Antifascismo, violenza e nonviolenza

Se il fascismo è stato, fin dalle sue origini, affermazione di un ordine sociale e di una ideologia totalitaria attraverso violenza e sopraffazione, lotta contro gli oppositori con manganellate e olio di ricino, è chiaro come l’alternativa più radicale a tutto ciò non possa che essere una visione del mondo che rifiuta l’uso della violenza come mezzo per affrontare le divergenze e i conflitti e propone una forza diversa dalla violenza per affermare diritti, dignità, libertà e giustizia.

La nonviolenza è, dunque, l’antitesi più radicale del fascismo e il logico e naturale esito dell’antifascismo.

L’antifascismo, infatti, è stato una rivolta morale, prima ancora che politica e pratica, contro l’intolleranza e la violenza che il fascismo aveva esaltato ed eretto a modalità usuali di comportamento . La cultura antifascista è nata e si è nutrita della migliore tradizione del liberalismo, del socialismo, del cattolicesimo democratico, come testimoniano figure come Piero Gobetti, Giacomo Matteotti, i fratelli Carlo e Nello Rosselli, Giuseppe Dossetti, Antonio Gramsci, Guido Calogero e Aldo Capitini.

Poi, di fronte all’occupazione tedesca e al tentativo repubblichino di mantenere l’Italia sotto il tallone della dittatura, i giovani più generosi e ribelli hanno scelto di non collaborare, di opporsi, con ogni mezzo, anche con le armi, ed è nata l’esperienza partigiana.

La storiografia più recente ha messo tuttavia in luce come anche quella esperienza non possa essere letta solo in termini militari e quanto sia stata importante e decisiva l’azione di resistenza non armata, in Italia e in Europa, per sconfiggere il nazifascismo.

E anche per chi ha scelto, allora, di prendere le armi, era evidente che la società per la quale lottava avrebbe dovuto fondarsi su un paradigma diverso, nel quale la violenza non sarebbe mai stata esaltata e giustificata come un valore positivo.

Ciò vale tanto più oggi, quando le nostre società avrebbero tutti gli strumenti per arginare derive violente, e dove mettere in atto comportamenti intolleranti e violenti per opporsi ai rigurgiti della cultura fascista non solo è controproducente, ma rischia di rendere chi li compie molto più simile a chi si vorrebbe contrastare che non alla genuina cultura dell’antifascismo. Queste forme di violenza diretta non permettono di evidenziare le altre forme di violenza, di tipo culturale e strutturale, che ci vedono tutti coinvolti.

Le attuali derive neofasciste colmano semplicemente – e confermano storicamente – il vuoto di propositività delle sinistre e la scarsa incisività dei movimenti di base (compresi i nostri ), soprattutto in un contesto di crisi come è quello odierno. Così successe nella prima fase della nascita del fascismo in Italia, così successe con il nazionalsocialismo in Germania.

A ciò si aggiunga una pericolosa ed irresponsabile acquiescenza di parte della classe politica e dei mezzi di comunicazione che da un lato ne sottovalutano la pericolosità, dall’altro ne esaltano e amplificano la diffusione.

Le idee si contrastano con le idee e con un impegno sempre più efficace e diffuso a diversi livelli e contesti (culturale, educativo, sociale, politico) .

La violenza non è mai “giusta”, da qualsiasi parte provenga (compresa quella delle forze dell’ordine quando, venendo meno al loro compito, brutalizzano manifestanti pacifici, come avvenne alla Diaz, ad esempio) ed è sempre dannosa perché alimenta la distruttività del conflitto anziché la ricerca delle strade possibili per una sua risoluzione attraverso il riconoscimento delle necessità e dei bisogni del nostro tempo, e per una maggiore garanzia di equità e giustizia nel rispetto dei diritti e della dignità di tutti e di ciascuno.

Angela Dogliotti, Dario Cambiano, Paolo Candelari, Enzo Ferrara, Franco Lovisolo
(Il Consiglio di Amministrazione del Centro Studi Sereno Regis)

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