La Fame – Recensione di Isabella Bresci

cop_Martin_Caparrós_La_FameMartin Caparrós, La Fame, Einaudi, Torino 2015, pp. 722, € 26,00

F come Fame

Ai criminali, l’autentico castigo;
agli sventurati morsi nel profondo dell’anima dalla sventura,
un sostegno capace di portarli ad estinguere la loro sete alle sorgenti sovrannaturali;
a tutti gli altri un po’ di benessere, molta bellezza
e la protezione da quanti potrebbero far loro del male;
ovunque la rigorosa limitazione del chiasso delle menzogne,
della propaganda e delle opinioni;
l’attuazione di un silenzio in cui la verità possa germogliare e giungere a maturazione:
questo e quel che è dovuto agli uomini.

(Simone Weil, La prima radice)

Questa è stata una torrida estate.

Ricordo un agosto lontano in India col monsone in ritardo che faceva salire la temperatura a 45° all’ombra con 80% di umidità.

Questo caldo italiano mi ha fatto pensare ai bambini di quell’altra estate che mi saltellavano intorno chiedendo una monetina.

Bambini bellissimi e poverissimi quasi ovunque, e l’indigenza contrastava con la bellezza dei templi, delle moschee, dei palazzi, degli incontri.

In questa torrida estate ho letto il libro La Fame … con la F maiuscola. Mi pare assurdo un libro sulla fame nel mondo. A chi serve? Lo leggerà solo chi la Fame non sa cos’è e non lo saprà mai, riflette l’autore… ma lo pubblica e incasserà diritti, e magari verrà premiato.

In questa torrida estate quasi tutti i canali televisivi trasmettevano spot per aiutare bambini denutriti, bambini che muoiono per malattie banali o curabili (tra il 2000 e il 2010 sono morti più bambini di diarrea che di soldati in tutti i conflitti della Seconda Guerra Mondiale), bambini che lavorano invece di andare a scuola. Stimolare pietà e compassione, rabbia, tristezza fino alle lacrime, questo il fine di questi spot televisivi per raccogliere denaro. Ma c’è qualcosa che non quadra. Invece di stimolare in me questi sentimenti, mi infastidiscono e non credo di essere l’unica. Percepisco un’immensa contraddizione, sospetto che dietro ci siano speculazioni e accordi poco puliti con i governi locali, so che buona parte degli introiti non arrivano a chi ne ha bisogno e penso che questa non sia certo la maniera di aiutare sul serio e risolvere i problemi. Dopo secoli di sfruttamento feroce andiamo a mettere cerotti su fratture scomposte… E allora? Penso a tutto questo e poi mi chiedo fino a che punto sia giusto fare certi ragionamenti invece di versare i famosi €10 al mese magari a chi mi fido di più, piccole organizzazioni che conosco personalmente, Medici senza Frontiere, per esempio, come ho già fatto in passato.

E poi mi capita di dover fare la recensione di questo libro…

Il giornalista Martin Caparrós ha pubblicato questo tomo pesante in tutti i sensi anche se alleggerito da digressioni varie, tra le quali quella molto interessante sulla storia dell’umanità vista dal punto di vista della Fame.

Ho letto le storie di Mariama, di Kadi, di Hussena che con la Fame convivono da sempre, e che da sempre sperano di poter avere almeno una palla di miglio al giorno, per sfamare i figli e se stesse, sempre solo una palla di miglio, quando c’è, e il cui unico «sogno» sarebbe quello di avere una vacca per poter bere e vendere latte e formaggio, oppure un piccolo campicello di cipolle. Nel loro Paese, il Niger, ci sono i più grandi giacimenti di uranio del pianeta; i nigerini sono nella miseria nera e l’uranio viene estratto da un’azienda francese che lo manda in Francia per far funzionare i 58 reattori delle 19 centrali elettronucleari. Penso che la stragrande maggioranza dei francesi siano inconsapevoli di tutto ciò, comunque lo spero. Nessun TG ne parla ma, se si cerca bene, gli articoli e le inchieste in rete sono tante, per esempio quella di «Nigrizia»: http://www.nigrizia.it/notizia/la-maledizione-dell’uranio.

Ho letto dello stato indiano del Bihar dove la metà dei bambini è denutrita, e della corruzione endemica di politici locali che come signorotti di un moderno medioevo, si appropriano di lotti di terra, un tempo concessi dal governo a contadini che non possedevano altro perché a suo tempo era stata tolta loro dai colonizzatori inglesi. Non possono appellarsi ad alcuna «giustizia» senza rischiare un pallottola in testa. Ora si dice Land grabing locuzione che significa appropriazione, accaparramento di terre da parte di governi e multinazionali:

«[…] un modo relativamente nuovo per fare qualcosa di molto vecchio solo che prima si chiamava colonialismo e le potenze occupanti piantavano le loro bandiere, ora lo fanno sotto lo stendardo della globalizzazione e del libero commercio e… dell’aiuto ai poveri. […] Nella logica del capitalismo globale ne hanno diritto […] contro questo non c’è nessuna legge».

E tra l’altro: «Il 90% della terra africana non ha registri legali di proprietà: i modi di considerare e registrare la proprietà sono sempre stati altri».

Interessante riflessione quella di Caparrós che ricorda che quello che succede oggi a livello globale è già successo in Europa a metà Ottocento quando in Irlanda ci fu una spaventosa carestia a causa di un insetto delle patate (allora il 90% dell’alimentazione degli irlandesi), ma il Paese continuò ad esportare carne allevata su terre «buone» espropriate a questo scopo agli irlandesi da parte di inglesi e scozzesi. La somiglianza con ciò che accade oggi è sorprendente.

Ho letto che il Madagascar è uno dei pochi Paesi che è riuscito a scongiurare un «furto» di tal genere con la sollevazione popolare, a costo di qualche decina di morti «soltanto», ed è diventato un leading case, un caso esemplare. Il Madagascar è famoso per i resort paradisiaci per turisti – la «la cartolina al quadrato» come ironizza l’autore – e contemporaneamente il mercato della capitale Antananarivo straripa di mucchi di vestiti e oggetti usati: «[…] i resti che l’Occidente ricco manda all’Africa».

Ho letto che con le attuali tecnologie in agricoltura ci sarebbe cibo per dodici miliardi di persone, ora siamo circa sette di cui quattro sottoalimentati e circa 900 milioni che muoiono letteralmente di fame (dati FAO 2014). Una persona su nove. Vuol dire che se gli affamati fossero distribuiti equamente sul pianeta, ognuno di noi avrebbe almeno un parente o un amico in quella condizione. Ma così non è.

Attualmente avremmo cibo per sfamare dodici miliardi di persone SE – tanto per dirne una – si tagliasse drasticamente il consumo di carne. Qualche dato: il 30% delle terre emerse e il 70% delle terre agricole sono destinate al settore zootecnico. Si usano circa 1500 litri di acqua per produrre un chilo di mais, 15.000 per un chilo di carne. Ad oggi sul pianeta ci sono 1,4 miliardi di vacche da sfamare con cereali (consuetudine introdotta negli anni Cinquanta dagli Stati Uniti per rendere le carni più grasse e gustose), più tutti gli altri miliardi di bestie che mangiano cereali. Ma ho letto anche che nel 1991 alla borsa di Chicago si cominciò a speculare in borsa sul prezzo dei cereali e da quel momento i prezzi cominciarono a salire ed affamare sempre più gente; che l’HFR – High Frequency Trading (il sistema algoritmico per la pura speculazione in borsa che compra e vende sfruttando piccolissime differenze di prezzo che si trasformano in montagne di denaro che non hanno alcuna relazione con i prodotti reali, computers per fare soldi con altri soldi) – ha sostituito quasi completamente le persone, i broker; che l’aumento della domanda di mais per la produzione di bioetanolo, usato principalmente per le macchine agricole, fa alzare il prezzo del granoturco che dipende a sua volta dal prezzo del petrolio per il trasporto e la produzione dei fertilizzanti; che nella seconda metà del XX secolo gli Stati Uniti avevano il «problema» della sovraproduzione di alimenti quindi i prezzi erano molto bassi e «[…] uno dei primi usi di quell’eccedenza fu l’esportazione, mascherata da aiuto, di grandi quantità di cereali (We can act for our good by acting for the world’s good: Possiamo agire per il nostro bene agendo per il bene del mondo, George Marshall) rilanciata dall’amministrazione Obama*.

L’Etiopia nel 2002 ebbe raccolti abbondantissimi di cereali ma dovette continuare ad importarne dagli Stati Uniti a caro prezzo, cioè quello stabilito dalla borsa di Chicago, perché priva di mezzi per costruire infrastrutture per distribuirli, né silos per lo stoccaggio. Risultato: tre quarti del raccolto marcito. Aiutare vorrebbe dire mandare tecnici per insegnare a costruire (visto che la loro economia rurale è stata devastata) invece di vendere i loro cereali?

I grandi donatori internazionali si lamentano della corruzione, ma non fanno nulla affinché i loro soldi (tanti) non finiscano nella tasche dei peggiori perché conviene alle politiche dei governi da cui dipendono. La storia dei cosiddetti aiuti umanitari cominciò dopo la Seconda Guerra Mondiale tra il 1947 e 1951 col Piano Marshall che svolse un ruolo fondamentale «[…] nel favorire la ripresa economica dell’Europa e nel configurarla in base agli interessi americani […] Un modo estremo per creare dipendenza, nel senso più romano. Do ut des. Io dò cibo, tu sottomissione e qualche servizio».

Ho letto della disperazione di un medico di Medici Senza Frontiere dopo una giornata come le altre, a scegliere a quali bambini dare le cure (cioè a quelli che hanno una minima speranza di farcela) perché ogni giorno ne arrivano centinaia, troppi. E intanto l’azienda di proprietà della famiglia dell’inventore del Plumpy’Nut, fa profitti enormi; è una crema che dal 2005 ha salvato da morte certa milioni di bambini da quando Medici Senza Frontiere, nonostante lo scetticismo iniziale, hanno provato a darla a tutti. Salvati ma poi… potranno mica mangiare quella specie di Nutella di noci e cereali per sempre?

E poi ho letto che c’è anche chi ha considerato gli affamati come un mercato enorme. Il noto economista americano nato in India, K.C. Prahalad, nel suo libro The fortune at the bottom of the pyramid, Enradicating poverty through profits (La fortuna alla base della piramide. Combattere la povertà attraverso i profitti) suggerisce di cambiare approccio e considerare i poveri come consumatori. C’è stato chi ha inventato lo shampoo monodose che lava meglio con acqua fredda per chi ha solo quella, quando ce l’ha**.

Potrei andare avanti così ancora per molte pagine; Caparrós riporta situazioni, storie e tragedie passate e presenti in Cina, in Russia, in Sudan, in Bangladesh e Stati Uniti. Ma la sensazione principale è che libri così hanno in sé qualcosa di poco dignitoso. Da un lato chi li legge prende coscienza in modo più preciso delle cause e delle possibili soluzioni dall’altro sembrano far parte anch’essi di quelle cose che fanno guadagnare sulle sfortune di chi è alla base della piramide sociale, i più poveri dei poveri.

Intercalati ai capitoli ci sono paragrafi dal titolo Le voci, sono pensieri e pezzi di discorsi vari riferiti dall’autore, che finiscono sempre con la stessa impotente domanda: «Come cazzo riusciamo a vivere sapendo che succedono queste cose?»

* Da «History News Network» 2009: http://historynewsnetwork.org/article/61472

** Da «Soldi on line» 2008: http://www.soldionline.it/archivio/saperinvestire/la-questione-energetica/alla-base-della-piramide?cp=1

3 Risposte a “La Fame – Recensione di Isabella Bresci”

  1. Come si può notare in questo libro,esistono diversi discorsi che cercano di per spiegare l'esistenza della fame. Quali sono le principali spiegazioni? Quali "soluzioni" si hanno per ognuna di queste? Come le giudica l'autore?
    E ancora, " quali sono le cause fondamentali della fame in un contesto globale di abbondanza di alimenti come il nostro?
    Se le nostre pratiche alimentari hanno conseguenze su noi stessi, si potrebbe sostenere che essi hanno una dimensione cittadina?

  2. Come si può notare in questo libro,esistono diversi discorsi che cercano di per spiegare l'esistenza della fame. Quali sono le principali spiegazioni? Quali "soluzioni" si hanno per ognuna di queste? Come le giudica l'autore?
    E ancora, quali sono le cause fondamentali della fame in un contesto globale di abbondanza di alimenti come quello attuale?
    Se le nostre pratiche alimentari hanno conseguenze su noi stessi, si potrebbe sostenere che essi hanno una dimensione cittadina?

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