La resistenza nonviolenta di Bil’in fa infuriare Israele – Roy Wagner

Sia a seguito delle violenze in Gerusalemme o solo perché c’è un nuovo comandante in città, l’esercito israeliano ancora una volta aumenta le misure oppressive nel villaggio di Bil’in in Cisgiordania.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole a Bil’in

Se date un’occhiata alla pagina di Wikipedia su Bil’in, si vede che gli ultimi aggiornamenti sulla lotta del paese contro il muro di separazione si riferiscono al 2012. La pagina di B’Tselem su Bil’in è stata aggiornata per ultima, quasi due anni fa. Si potrebbe facilmente essere portati a credere che la lotta è finita. Ma Bil’in continua a protestare.

Forse l’aggiornare Wikipedia e il sito di B’Tselem non è necessario. La situazione a Bil’in rimane come era. Manifestanti veterani rivivono dei flashback del 2008, quando le manifestazioni avevano avuto luogo vicino al vecchio tracciato del muro. Questo è lo stesso percorso che ha rubato quasi la metà dei terreni agricoli del villaggio, e che l’Alta Corte ha ordinato poi fosse smantellato e spostato a ovest. Questo era prima che il nuovo percorso fosse costruito e introdotto nel 2011 – lo stesso che ruba solo un terzo delle terre del villaggio.

Nelle ultime settimane, tuttavia, i soldati israeliani sono stati ad aspettare i manifestanti sul vecchio percorso, vicino al monumento del defunto Bassem Abu Rahmah, che è stato colpito e ucciso a distanza ravvicinata da una granata ad alta velocità di gas lacrimogeno. Per quanto posso dire basandomi sui video e le testimonianze, Abu Rahmah è stato probabilmente ucciso intenzionalmente. (L’IDF– Israel Defense Forces– ha chiuso l’indagine sull’uccisione, senza rinvio a giudizio.) Dalle posizioni alte i soldati sparano raffiche sui manifestanti che cercano di farsi strada lungo la “Strada della libertà”. In seguito, i soldati scendono verso i centri abitati del paese e sparano gas lacrimogeni nelle case.

Alcuni soldati hanno recentemente dato alle fiamme un edificio che si trova tra il vecchio percorso e quello nuovo. L’esercito ha emesso un ordine di demolizione per un parco giochi che era stato costruito lì. Durante l’ultima protesta, un uomo, che mi ha detto era abitante del villaggio, mi ha raccontato che 20 dei suoi ulivi, che si trovano al di là del muro, sono stati dati alle fiamme. Arrestare i manifestanti e maltrattarli mentre sono sotto custodia, pratiche che erano diventate più rare negli ultimi anni a Bil’in, sono ridiventate pratica comune.

Secondo il fotoreporter Haitam al-Hatib, i soldati hanno fatto irruzione nel villaggio sabato scorso, confiscando attrezzi agricoli. Alla fine, i soldati si sono ritirati ma non prima di aver minacciato di demolire un’altra casa. Abdullah Abu Rahmah, uno dei leader della lotta nonviolenta nel villaggio, che è stato riconosciuto come un “difensore dei diritti umani” da parte dell’Unione Europea e come un “prigioniero di coscienza” da parte di Amnesty International, è stato ancora una volta condannato dal tribunale militare per resistere all’occupazione (“ostacolare il lavoro di un soldato“) ed è probabile che torni in carcere.

Lottando, non solo protestando

L’obiettivo dei manifestanti non è cambiato dal 2005. Essi non stanno “protestando”. Non stanno “esprimendo un’opinione”. Loro non prendono parte al “gioco della democrazia”, le cui regole in primo luogo non vengono nemmeno applicate nei territori occupati , e dove ogni protesta è considerata illegale. L’obiettivo dei manifestanti è quello di abbattere il muro e attraversare dall’altra parte al fine di raggiungere le loro terre (su cui si trovano le postazioni militari e l’insediamento Modi’in Illit).

Anche se il muro – che si suppone serva a salvare vite umane- è pieno di buchi (come confermano le decine di migliaia di lavoratori palestinesi senza permesso che lo attraversano regolarmente), è ancora abbastanza ininterrotto per separare i residenti di Bil’in dalle loro terre. Settimana dopo settimana, i manifestanti vengono lasciati sul lato Est del muro; eppure persistono nelle le loro richieste.

Le probabilità che le terre rubate tornino ai legittimi proprietari attraverso un qualche tipo di accordo giuridico o politico è pressoché zero. Gli abitanti di Bil’in ne sono consapevoli. La rivendicazione di attraversare le terre sull’altro lato della recinzione, comprende la richiesta di porre fine all’occupazione e al regime di segregazione su entrambi i lati del muro. La risposta alle proteste rimane la stessa, sia che essa avvenga mediante canti o lancio di sassi, o che i manifestanti si avvicinino al muro o rimangano lontani, e comunque l’esercito usa granate stordenti e gas lacrimogeni, proiettili di gomma o fuoco vivo. Violenza mortale da parte di soldati ben armati e blindati contro manifestanti disarmati.

Di tanto in tanto, qualcuno nell’IDF arriva alla conclusione che sia tempo di porre fine a queste manifestazioni. Si inventano “nuove” tattiche, “nuove” armi, “nuove minacce”. Ma dopo più di 10 anni di proteste, non c’è davvero nulla di nuovo. I manifestanti sono a conoscenza di tutti gli scenari. Indipendentemente da ciò, le manifestazioni continuano e, per quanto posso vedere, andranno avanti per molti anni a venire. Come fanno a Ni’ilin, Ma’asara, Kufr Qadum, Nabi Saleh e altri villaggi.

Non so se l’escalation a Bil’in oggi, che avviene 10 anni dopo la prima manifestazione nel 2005, ha a che fare con la “Operation Protective Edge” (Operazione Margine di protezione), o con la crescente resistenza a Gerusalemme Est, o con i capricci del comando locale. Anch’o non so per quanto tempo durerà l’escalation. Forse in una settimana o due i militari si ridurranno la loro azione. Ma può anche darsi che un altro manifestante verrà ucciso.

Il diritto di incitare

La fantasia Europeo-Israeliana di un Gandhi palestinese, o un Martin Luther King Jr., che guiderà la lotta popolare verso una revisione politica, continua a ristagnare. Questa fantasia dimentica che non c’è Gandhi senza Ambedkar (che combatté contro gli Inglesi anche con le armi), e non c’è Luther King senza Malcolm X. In ogni caso, questa non è l’India o l’America e la violenza politica di questo territorio ha le proprie caratteristiche, che che si rifanno ai modelli crudeli del colonialismo francese in Algeria, invece che alle tattiche meno brutali del dominio britannico in India o alla situazione razziale degli Stati Uniti (ai tempi di Luther King- N.d.T)

Ogni settimana poche decine di israeliani e di internazionali vengono a Bil’in e si uniscono a altro poche decine di palestinesi per una protesta. Di tanto in tanto c’è una manifestazione più grande.

Io non sostengo che una maggiore affluenza di israeliani alle proteste farà spostare l’ago della bilancia. L’opinione pubblica israeliana, che non è in grado di fare pressione al governo in modo efficace per cambiare le sue politiche sanitarie, abitative e di welfare, non potrà probabilmente porre fine all’occupazione. Coloro che non riescono a tutelare i diritti dei cittadini israeliani poveri e vulnerabili che vivono in Israele non saranno probabilmente in grado di salvare gli abitanti di Bil’in. Le proteste settimanali continueranno con noi o senza di noi.

Ma in un luogo dove qualcuno come il pacifico Abdullah Abu Rahmah, è condannato per “istigazione”, forse, come minimo è giusto incitare gli altri a lottare contro l’occupazione. Per continuare a resistere a Bil’in e in altri luoghi. Per continuare a resistere su entrambi i lati del muro che divide in due Bil’in. Per continuare e resistere al fine di mantenere una infrastruttura di resistenza, in modo tale che un giorno, quando cambino le condizioni politiche, quando qualcosa qui cambi, cambierà anche a Bil’in. Un luogo dove, almeno per addesso, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Il portavoce dell’IDF ha pubblicato una risposta riguardante la protesta a Bil’in due settimane fa, affermando che:

“Durante la rivolta illegale e violenta a Bil’in, a ovest di Ramallah, che comprendeva 30 dimostranti palestinesi che lanciavano pietre e hanno agito con violenza verso le nostre forze, le nostre forze hanno risposto con misure anti-sommossa, mentre ci approssimavamo in direzione del paese, al fine di evitare che il confronto raggiungesse la zona vicino alla barriera di sicurezza. Il resto delle affermazioni sono infondate, l’IDF continuerà a far rispettare l’ordine e non permetterà danni alla sicurezza della regione”.

Roy Wagner è un attivista israeliano che ha partecipato alle manifestazioni a Bil’in negli ultimi cinque anni. Questo articolo è stato pubblicato su Local Call, sito gemello in lingua ebraica della pubblicazione “ + 972”. Leggetelo in ebraico qui.

28 ottobre 2014 – Ebrei per la giustizia per i palestinesi

Traduzione di Marlene Barmann per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: Bil’in’s Nonviolent Resistance Infuriates Israel

http://jfjfp.com/?p=65652

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