Inventare la pace – Recensione di Laura Operti


cop_Wim Wenders e Mary Zournazi, Inventare la paceWim Wenders e Mary Zournazi, Inventare la pace. Dialogo sulla percezione in memoria di Martin Buber, Bompiani Overlook, 2014 pp. 264, euro 20,00

Il libro Inventare la pace di Wim Wenders e Mary Zournazi è un insieme di scritti che partono dalla corrispondenza tra il regista tedesco e la scrittrice e filosofa australiana, iniziata tra Natale e Capodanno 2003-2004, come risposta alla seconda Guerra del Golfo, e ha come tema acute riflessioni sulla pace. Ma leggendolo in questi giorni, non si può non cogliere l’attualità del pensiero contenuto in queste pagine. Oggi, come l’11 settembre 2001, si parla di guerra al terrorismo. La “guerra” è l’antitesi della pace, ma i due autori elaborano sottilmente e poeticamente questi termini e ciò che rappresentano per l’umanità, con un continuo stravolgimento o, se si preferisce, ampliamento dei significati. Quello che pare un’“utopia” è che si dovrebbe parlare di “guerra all’ingiustizia, volta a combattere non i sintomi del terrorismo, ma le radici di quei sintomi: la povertà e la diseguaglianza”, p. 30.

Da queste poche parole si capisce qual è l’impianto del libro, un impianto fortemente etico che, parlando di film e di libri, dipana un discorso che è in contrasto con una certa opinione pubblica che vede soltanto nella forza la risoluzione dei conflitti. E ancora Wim, dopo aver parlato degli “angeli”, sublimi protagonisti del suo film, Il cielo sopra Berlino (1987), ci dice:

“Ecco il più grande trucco dei diabolici avversari degli angeli: farci accettare l’orrore come parte della nostra condizione umana. E questo non solo è diventato un articolo hollywoodiano di sicuro successo commerciale, ma i consumatori di tutto il pianeta l’hanno accettato a pieno titolo come cibo per gli occhi e per la mente. Si può dire in un certo senso che la cultura pop della violenza ci ha trascinato nello stesso baratro di disorientamento in cui ci ha spinto Osama Bin Laden, e a entrambi ci siamo abituati. La paura impera! Il sangue trionfa. Nei telegiornali, nei film e in altri àmbiti della cultura popolare”, p. 31.

Quanto profetico è Wenders, se pensiamo alle immagini dell’ISIS! Tutto il libro evoca grandi figure del pacifismo e della nonviolenza, filosofi e registi che si fanno interpreti di queste teorie nei loro scritti. Mary Zournazi evoca Martin Luther King: “Le tenebre non possono scacciare le tenebre, solo la luce può farlo” e Gandhi, “In mezzo alla morte la vita persiste. In mezzo alla menzogna la verità persiste. In mezzo all’oscurità la luce persiste”, p. 53. Ma il cinema rimane il riferimento centrale della riflessione. Mary cita il regista giapponese Yasujiro Ozu e il suo Viaggio a Tokio (1953), in cui la pace è fatta di ascolto, amore e virtù. A Ozu Wenders dedicherà un intero capitolo. “[…] il suo cinema evoca la sfera del trascendente, il perpetuo prolungarsi della vita attraverso la trasformazione e il rinnovamento. E questo non è altro che un’affermazione creativa della pace”, p.101. “L’approccio di Ozu al cinema prevede che i rapporti umani possano prendere forma sotto i nostri occhi in tutta la loro grazie, umiltà e vulnerabilità […] i suoi film danno un’ospitalità autentica a noi stessi e agli altri: è ciò che il filosofo tedesco Immanuel Kant poteva solo sognare quando scrive che l’ospitalità universale tra nazioni e popoli era l’emblema della pace perpetua”, p. 90

Altro film su cui ferma la sua attenzione Wenders è Au hazard Balthazar (1966) di Robert Bresson. Balthazar è un asino molto carino da cucciolo, poi più brutto e trascurato. Viene spesso percosso e trasporta pazientemente qualsiasi carico. Balthazar rappresenta “l’umiltà”: osserva le brutte, infelici persone che lo circondano e i loro atteggiamenti. Wenders lo definisce nonviolento perché non prende parte alla violenza che lo circonda, e la sua morte, circondato da un gregge di pecore è più serena di quella dei personaggi che gli stanno intorno.

Credo, senza poter entrare nell’analisi dei film citati, che inventare la pace sia creare delle forme, delle immagini, dei paesaggi visivi e spirituali che ci convincano della possibile realizzazione della pace che è innanzitutto rispetto degli altri. Già molto è stato fatto, ma molto è ancora da fare, pare ci dicano Wim e Mary.

Il tema si può declinare in molte forme e una è quella che affronta il tema della “separazione” come opposto dell’amore. E per parlarne Wenders ci suggerisce il film espressamente antibellico La grande illusione (1937) di Jean Renoir.

“I due protagonisti del film e prigionieri di guerra, Maréchal e Rosenthal inseguiti dall’esercito tedesco, giungono in un campo aperto circondato da montagne, e ciò in cui si imbattono è l’ultima “grande illusione”.

Marechal: Ma dimmi, sei sicuro che quella là sia la Svizzera?

Rosenthal: Senza dubbio.

Marechal: Sono così simili, vecchio mio!

Rosenthal: Cosa vuoi, le frontiere non si vedono, sono state inventate dagli uomini. La natura se ne frega”, p. 133.

Immagini di pace si intitola un capitoletto del libro in cui Wenders parla di uno dei suoi fotografi preferiti, Sebastiao Salgado. In questi mesi è nelle sale un bellissimo film su Salgado – Il sale della terra – di Wim Wenders e Juliano Roberto Salgado, che ci mostra il percorso di cui parla anche il libro: dalle fotografie in tutto il mondo che ritraggono la sofferenza, la miseria la violenza, alle fotografie delle parti del pianeta che sono ancora come Dio le ha create, che non sono mai state visitate e toccate dall’uomo. Queste sono immagini di pace assoluta che aiutano a controbilanciare l’assalto delle immagini negative. Dice Wenders: “Sì, la pace è molto spesso invisibile. La guerra pretende sempre la ribalta”, p. 177.

Dopo alcune pagine piene di nostalgia e di amore dedicate all’amica Pina Bausch, il libro, molto denso, si avvia alla conclusione con altri paesaggi in cui collocare il pensiero: il deserto del Mojave in California dove Wim e Mary trascorsero del tempo in uno chalet remoto per scrivere insieme.

“Il nostro chalet si trovava ai piedi delle colline e di fronte a noi avevamo una vista maestosa. Dalla finestra sul lato nord si vedeva una vallata di rocce e cespugli dietro ai quali sorgeva una bassa catena montuosa. […] E di fronte a quelle montagne a grande distanza si trovava una base militare […] ogni tanto sentivamo qualche denotazione, anche di notte, e una volta, a metà giornata, una nube grigia a forma di fungo sovrastò per un po’ di tempo l’intera zona. Mentre cercavamo di raccogliere i nostri pensieri intorno al concetto di pace, sembrava che i nostri “avversari” incombessero di continuo all’orizzonte, pronti a dare una prova del loro potere, mentre vicino a noi ogni genere di uccelli, scoiattoli, roditori, conigli e lucertole si divertivano un mondo. Guardando questi animali, mi è venuto un pensiero: La pace è. La guerra vuole essere”, p. 214

Il libro, come spero si colga dai pochi accenni fatti in queste righe, è profondo e emozionante. Ma è soprattutto una sferzata, una spinta, un monito perché si agisca in funzione di ciò che può appartenere a tutti, in cui potremmo trascorrere le nostre vite: la pace.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *