Ridurre la violenza urbana | Johan Galtung

Forum Mondiale sulla Violenza Urbana, Madrid, 19-21 aprile 2017

Madrid. © José María Cuéllar (Flickr)
Madrid. © José María Cuéllar (Flickr)

Sindaci del vasto mondo, signore e signori,

Per ridurre la violenza diretta nelle città dobbiamo convertirci da una cultura di violenza urbana ad una cultura di pace urbana e dalla violenza strutturale urbana ad una struttura di pace. Il centro di una città non deve essere un luogo di vergogna che puzza di Inquisizione. E l’urbanizzazione non dev’essere giustificata come moderna, considerando come tradizionali cittadine e paesi, meno violenti.

I nomi delle strade non devono glorificare guerre ed eroi violenti bensì la pace e i suoi eroi, sovente donne. Si spostino i monumenti di guerrieri a cavallo nei pressi dei cimiteri a mo’ di tombe simboliche. Gli scultori potrebbero glorificare la pace in una tenera famiglia a colazione, prodiga di carezze.

E Oslo, dove sono cresciuto? La polizia riferisce di un diverso tipo di violenza, di giovincelli, addirittura bambini, che non c’entrano con i dissidi fra quartieri ricchi e quartieri poveri (KlassKampen 17.03.17). Ma la strada principale celebra un generale francese che come re di Svezia e Norvegia divenne un bastione di neutralità.

Hanno importanza i media, devono davvero reinventarsi – così patologicamente attratti dalla violenza. Le città offrono anonimità e luoghi per nascondersi. I media devono sì riferire sulla violenza, ma meno, e con meno evidenza. Le grosse città producono il meglio di arte-scienza-affari e il peggio della violenza e dello sfruttamento; meno nelle città più piccole, nei paesi e nelle fattorie isolate. Comunque sia, se ne può riferire con più misura e mettendole in secondo piano.

I media devono imparare a trattare di più la pace, con maggiore evidenza, concentrando l’attenzione non solo sulle zone violente, ma su quelle pacifiche, e indagando sul perché. Pure, la polizia locale ed altri agenti possono offrire compromessi alle bande, ad esempio finirla con la violenza in cambio di impunità. Oppure tutto quanto il contesto può essere più pacifico, da esplorare e riportare in primo piano.

Si potrebbero valutare i media secondo come trattino la violenza rispetto alla pace, e le ONG potrebbero boicottare i media violenti e sostenere quelli pacifici, coadiuvati da attori famosi. È necessario perché i media pacifici possono essere economicamente deboli, ad esempio gestiti da donne orientate alla pace in società tuttora patriarcali.

Importano le famiglie, come no?; e ci serve più attenzione mediatica sull’amore e i buoni matrimoni e meno sulle violenze domestiche e i divorzi di celebrità. La famiglia non è più esclusa dalle cronache sulla violenza – marito contro moglie, genitori contro figli, fratelli e sorelle in contrasto reciproco – e allora, perché non anche cronache di vita famigliare non patologica, pacifica?

Importano le scuole di ogni grado – da quella d’infanzia all’università. Sono certo essenziali per la pace negativa del bullismo zero, e anche per la pace positiva dell’intessere valide relazioni. Per il primo scopo vale la formula SABONA “Quel che hai fatto è inaccettabile, ma perché l’hai fatto?”, che va alla radice trasformando il bullo in un pacificatore. Per il secondo scopo servono scuole orientate a progetti con studenti che vi cooperano avendoli scelti essi stessi.

Importano innegabilmente polizia e governo; da rendere più inclini a gratifiche e lodi e meno a punizioni e violenza. Immaginiamo una polizia che fermi un’auto dando una nota di benemerenza al conducente per la sua guida attenta e impeccabile in un punto particolarmente balordo, anziché solo multe per una guida sconsiderata. E una polizia intenta a convincere le varie bande a cambiare stile, per esempio tenendo pulita la città, con qualche gratifica.

Tuttavia, se il governo stesso è violento, dedito alla guerra o alla pena di morte, non dovremmo essere sorpresi se qualcuno si fa l’idea che la violenza sia legittima, in quanto lo status quo. la grande città è un campo di battaglia ideale per far pratica.

È cruciale la piazza centrale. Lì la violenza può essere contagiosa, e dare alle bande via libera all’iniziativa. Ma può essere contagiosa anche la pace; abbellendo il centro, che rifletta le differenze culturali in modo che tutti i gruppi etnici ci si sentano a casa; rendendolo vario, con ristorantini semplici e altri d’alta classe che vadano bene per tutte le borse. Rendendo la violenza lì fuori luogo. Le grosse città hanno risorse per mostrare come procedere.

Questa conferenza, prima nel suo genere, con 2.300 partecipanti e 200 sindaci, è un bel segnavia. Un premio Nobel per la pace agli organizzatori! Il mondo non è fatto solo di stati, nazioni, odio e guerre, ma anche di città, classi sociali, violenza strutturale e violenza urbana diretta.

Il programma culturale annuncia MADRID CAPITALE DI PACE. Non proprio. La Spagna non ha adempiuto all’articolo 73 della Carta ONU decolonizzando il Sahara Occidentale, i Sahrawi, ma lasciando che il Marocco lo ricolonizzasse. La Spagna contribuisce a una coalizione terroristica statale a guida USA attiva dall’aria e altrimenti in Afghanistan. La Spagna ospita le maggiori basi USA in Europa. E la Spagna non è progredita dalla Spagna di Franco: “Una, Grande, Libera” a una “Spagna: Comunità di Nazioni” affinché i baschi, i catalani etc. ci si sentano a casa.

Cosa che peraltro può ben avvenire. Questa conferenza potrebbe servire da modello per una futura conferenza Forum Mondiale sulla Violenza di Stato, a Madrid. Che verta su diagnosi-prognosi-terapia per gli stati, come state cercando di fare qui ora per le città.

C’è un fattore aggiuntivo: le città sono più o meno violente, ma non l’una contro l’altra; gli stati sono anch’essi più o meno violenti, ma sovente l’uno contro l’altro. Richiede una conferenza in questo magnifico edificio, già fabbrica d’ascensori (!), per ascendere noi stessi ancora una volta. Fate sì che i dirigenti operativi in capo degli stati, presidenti, primi ministri, spieghino che cosa fanno per ridurre la violenza entro e fra gli stati; in un dialogo come stiamo conducendo qui per reciproca esplorazione ed apprendimento; non per criticarci vicendevolmente, bensì per progredire, insieme.

E questo mi conduce al principale risultato di questa conferenza da e per i sindaci, e a una a venire da e per presidenti e primi ministri. Va bene un resoconto ora per ora, ma ci si concentri su un elenco di idee concrete. I sindaci – persone indaffarate, qui anche da grandi capitali, cui siamo profondamente grati – devono essere in grado di scorrere criticamente tale elenco: “già fatto, non ci riguarda, stupido, mah, questo sembra interessante“. E di procedere di conseguenza.

Bisogna ammetterlo, è più difficile a livello statale. Le città possono invidiarsi ma raramente si odiano e comunque non si aggrediscono, eccetto le capitali; gli stati possono essere sovraccarichi d’astio, particolarmente gli stati più abbienti.

Cari organizzatori: Grazie per un importante contributo alla pace nel mondo, a livello mediano fra il livello micro delle persone e quelli macro-mega di stati-nazioni e agglomerati regionali-civiltà. GRAZIE!


#478 – Johan Galtung
Titolo originale: Reducing Urban Violence
Traduzione di Franco Lovisolo per il Centro Studi Sereno Regis

Una replica a “Ridurre la violenza urbana | Johan Galtung”

  1. consigli interessantissimi per migliorare la civiltà dei popoli. Rimango convinto che se non si fa giustizia sociale ed economica, riduzione dell'orario di lavoro per lavorare tutti, equità economiche ossia: uno stipendio massimo non deve superare le dieci volte quello minimo, e col tempo il massimo deve ridursi a cinque volte incominciando con le pensioni da subito. Le pensioni doro sono vere ruberie che innervosiscono i poveri. Se non si può parlare di ruberie, di abuso di potere sicuramente sì, e chi sostiene che essi hanno pagato i contributi altissimi, allora hanno abusato tutta la vita costando sempre caro ai contribuenti. Per non parlare della disoccupazione.

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