No alla Grande guerra 1915-1918 | Recensione di Marco Labbate


cop_ongaro_noallagrandeguerra-copertinaErcole Ongaro, No alla Grande guerra 1915-1918, I libri di Emil, Bologna 2015, pp. 303, € 18,00

Ercole Ongaro definisce un denso affresco sull’opposizione al primo conflitto mondiale, dallo sviluppo dell’istanza antimilitarista all’inizio del Novecento, come momento della lotta di classe condotta dai gruppi socialisti, sindacalisti e anarchici fino al rifiuto della guerra nelle piazze e al fronte.

Il lavoro di Ongaro, nella prima parte, ripercorre le radici di un’opposizione all’esercito espressa, all’inizio del secolo, dai socialisti tramite un’azione dentro l’esercito «per non abbandonare la massa dei soldati all’indottrinamento e alla disciplina» e dagli anarchici attraverso la renitenza o la diserzione. Emerge l’importante contributo teorico di un antimilitarismo femminista contro la coscrizione impersonato da figure come Fanny Dal Ry e Maria Giudice e da riviste quali «La Donna Socialista» e «La Difesa delle lavoratrici». L’antimilitarismo non elaborò tuttavia alcuna teoria della pace da opporre al crescente bellicismo. Proponendosi come componente della lotta di classe, rifiutava il pacifismo umanitario, preoccupandosi di sottrarre l’esercito alla borghesia per farne uno strumento rivoluzionario e vedendo nella violenza lo sbocco necessario per scardinare l’ordine costituito.

Lo scoppio della guerra generò il contrasto accesissimo tra neutralisti e interventisti che durò per diversi mesi, in una forma che apparve, a tratti, il prodromo di una guerra civile. Fu una peculiarità rispetto agli stati europei che parteciparono alla Grande guerra questa lunga pausa di «riflessione» di cui l’Italia si poté giovare, venendo risparmiata dall’effetto domino tra le alleanze che si innescò negli altri Paesi, dove la decisione fu calata dall’alto in poche ore. Ercole Ongaro mette in luce l’animo prevalente di un paese che anche nelle relazioni dei prefetti rifiutò l’intervento bellico, al quale si contrappose l’esecutivo chiuso e diffidente di Salandra. Se si guarda l’ampiezza dello schieramento neutralista appare oggi sorprende un’entrata in guerra avversata dalla maggioranza parlamentare, dal partito socialista, dalla chiesa cattolica, dagli anarchici. Il patto di Londra e la conseguente dichiarazione di guerra appaiono come un colpo di mano compiuto dal governo e dal re contro un popolo e un parlamento restio, posti di fronte al fatto compiuto.

Rimane forse in ombra la conflittualità dei diversi neutralismi che non seppero superare le proprie divisioni interne, né giungere a un progetto politico, mantenendo parole d’ordine proprie, talvolta reciprocamente delegittimanti. Gli interventismi nazionalisti e democratici seppero al contrario proporsi alla piazza come fenomeno unitario nascondendo, almeno momentaneamente, le grosse differenze che li dividevano.

La parte più consistente del libro è dedicata ai molti colori di un’opposizione alla guerra – continuata anche dopo l’entrata dell’Italia nel grande conflitto – resa con efficacia dall’autore. Da un lato egli ripercorre le vicende dei precursori dell’obiezione di coscienza, espressione di un pacifismo tolstojano, di un anarchismo o un socialismo umanitario oppure di una fede proveniente dalla spiritualità evangelica o dall’appartenenza alla comunità dei testimoni di Geova. Dall’altro evidenzia le azioni poste in atto da movimenti e partiti. Il partito socialista continuò a dispiegare una propaganda per la fine della guerra, almeno fino alla rotta di Caporetto, sulla base dei proclami internazionali di Zimmewald e Kielten, culminata con le giornate tragiche di Torino. I gruppi anarchici unirono, contraddittoriamente, paradigmi umanitari di rifiuto della guerra all’auspicio del passaggio dall’«odiosa guerra tra le nazioni» alla «liberatrice guerra civile». La loro opposizione, sostenuta da gruppi troppo esigui per mettere in atto l’auspicato sciopero insurrezionale, sarebbe stata ridotta dalle misure repressive prese dal governo dopo l’entrata in guerra.

Vengono inoltre messe in luce, attraverso una documentata silloge della storiografia edita sul tema, le frastagliate e equivoche posizioni dei cattolici. La contrarietà in Parlamento e all’interno dell’Azione Cattolica dell’ala di Miglioli si contrappose all’atteggiamento accondiscendente dei cattolici deputati. Al tempo stesso ai cappellani militari si affiancarono le storie di sacerdoti e vescovi, processati e internati, per la propria esplicita opposizione alla guerra: atteggiamenti filo austriaci si confondevano con un verbo pacifista che andava incontro alle richieste di una popolazione contadina.  Il culmine di una contestazione tutt’altro che tacita sarebbe stato rappresentato dalla celebre nota di Benedetto XV (in cui si evoca la «lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage») rilanciata in molte parrocchie che incontrò il duro contrasto dei comandi militari.

L’ultima parte del libro è dedicata alle manifestazioni spontanee di opposizione alla guerra: sia quelle che affioravano nella popolazione, dove un impulso decisivo venne dalle donne, sia nei soldati, tramite la renitenza, la diserzione, l’autolesionismo, la ribellione, la fraternizzazione col nemico, testimoniata dalle tregue di Natale sul Carso nel 1915, sul Kobilek nel 1916 – «deplorevoli manifestazioni», nel linguaggio dei comandi, condannate con la reclusione. Emerge l’insinuarsi della follia generata dalla guerra: quella autentica, nevrotica, determinata dagli shock subiti e quella diagnosticata da collegi, pubblici ministeri, antropologi e psicologi di fronte a comportamenti di rifiuto della guerra, assunti quali manifestazione di anormalità psichica per cui la fucilazione diventava, come rilevato da Bruna Bianchi, «strumento di profilassi sociale». Le sentenze riportate da Ongaro, ancor più dei rapporti prefettizi, esulano da qualsiasi concreto rapporto con il vissuto umano, preda di un’ideologia patriottarda, confusa con la scienza. Ma d’altronde, come rilevò già allora Agostino Gemelli in un saggio pubblicato durante il conflitto, la prima guerra moderna necessitava di un soldato «impoverito nella sua personalità psichica, distaccato dagli affetti familiari, dai suoi interessi e da tutto ciò che lo legava alla vita».

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