Un hotel occupato in Grecia diventa un modello di accoglienza dei rifugiati | Dalilah Reuben-Shemia

Si avvicina l’estate in Europa. Con l’arrivo del caldo molti cominciano a organizzare le vacanze da qualche parte nel Mediterraneo, il che vuol dire cercare una sistemazione online. “Niente piscina, niente minibar, niente servizio in camera, eppure: il miglior hotel d’Europa” – si legge sulla homepage del City Plaza Hotel. Uno scherzo? Sì. Una truffa? Niente affatto. Questo hotel di Atene non dispone dei servizi convenzionali, ma offre molto di più: sistemazioni, cure mediche e pasti – tutto gratuito – per centinaia di persone costrette ad abbandonare il Paese d’origine.

Un anno di speranza

Lo scorso mese l’occupazione degli immigrati al City Plaza Hotel ha festeggiato il suo primo anniversario con una festa senza eguali. Centinaia di persone danzavano in allegria, il profumo della primavera e le melodie balcaniche dei clarinetti riempivano l’aria. Nel corso del suo primo anno l’hotel ha offerto una sistemazione dignitosa a più di 1500 rifugiati, con una capienza di circa 400 alla volta – un gran risultato se paragonato alle condizioni disumane dei campi di detenzione diffusi nel Paese. È un modello autorganizzato di solidarietà in cui gli abitanti del posto condividono gli spazi del quartiere con i migranti, mentre tutto intorno si diffondono sentimenti razzisti e nazionalisti.

Da quando, a marzo 2016, l’Unione Europea ha stretto un accordo con la Turchia, i confini tra la Grecia e il continente sono stati chiusi. Circa 60.000 rifugiati sono rimasti bloccati in Grecia – di cui 16.000 su un’isola, senza possibilità di raggiungere la terraferma. Migliaia di rifugiati non hanno dove stare e vivono per le strade di Atene: tra di loro anche famiglie con bambini. La risposta del governo greco alla crisi è stata l’istituzione di 49 centri di detenzione.

La festa del primo anniversario del City Plaza, il 22 aprile (Facebook)

Ma rifugiati e attivisti hanno pensato di rispondere diversamente. Il 22 aprile 2016 hanno occupato il City Plaza, un hotel che rimasto abbandonato e inutilizzato per sei anni, come del resto tante altre attività dopo il collasso economico. Insieme ad altri otto rifugi autogestiti da rifugiati e attivisti, l’hotel offre alle persone senza dimora un’alternativa sicura e dignitosa alle condizioni misere, crudeli e non igieniche delle strutture detentive.

Cosa è più importante?” – chiede Yorgos Maniatis, uno degli attivisti greci che supportano il progetto – “la vita dei rifugiati senza una casa o la proprietà privata inutilizzata degli alberghi?”

Lavoratori e migranti insieme

Quando il City Plaza fallì nel 2010, i suoi gestori non furono in grado di dare ai dipendenti la liquidazione che spettava loro. Una sentenza stabilì che se i lavoratori non potevano essere pagati in denaro sarebbero stati risarciti con i beni presenti all’interno dell’edificio. I proprietari però riuscirono ad evitare la messa all’asta per diversi anni. Quando infine i sette piani dell’edificio furono occupati nel 2016, gli ex-lavoratori dell’hotel si sono detti disponibili e contenti di condividere quanto spettava loro. Ora gli attivisti che gestiscono l’hotel occupato supportano anche quei lavoratori e stanno progettando uno sforzo comune per andare incontro sia alle loro esigenze che a quelle dei rifugiati.

I rifugiati chiedono accesso a una casa, un’educazione e un lavoro. Provvedendo autonomamente a queste esigenze, il progetto dimostra che è possibile garantire a tutti uno standard minimo di dignità, persino in un Paese devastato dalla crisi come è la Grecia. E l’accoglienza dimostrata dai residenti della zona verso i migranti prova che la povertà non impedisce affatto di accogliere il prossimo a braccia aperte.

I vicini portano un po’ di cibo, qualche vestito – è brava gente, sai. La loro vita è andata a rotoli, ma nella propria rovina vedono la rovina di altre persone,” racconta Maria, un’attivista che aiuta a mandare avanti il progetto.

Stiamo cercando di creare un esempio di come le nostre società dovrebbe funzionare,” dice Nasim Lomani, un rifugiato afghano da tempo coinvolto come attivista nelle politiche migratorie ad Atene. “Tutti noi veniamo da paesi diversi ma qui viviamo insieme, in pace e solidarietà, e ci battiamo per costruire un futuro comune.”

Condivisione

Di fatto, il progetto ha un respiro internazionale. Le persone che alloggiano al City Plaza sono siriane, afghane, pakistane, irachene e iraniane, e i 150 volontari arrivano da ogni parte del mondo, inclusi Stati Uniti, Scozia, Spagna, Italia e molti altri paesi. Il motto del progetto è “Viviamo insieme – la solidarietà vincerà.” Alcuni attivisti vivono davvero nell’hotel e sono presenti 24 ore al giorno. Sia i volontari che i rifugiati danno una mano a svolgere tutti compiti necessari, come preparare il cibo nella cucina dell’hotel, spazzare o lavare i pavimenti ecc. Quando si presente un problema se ne discute in riunioni di gruppo aperte a tutti i residenti, e le decisioni si prendono collettivamente.

Il City Plaza non si limita a soddisfare quei bisogni fondamentali che sono un tetto e del cibo: i volontari danno lezioni di lingua, e ci sono medici a disposizione per visite gratuite. C’è anche un’area in cui una parte dei 160 bambini che vivono nell’hotel possono giocare spensierati sotto la sorveglianza di adulti: un grande sollievo per loro, dopo essere stati rinchiusi per settimane in qualche campo di detenzione.

Ayasha Al-Sayed, madre di tre bambini, ricorda: “in Siria non sentivano altro che aerei, scoppi e bombe. Qui invece sono felici.”

A parte l’area bimbi, ci sono 126 stanze, una sala da pranzo, una cucina e un bar. C’è una stanza usata come dispensa, un centro per la salute, un giardino sul tetto, un’aula per le lezioni e una biblioteca.

Un altro compito importante di cui i volontari devono occuparsi è la sicurezza degli occupanti, che deve sempre essere garantita. Per questo c’è sempre qualcuno che controlla l’ingresso, soprattutto durante le notte e le prime ore della mattina.

Bambini rifugiati del City Plaza partecipano ad un progetto artistico con l’artista italiana Chiara Mosciatti. (WNV/Yorgos Maniatis)

Si tratta di una precauzione necessaria. Lo scorso anno un’occupazione di rifugiati in un’altra area della città è stata colpita da un incendio doloso. E questa non è l’unica minaccia per questo tipo di soluzioni abitative. Gli abitanti e i volontari sono sempre in attesa che la polizia li sgomberi e sequestri l’edificio. Alcuni di loro sono pronti a difendere la loro nuova casa anche a costo di affrontare repressioni violente, dal momento che è il posto migliore in cui hanno vissuto da diversi anni a questa parte. Alcuni, con bambini al seguito, temono rappresaglie violente. Le discussioni riguardo alle reazioni ad un possibile sfratto da parte della polizia sono improntate al rispetto reciproco tra chi vorrebbe difendere il presidio e chi invece pensa alla propria sicurezza.

Non deve sorprendere il grande lavoro portato avanti dai residenti per concordare un piano d’azione concreto e dettagliato da attuare in caso di repressione: i movimenti pro-rifugiati in Grecia hanno una lunga storia di azione nonviolenta. A parte le mobilitazioni e le marce per sensibilizzare il pubblico sulle terribili condizioni in cui vivono i rifugiati, il movimento ha portato a termine con successo diverse occupazioni. Una modalità di azione diffusa tra i rifugiati – che spesso non hanno altri modi per farsi ascoltare dall’opinione pubblica – è lo sciopero della fame. Il 25 gennaio 2011, ad esempio, 300 lavoratori immigrati di provenienza araba hanno intrapreso uno sciopero della fame in nome di tutti i migranti e rifugiati in Grecia, chiedendo che fossero garantiti i diritti all’accoglienza e al lavoro. Dopo 44 giorni di sciopero, accompagnato da massicce proteste, hanno ottenuto un permesso di residenza e l’autorizzazione a svolgere un lavoro. Nell’autorizzazione era inclusa persino la possibilità di tornare in visita al proprio paese senza perdere il permesso di lavoro.

Grecia: un egiziano in sciopero della fame per solidarietà con Mohamad Abdelgawad. (Facebook)

Azioni collettive come queste hanno permesso a rifugiati e attivisti di portare a casa risultati importanti. Ad esempio, il governo ha reso il servizio sanitario gratuito per tutti, senza distinzioni basate sullo status di residenza. Ora si dovrebbe pensare anche al diritto all’educazione. Nell’ottobre 2016, ad Atene e Salonicco, circa 580 bambini rifugiati in età scolastica hanno cominciato a frequentare le lezioni in seguito ad un provvedimento legislativo adottato dal parlamento in estate. Inoltre, grazie alle continue proteste relative ai campi di detenzione dei rifugiati sulle isole, i soggetti più vulnerabili sono stati rilasciati e alla maggior parte dei detenuti è stato gradualmente permesso di muoversi liberamente dentro e fuori dai campi. Non è comunque stato loro concesso di lasciare l’isola fino all’esame della loro richiesta d’asilo.

Serve maggiore supporto

Sebbene l’intero progetto si appoggi esclusivamente a dei volontari, senza fondi pubblici né personale retribuito, fornire acqua, luce e pasti a 1200 persone ogni giorno richiede una quantità di risorse non indifferente. L’hotel ha poi molte altre spese da sostenere per garantire i servizi che garantisce – dai medicinali al bucato ai materiali per la scuola.

Medici volontari si impegnano a garantire i servizi basilari a tutti gli abitanti del City Plaza. (Facebook)

Nessun supporto economico arriva dal governo né dalle Nazioni Unite. I programmi di supporto abitativo dell’ONU sono rivolti solo ai cittadini siriani, mentre i gestori del City Plaza non fanno simili distinzioni. Di conseguenza il loro lavoro dipende interamente dalle donazioni. Per coprire questi costi i volontari hanno organizzato diverse campagne di raccolta fondi; supporto economico, morale e politico arriva da ogni parte d’Europa e anche oltre. A breve l’hotel lancerà la sua personale campagna di finanziamento. Senza le donazioni internazionali, insieme al supporto concreto degli attivisti, il City Plaza non sarebbe sopravvissuto così a lungo.

Durante questo primo anno l’hotel non ha solo offerto aiuto a persone in difficoltà. “Non vogliamo dire che stiamo salvando rifugiati – noi siamo un esempio, la dimostrazione che un’alternativa è possibile” afferma Olga Lafazani, una delle organizzatrici, in un’intervista per il progetto di pubblicità e finanziamento “A Day in the Life ar City Plaza”. Spiega come le persone hanno acquisito potere d’azione e capacità attraverso il processo di autogestione – come gli strumenti e le piattaforme che emergono dalle sessioni di gruppo permettono loro di pensare e agire in autonomia e di comprendere la loro situazione, incrementando di conseguenza la responsabilità e le iniziative.

Quando alcuni dei residenti hanno ottenuto l’asilo politico in Germania e stavano per lasciare il paese e ricongiungersi alle loro famiglie, Lazafani ha vissuto uno dei momenti più emozionanti dall’avvio del progetto, un momento che testimonia la forza di City Plaza. “Quando è arrivato il momento di salutarci – racconta – una delle donne mi ha chiesto «Se le cose dovessero andare male, posso tornare a casa?» È in momenti come questo che mi rendo conto che abbiamo fatto una cosa davvero importante. Abbiamo dato a queste persone una casa.”

June 5, 2017 Waging nonviolence

Titolo originale: An occupied hotel in Greece models how to welcome refugees
https://wagingnonviolence.org/feature/city-plaza-hotel-greece-welcome-refugees/
Traduzione di Fabio Poletto per il Centro Studi Sereno Regis

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