltanto all’acquisto della nuova collana o vestito alla moda, ma diffondendo così gli ideali democratici su cui è fondata. Se non si decide di cambiare la propria prospettiva riguardo al grande fenomeno dei social network e social media, decidendo di smettere di guardarlo con snobismo, la deriva  del sogno europeo è  l’unica fine possibile.

La democrazia rappresentativa non è più lo strumento migliore, forse è vero che la sua efficacia è massima solo quando il popolo non è così numeroso. L’unica alternativa pensata è la democrazia diretta, ma anche in questo caso, come realizzarla? La democrazia diretta presuppone una diretta partecipazione di ognuno, ma se questi tutti non si informano e rimangono facili vittime delle fake news e della violenza, viene da pensare che anche questa possa non essere la via percorribile. Forse, una via di mezzo è possibile.

Ripensare ad un sistema misto di partecipazione democratica sia rappresentativa che diretta, dove i cittadini possano direttamente partecipare ad esempio con consultazioni popolari, in modo più attivo alla creazione delle politiche; e parlo di politiche, non di bandiere di partito. Anche questo a mio avviso è un punto fondamentale, in una contrapposizione ormai sfumata tra destra e sinistra le proposte di legge non sono più considerate e giudicate per il loro contenuto ma per il partito o il singolo uomo politico che le ha proposte. Se si riuscisse a ricominciare a parlare semplicemente delle proposte, scardinandole dai singoli partiti di maggioranza od opposizione, forse i cittadini sarebbero chiamati a rifletterci più a fondo. Una democrazia diretta che si espliciti in un sistema rappresentativo da modificare in un senso più sussidiario è un sogno ambizioso, ma probabilmente avremmo pensato lo stesso nel 1941 all’epoca della stesura del Manifesto di Ventotene, quando un pugno di giovani coraggiosi sognò un’Europa libera e unita.


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