Un grande maestro delle piccole cose. In ricordo di Ermanno Olmi | Massimiliano Fortuna

Capitano film dai quali alla fine ci si distacca con un’emozione, quasi indescrivibile, di pienezza e intenso struggimento. Un’emozione che continua a pervaderci nelle ore successive e in qualche modo, anche se per poco, ci lascia in uno stato al tempo stesso febbrile e di sereno appagamento.

Ricordo con chiarezza di aver provato sensazioni simili quando, diversi anni fa, mi capitò di vedere Il tempo si è fermato, il film d’esordio di Ermanno Olmi, durante una retrospettiva a lui dedicata al cinema Massimo di Torino. La storia di quella convivenza forzata tra un giovane studente e un maturo operaio impegnati come guardiani invernali di una diga vicino all’Adamello, incorniciata in un’atmosfera sospesa («il tempo si è fermato», appunto) avvolta da un’uniforme coltre nevosa, mi catturò e mi coinvolse totalmente.

È a questo film, e alle ore trascorse dopo averlo visto, che mi è venuto da pensare quando ho appreso della morte di Olmi, più che a successivi, e giustamente celebrati, capolavori, come L’albero degli zoccoli, La leggenda del santo bevitore o, più recente, Il mestiere delle armi, che hanno contribuito a fare di lui un autore di notorietà internazionale. A questo film ma un po’ anche a quello immediatamente seguente, Il posto, il suo secondo lungometraggio, che non mi piacque di meno però, al contrario dell’altro, mi catapultò in uno stato di profonda amarezza (lo vidi, ricordo, proprio il giorno dopo in occasione della stessa retrospettiva).

Due piccoli film, girati tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, dal sapore neorealista, ma privi di quella dimensione di aperta drammaticità che aveva caratterizzato non pochi dei maggiori  film di Rossellini, De Sica o De Santis. Quello che si snodava in quelle immagini era piuttosto, se così si può dire, una sorta di neorealismo intimista, ripiegato su gesti minimi, su una suggestiva poetica degli oggetti, su disagi anche profondissimi, ma che non si mostravano all’esterno con immediata evidenza e riconoscibilità.

Credo che già da quelle prime opere ci si potesse accorgere, e alcuni in effetti se ne accorsero, che in Italia era nato un nuovo maestro di cinema. Non so se ad Olmi interessasse esser definito «maestro», dall’idea che mi sono fatto, ascoltandolo in alcune interviste, direi proprio di no, anzi sarei incline a credere che questo appellativo, con quel tanto di pomposo e adulatorio che sovente si porta dietro, potesse addirittura infastidirlo. Però non c’è dubbio che Olmi sia stato un autentico maestro, perché tale è chiunque sappia insegnarci un nuovo modo di guardare alle cose e Olmi seppe farlo sin da quei suoi lontani esordi registici, con una particolare propensione per le cose più piccole e marginali, o che tali possono apparire. Ecco, forse potremmo dire così: Ermanno Olmi è stato, prima di tutto, un grande maestro delle piccole cose, un’arte preziosa e spesso controcorrente.

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