7. La costruzione della pace – Pietro Polito

Il 19 settembre 1944 Antonio Giolitti interrompe l’impegno di comandante partigiano iniziato a Barge il 9 settembre 1943 a seguito di una frattura alla gamba. Costretto all’immobilità viene trasferito a Aix les Bains, dove tra il 5 ottobre 1944 e il 9 maggio 1945 compone il diario che vede ora la luce per iniziativa e volontà della figlia Rosa (Di guerra e di pace. Diario partigiano, a cura di Rosa Giolitti e Mariuccia Salvati, Donzelli, Roma 2015).

resistenza

Il problema della guerra e della pace è uno dei fili conduttori del bilancio in presa diretta proposto da Giolitti. Come osserva la curatrice Salvati, dal diario non emerge tanto il triplice significato della guerra civile (lotta di liberazione, lotta di classe, lotta ai fascisti), così come è stato discusso in sede storiografica da Claudio Pavone, quanto piuttosto il significato della Resistenza nel suo valore di scelta attiva. Per Giolitti, la principale motivazione per “resistere con la lotta” è stata “una scelta di campo, internazionale prima ancora che civile – cioè tra frazioni di concittadini” (p. XX).

Fin dal primo brano del diario, Giolitti richiama l’attenzione sulla dimensione europea e mondiale della guerra, criticando tra i partigiani quanti “vedono solo la causa dell’Italia, e magari solo quella della loro regione o del loro paese”: “Siamo ancora lontani purtroppo – osserva – dall’aver superato il nazionalismo e bisognerà ancora lottare molto contro questo mostro, dopo la guerra”. Lo stesso giorno annota: “Sono stanco, stanco di battaglie e di sangue e di odio e di ferocia” (5 ottobre 1944, pp. 6-7)

L’antinazionalismo e il conseguente spirito europeo affiora di nuovo qualche giorno dopo, quando dichiara di essere urtato da un certo “tono di solidarietà «nazionale»” a cui preferisce la “gentilezza anche minima che mi usa un francese”. Vuole essere considerato non come italiano ma come uomo (8 ottobre 1944, p. 7). Tra i partigiani garibaldini riparati a Aix les Bains denuncia l’insofferenza verso i francesi che li porta ad “accogliere ogni motivo nazionalistico”, in generale negli italiani riprova un notevole istinto xenofobo. In futuro – aggiunge – “bisognerà molto lottare contro questo nazionalismo istintivo, ignorante e gretto che è quasi un campanilismo se vorremmo fondare una vera pace” (28 ottobre 1944, p. 17).

Giolitti interpreta la guerra del ’14 come il primo atto della seconda guerra mondiale e teme che della seconda come della prima si potrà dire “che è stata combattuta invano”. La riconquista dei valori di libertà e di indipendenza attraverso la lotta dei movimenti di resistenza non è data una volta per tutte. Incombe sempre il rischio di “un ritorno ai metodi passati colpevoli di tanta rovina”. In questo senso la guerra partigiana raggiungerà i suoi scopi se non sarà solo una lotta contro l’occupante. La Resistenza mira a “un radicale rinnovamento morale, politico, sociale” contro “tutto un sistema, un costume, una struttura, di cui il fascismo non era che la manifestazione più esasperata” (5 dicembre 1944 p. 44).

Tuttavia la Resistenza non è una lotta “contro il tedesco”. Giolitti pensa che la maggioranza del popolo tedesco “ha solidarizzato con la guerra di Hitler” e “porta in pieno la responsabilità morale dei metodi di guerra nazisti”. Comunque, egli invita a “non … confondere in un solo blocco popolo e regime” e sconsiglia dall’applicare alla Germania la legge del taglione dopo la pace (16 dicembre 1944, p. 52).

L’attenzione al tema della guerra e della pace non è da confondere con una rimessa in discussione della scelta della lotta armata: “Il sangue versato reclama un mondo nuovo: che non ci imponga di versarne dell’altro! Ma se fosse necessario non esiteremmo: i nostri morti ci rinfaccerebbero di averli traditi” (5 dicembre 1955, p. 44). La visione di Giolitti è quella del partigiano comunista combattente che ritiene che “il problema politico fondamentale” sia la lotta di classe tra la borghesia e il proletariato (19 novembre 1944, p. 30). D’altra parte, nella borghesia è ricorrente la tentazione “a tornare alle vecchie abitudini e a farla finita con la rivoluzione” (22 dicembre 1944, p. 54).

Il Giolitti marxista e comunista (in seguito dopo il 1956 uscirà dal movimento comunista per approdare al socialismo democratico) sa che “la storia esige dagli uomini un pesante tributo di lagrime e di sangue”. Anzi, come si è già detto, egli ha il timore che quello versato in questa guerra “non sia sufficiente ad affrancare l’uomo dal servaggio fascista, ad aprire l’unica porta verso la pace e il benessere, che è quella della vera democrazia socialista; troppa gente non ha capito la lezione e trema per i propri privilegi e si accanisce a difenderli”. A suo parere “solo una rinascita del valori morali può salvarci: ma condizione di questa rinascita è la rivoluzione politica e sociale – cruenta o no dipenderà dalla reazione” (14 marzo 1945, p. 84).

Colpisce nel diario la consapevolezza dei guasti che la violenza produce. Il 19 febbraio 1945 Giolitti lamenta che “una psicologia guerriera di tipo fascista è oggi chiaramente visibile anche in molti che combattono contro il fascismo”. Questo gli sembra “un pericolo da denunciarsi”, pertanto suggerisce di “rifare l’educazione dei giovani pervertiti dalla guerra”, a partire dai bambini tenendoli al riparo dai giocattoli e dalle immagini di guerra, contrastando l’idea sbagliata della “guerra come uno sport, un’emozione, un’ebbrezza” (p. 71)

Pochi giorni dopo, il 25 febbraio 1945, richiama l’attenzione sulle “conseguenze disastrose della guerra in campo morale, conseguenze che peseranno per molto tempo” (p. 75). Si mostra preoccupato per la perdita di una coscienza dei valori morali da parte di tutta o quasi tutta una generazione di giovani. È stata una grave “colpa” quella “di aver gettato nella mischia degli incoscienti sotto i vent’anni” per i quali “l’arma che uccide è ancora un giocattolo, più inebriante di tutti i giocattoli che avevano ancora ieri nelle mani; essi giocano senza rimpianto la vita che ancora non sanno apprezzare; «l’altro» è per loro soltanto un bersaglio e non una persona umana; hanno dell’infanzia tutta l’ingenua ma terribile crudeltà” (p. 75).

La guerra viene condannata perché abitua “al disprezzo dell’uomo e all’assenza di ogni freno che non sia quello inconsapevole della costrizione esteriore” e viene denunciato che “la disciplina degli eserciti borghesi non è educativa perché non fa appello all’uomo cosciente di sé” (per la critica nonviolenta la denuncia vale anche per gli eserciti proletari). Al fascino della violenza che non lascia indifferenti i giovanissimi, Giolitti oppone la maturità severa di quegli “uomini che hanno compreso il tragico e l’umano della guerra” (p. 75).

Il diario si conclude il 9 maggio 1945 con queste parole: “Per costruire la pace, occorre anzitutto rieducare gli uomini – in gran parte abbrutiti dalla guerra – alla responsabilità e alla dignità della condizione umana” (p. 75).

Rieducare gli uomini. Ma in quale direzione?

Nella risposta si avverte la modernità di Giolitti che guarda a una moralità della Resistenza più larga dello schema delle tre guerre (per la liberazione nazionale, di classe, ai fascisti). Gli ideali della Resistenza così intesa sono rispettivamente l’indipendenza, la giustizia, la libertà. Nell’interpretazione di Giolitti la meta ideale è la felicità: “l’educazione deve proporsi di dare all’uomo i mezzi per raggiungere il massimo di felicità (o, se si vuole, il minimo d’infelicità) nella vita; intendendo per vera felicità quella dell’uomo dotato di ragione e di coscienza morale e quindi consapevole dell’interdipendenza tra la propria felicità e quella altrui” (21 ottobre 1944, p. 15).

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