Epistemologia: sull’uso delle dicotomie – Johan Galtung

Talvolta viene criticato l’uso delle dicotomie, tagli netti come maschio-femmina, democrazia-dittatura, pace negativa-positiva: il mondo è più complicato. Che il mondo della vita organica, individuale e collettiva, sia complesso, non v’è dubbio. Che una divisione semplicistica noi-loro del mondo in due blocchi o poli, una polarizzazione, appunto, sia un passo verso la violenza e la guerra, è chiaro.

D’altronde, la dicotomia è una forma frequente di pensiero; l’odierno mondo digitale è addirittura basato su 0-1. Non sappiamo vivere senza destra-sinistra, avanti-indietro, su-giù, nord-sud, est-ovest, ecc.

Per il sottoscritto, con molte dicotomie in pensiero-discorso-scrittura, esse sono indispensabili mattoncini per una complessità che può rispecchiare un po’ della complessità del mondo reale che ci affligge; sofferenza e realizzazione (e sofferenza nella realizzazione e realizzazione nella sofferenza). La questione non è pro o contro le dicotomie, ma come le si usa. Sono la parola finale su qualcosa, o solo l’inizio? La posizione qui è la seconda.

“C’è qualcosa in mezzo”, certo; e per avanzare da quel colloquiare sciolto a qualcosa di più preciso, è utile un trucchetto intellettuale: fare due dicotomie da una. In un semplice conflitto fra due obiettivi – un dilemma quando sia all’interno di ua delle parti, una disputa quando è tra due parti – otteniamo una tabella quadrupla, il tetralemma buddhista: o quest’obiettivo, o quello, quest’ obiettivo, quello, sia questo sia quello, cui s’aggiunge il compromesso compreso tra 0-1.

Da 2 obiettivi incompatibili a 5 possibilità si espande la nostra visione; che comprende tre possibili soluzioni: né-né, compromesso, sia-sia. Collaudiamolo: cosa vuol dire concretamente nel conflitto Sunniti-Sciiti?

2–>5 è effettivamente più che “2 diventa 1? in una formula a tesi-antitesi-sintesi, ma noi di certo includeremmo “1 diventa 2?.

Poi, la critica della tabella quadrupla, letteralmente parlando, un quadrato. Di nuovo, la questione sta in come la si usa; a quale scopo?

La mia prima risposta: classificare qualcosa in quattro categorie va bene, ma non la risposta. La risposta sta nell’identificare la cella empiricamente vuota, la categoria esclusa. Perché è vuota? Che cosa potrebbe essere? Comunque, combinando i mondi Est-Ovest con Nord-Sud, se ne ottengono quattro; ma si sono usati solo il Primo-Secondo-Terzo, non il Quarto, quello del SudEst, con Giappone-Cina, l’economia buddhista-confuciana. Merita un libro intero [i].

Seconda risposta: a causa di una legge, come “crescita e uguaglianza si escludono a vicenda”; una teoria secondo cui ci vuole una certa diseguaglianza per retribuire gli attori chiave (Darwin nel suo studio sugli indigeni della Terra del Fuoco: troppo egualitari). Una legge esclude qualcosa come impossibile.

Ma la seconda domanda sta già nelle carte dicotomiche: come potrebbe purtuttavia essere possibile? Perché dovrebbe avere l’ultima parola la “realtà” che proclama o-o? Perché non cercare cambiamenti che potrebbero creare una Nuova Realtà, capace di soddisfare sia-sia? Perché prendere per buona la realtà No? Perché non andare oltre, creare, trascendere [ii]? Se non si è disposti, preferendo lo status quo, lo si dica; se incapaci, lo si dica pure.

Da 2 dicotomie si procede a 3, 4, n per 8, 16, 2n combinazioni; una griglia intellettuale che cattura molta complessità, olistica nel senso di pluri-dimensionale. Il problema adesso diventa troppa complessità anziché troppo poca. Un modo per semplificare è l’indice additivo.

Le dicotomie possono avere un tema comune; come il “rango” nella società, o “paxogenico”, generatore di pace. Ciascuna dicotomia è portatrice di un aspetto di un concetto più complesso, come per rango, età, genere, reddito, istruzione, secondario-terziario rispetto al settore primario dell’attività economica, posizione al lavoro bassa vs alta, urbano vs rurale, centro vs periferia in un dato paese (e potremmo aggiungere: connesso o no a internet) [iii].

Otto dicotomie ci danno 256 combinazioni (28, ndt) e si potrebbero cercare nella distribuzione sociale le caselle vuote e le eventuali “leggi”.

Ma ha anche senso ridurre la complessità da 256 a 9, con un indice da 0 a 8 basato su otto volte 0-1 per i ranghi alto-basso.

In alto un maschio di mezz’età e così via, in basso una anziana contadina. Le correlazioni con l’atteggiamento e il comportamento sono molto alte. E poi le contraddizioni nel rango 7; prossime a uno, e molto attive.

Quanto sopra in un contesto occidentale; dividendo il mondo in dicotomie impermeabili, usando dinamiche combinatorie prive di contraddizioni, cercando invarianze, celle vuote; e trascendendole creativamente; Vico piuttosto che Cartesio. Passando poi all’olismo taoista, con dialettica.

Anch’essi cominciarono con le dicotomie – yin/yang – e le combinarono, ben millenni fa. Non è una categoria provvista di negazione l’unità di pensiero, bensì la contraddizione intrinseca in ogni categoria; qualunque yin [ha un] yin/yang, qualunque yang [ha un] yin/yang. Il negativo nel positivo della pace negativa, il positivo nel negativo della pace positiva. Lo si faccia per qualche altro livello e dalle dicotomie vien fuori qualcosa di molto complesso.

Il taoismo non è affatto uno schema classificatorio statico. Yin/yang è dinamico; se uno è dominante, l’uno recessivo crescerà; possono coesistere in un equilibrio temporaneo, ma nulla è per sempre. Una contraddizione agisce a modo suo, entro e fra gli individui e le collettività, e può esaurire la sua energia. Per tale ragione non c’è uno stato finale, passa a prevalere una nuova contraddizione. Oppure, può esserci da sempre ma cattura l’attenzione pubblica; come l’eclissi di classe nei paesi nordici, che lascia il passo al genere, alla generazione, alla natura, crescenti.

Due dicotomie, il futuro vs il passato e il costruttivo vs distruttivo si combinano in una tabella quadrupla perché la mediazione, le parti in conflitto elaborino il futuro costruttivo che gli piacerebbe realizzare. Scoprono ben presto il passato nel futuro – le lunghe ombre della storia – e il futuro nel passato, radici preziose. Più il negativo nel positivo, e il positivo nel negativo; non dicotomie nette, ma due contraddizioni. Identifichiamole, cavalchiamole; creativamente.

Una dicotomia polarizza, chiude. Combinandone più d’una otteniamo l’olismo; lo yin/yang le rende dialettiche. Aprendo alla prognosi e alla terapia.

NOTE:

[i]. World Politics of Peace and War [Politica mondiale di pace e di guerra], imminente, New York, Hampton Press, 2015.

[ii]. Risolvere il conflitto è un esempio chiave. Si veda 50 Years: 100 Peace & Conflict Perspectives, [50 anni: 100 prospettive di pace e conflitto] TUP 2008 per 100 casi, e Deep Culture – Structure -Nature [Cultura profonda, struttura, natura], TUP 2015 per molti altri casi.

[iii]. Con Kees van der Veer, Åke Hartmann, Harry van den Berg, Juan Diez-Nicolás and Håkan Wiberg) Multidimensional Social Science: An Inclusive Approach to Social Position and Inequality. [Sociologia multidimensionale: un approccio inclusivo alla posizione sociale e alla disuguaglianza] Amsterdam: Rozenberg Publishers, 2009, 166 pp.

20 ottobre 2014

  1. Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

  2. Titolo originale: Epistemology: On the Use of Dichotomies

https://www.transcend.org/tms/2014/10/epistemology-on-the-use-of-dichotomies/

Una replica a “Epistemologia: sull’uso delle dicotomie – Johan Galtung”

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