Diventare italiani. I trentini alla Grande Guerra – Claudio Belloni

Prologo storico

Nel 1511, con il Landlibell (noto in italiano come Libello dell’Undici), Massimiliano I d’Austria Imperatore del Sacro Romano Impero concesse alcuni privilegi ai sudditi dei principati tirolesi di Trento e Bressanone. Essi si impegnavano a difendere autonomamente la propria terra, ma ottenevano l’esenzione dall’intervento militare al di fuori del territorio tirolese. Il trattato comportò circa quattro secoli di sostanziale pace, interrotta solo da sporadiche perturbazioni locali, la guerra contadina del 1525 subito dopo l’emanazione del Libello (finita nel solito bagno di sangue a opera delle truppe nobiliari benedette dal clero) e la resistenza alle truppe franco-bavaresi di Napoleone del 1809. Per il resto, i sudditi del Conte di Tirolo furono esentati dalla partecipazione alle numerose guerre dell’Impero (prima “Sacro Romano”, poi “Austriaco”, infine “Austro-Ungarico”).

La vicenda

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La pacifica vita delle popolazioni alpine tirolesi venne bruscamente interrotta dalla Grande Guerra. La fame di carne umana degli eserciti di massa travolse anche gli antichi privilegi. Gli stati maggiori dell’impero multietnico cercarono di scongiurare la possibile intesa delle truppe col nemico, inviando i soldati di ciascuna nazionalità a combattere il più lontano possibile da casa. I tirolesi, dunque, provenendo dalle estreme periferie sud-occidentali dell’Impero, dal 1914 vennero sbattuti a combattere contro i Russi nelle trincee della Galizia, regione (delle attuali Polonia e Ucraina) situata al confine nord-orientale. Il corpo di spedizione tirolese comprendeva circa 50.000 soldati trentini. Di questi, circa 10.000 morirono (uno di loro, lasciatemelo ricordare, mio bisnonno, Giovanni Covi: 40 anni, una moglie e quattro figli). Una buona percentuale degli altri fu fatta prigioniera e mandata a lavorare nei campi per sostituire i contadini arruolati nell’esercito zarista (lo stesso avveniva in Trentino, dove una parte dei prigionieri russi erano stati deportati per svolgere lavori agricoli e forestali).

Nel 1917, i soldati e soprattutto i prigionieri trentini entrarono in contatto con la rivoluzione e alcuni di loro, non molti in verità, sostennero la causa bolscevica. Dopo la Pace di Brest-Litovsk, nel marzo 1918, l’Impero Austro-Ungarico ritirò i soldati dal fronte russo spostandoli su quello occidentale. Soprattutto nei battaglioni in cui vi erano forti componenti di soldati trentini, friulani, “costieri adriatici” e sloveni (coloro che avevano combattuto contro i russi) vi furono problemi di insubordinazione di carattere politico. Ma la vicenda più curiosa, e drammatica, è quella che il destino riservò alle migliaia di prigionieri non più inquadrati nei ranghi dell’esercito austro-ungarico e dispersi nei campi di prigionia russi. Una volta liberati, essendo ancora bloccati i porti del nord dal gelo invernale, per il rimpatrio furono inviati a scaglioni lungo la Transiberiana verso l’estremo oriente. Alcune migliaia vennero concentrati sulle coste del Pacifico a Tientsin, la Concessione italiana in Cina estorta con la partecipazione alla repressione della rivolta dei Boxer del 1901. Un centinaio di uomini fu imbarcato a Vladivostock e sbarcato a San Francisco. Il viaggio proseguì attraverso tutto il continente americano fino a New York e il governo italiano ne approfittò organizzando un’accurata tournée tra le comunità di emigrati italiani allo scopo di sostenere la causa dell’irredentismo e le pretese su Trento, Trieste, Istria e Dalmazia. Il giro del mondo in quattro anni si concluse con lo sbarco a Genova nel giugno del 1918. Un altro migliaio fu rimpatriato via mare attraverso l’Oceano Indiano e il Canale di Suez.

Un passo indietro

Per il Regno d’Italia la Grande Guerra si aprì un anno dopo l’inizio previsto dagli accordi sottoscritti con la Triplice Alleanza del 1882 e, soprattutto, nello schieramento avverso. Al termine di una guerra vinta dai nuovi alleati anche per conto dell’Italia, il governo cercò di sfruttare al massimo la congiuntura favorevole anche in vista delle trattative di pace. Il mondo occidentale non aveva ancora finito di combattere contro gli Imperi Centrali che già si profilava un mostro ancora peggiore: la Russia rivoluzionaria. Anche quella volta il governo italiano non volle mancare all’appello dei volenterosi contro il pericolo bolscevico. Contando su Tientsin, al Regno d’Italia fu assegnato il compito di contribuire alla difesa del tratto terminale della Transiberiana, indispensabile per i rifornimenti delle Armate Bianche controrivoluzionarie. Tanto per cambiare, il Belpaese cercava di giocare il ruolo di grande potenza internazionale, ma era allo stremo, e ancora impegnato nella guerra contro l’ex alleato austriaco. Non potendo sguarnire il fronte, si pensò di compensare l’esiguità delle forze con un nome altisonante: “Regio Corpo di Spedizione Italiano in Estremo Oriente”. Si trattava, in realtà, di poche centinaia di alpini e gli alleati non sarebbero certo stati soddisfatti.

Epilogo comico-tragico

Fu così che il governo italiano decise di inviare, insieme a quelle piene, un supplemento di divise vuote. A Tientsin, infatti, era rimasto un certo numero di soldati trentini e friulani dell’esercito austro-ungarico. Dopo anni di guerra e di prigionia, dopo aver attraversato il continente asiatico, ora si trovavano sulle coste cinesi del Pacifico, ma, nel frattempo, senza accorgersene, stavano per essere “redenti”, cioè stavano per diventare italiani. Lo capirono immediatamente, perché fu loro chiesto di cambiare divisa, di indossare quella degli alpini, di tornare indietro, in Siberia, e di ricominciare a combattere contro i russi.

Titoli di coda

Gli “irredenti” arruolati nel corpo di spedizione italiano furono circa 900, ben più degli alpini partiti da Torino. Nascevano così i “Battaglioni Neri” (per le mostrine che indossavano sulla divisa), inquadrati in quella che venne ricordata come “Legione Redenta”. Più che l’ideale di sconfiggere i bolscevichi li muoveva la speranza di tornare rapidamente a casa. Nelle intenzioni dei comandi alleati, infatti, le operazioni di bonifica delle regioni circostanti la linea della Transiberiana dovevano durare non più di una decina di giorni. Invece, i neoitaliani dei “Battaglioni Neri” restarono ben più a lungo del previsto a combattere senza successo a fianco dei Russi delle “Guardie Bianche” contro i Russi dell’“Armata Rossa”. Il trentino Giacomo Bazzani, membro del Comando Supremo Interalleato in Siberia, ricorda di aver dovuto «assistere alle più inumane vendette perpetrate dal crudele colonnello Romerof» contro la popolazione civile, ma ricorda anche che «essi tennero alto il decoro italiano, astenendosi da ogni eccesso e portando nei momenti più critici, specialmente per bocca del loro generoso capo, la voce dell’umanità».

Al di là della ferocia dei russi impegnati nella guerra civile, però, la motivazione delle truppe straniere dovette essere davvero scarsa, tanto che l’intero contingente italiano non subì nessuna perdita in combattimento. L’ultimo gruppo di trentini arruolati dall’esercito austro-ungarico ritornò in Europa quando gli Imperi per cui e contro cui avevano combattuto ormai non esistevano più da tempo. Gli ultimi neoitaliani sbarcarono nella loro nuova patria nell’aprile del 1920 a Napoli.

Al loro rientro, la vicenda tragicomica di un migliaio di trentini – partiti austriaci, sballottati in giro per il mondo e tornati italiani – sarebbe ben presto degenerata in farsa. Quei poveri contadini (costretti a combattere per anni contro altri contadini, poveri e motivati quanto loro, e poi, sull’altra faccia del pianeta, costretti a ricominciare a combattere con una nuova divisa) divennero, loro malgrado, degli eroi per il nazionalismo della patria adottiva. Nella primavera del 1920 il colore dominante del Biennio Rosso lasciava rapidamente spazio a quello del successivo Ventennio e la propaganda fascista non si lasciò sfuggire il boccone appetitoso dei “Battaglioni Neri” che avevano combattuto contro l’“Armata Rossa”. Un saggio della rilettura della vicenda trapela già nelle parole del reduce trentino Giuseppe De Manincor: «Quando la rossa bandiera di Lenin cominciò a sventolare vittoriosa su tutte le spoglie del colosso zarista sfracellato, e alla sua ombra e in suo nome si cominciò a massacrare, a tormentare un popolo, a sovvertire ogni ordine umano di cose… allora l’anima dal fondo latino di tutti i figli sventurati d’Italia, dispersi nella Russia e nella Siberia, si scosse, e al grido di allarme pur gli ultimi tremila accorsero sotto l’ombra del tricolore, e d’italica fede sorsero le compagnie, sorsero i battaglioni dalle mostrine nere; i Battaglioni Neri che a Semenowka e a Suchau, che a Vladivostok e Karimosova combatterono e suggellarono di sangue il loro nome alla patrie e sancirono i loro diritti alla redenzione».

Q. Antonelli, I dimenticati della Grande Guerra. La memoria dei combattenti trentini (1914-1920), Il Margine, Trento 2008.

Laboratorio di storia di Rovereto (a cura del), Il popolo scomparso. Il Trentino, i Trentini nella prima guerra mondiale 1914-1920, Nicolodi, Rovereto 2004.

M. Rossi, I prigionieri dello zar. Soldati italiani dell’esercito austro-ungarico nei lager della Russia (1914-1918), Mursia, Milano 1997.

G. De Manincor, Dalla Galizia al Piave, Il Brennero, Trento 1926.

Scritture di guerra” n. 1-10, collana di diari e memorie della Grande Guerra del Museo Storico Italiano della Guerra e del Museo Storico in Trento.

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