L’ultimo tabù che si sta infrangendo: Gaza e la minaccia di una guerra mondiale – John Pilger

“Esiste un tabù”, ha detto il visionario Edward Said, “a proposito del dire la verità sulla Palestina e sulla grande forza distruttiva che sta dietro Israele. Solo quando questa verità sarà riconosciuta noi potremo essere liberi.”

Per molti la verità è riconosciuta oggi. Almeno sanno. Quelli costretti al silenzio mediante l’intimidazione non possono ora volgere lo sguardo altrove. Guardarli sulle loro TV, sui portatili, al telefono è prova della barbarie dello stato israeliano e della grande forza distruttiva del suo mentore e fornitore, gli Stati Uniti, della codardia dei governi europei e della collusione di altri, come il Canada e l’Australia, in questo crimine epico.

L’attacco contro Gaza è stato un attacco contro tutti noi. L’assedio a Gaza è un assedio a tutti noi. La negazione della giustizia ai palestinesi è un sintomo di gran parte dell’umanità sotto assedio e un avvertimento che la minaccia di una nuova guerra mondiale sta montando giorno per giorno.

Quando Nelson Mandela definì la lotta della Palestina “il più grande problema morale del nostro tempo” parlava per conto di una civiltà vera, non di quella che inventano gli imperi. In America Latina i governi di Brasile, Cile, Venezuela, Bolivia, El Salvador, Peru ed Ecuador hanno preso posizione su Gaza. Ciascuno di questi paesi ha conosciuto il proprio silenzio buio quando l’immunità degli omicidi di massa fu patrocinata dallo stesso padrino di Washington che ha risposto alle urla dei bambini di Gaza con altre munizioni per ucciderli.

Diversamente da Netanyahu e dai suoi assassini, i fascisti coccolati da Washington in America Latina non si preoccupavano di darsi un’apparenza morale. Semplicemente uccidevano e abbandonavano i corpi nelle discariche. Per il sionismo l’obiettivo è lo stesso: espropriare e distruggere definitivamente un’intera società umana: una verità che 225 sopravvissuti all’olocausto e loro discendenti hanno paragonato alla genesi del genocidio.

Nulla è cambiato dal famigerato “Piano D” sionista del 1948 che fece pulizia etnica di un intero popolo. Recentemente sul sito web del Times of Israel c’erano le parole: “Il genocidio è ammissibile”. Un vicepresidente della Knesset, il parlamento israeliano, Moshe Feiglin chiede una politica di espulsione di massa in campi di concentramento. Una parlamentare, Ayelet Shaked, il cui partito è membro della coalizione di governo, chiede lo sterminio di madri palestinesi per impedir loro di partorire quelli che definisce “piccoli serpenti”.

Per anni i giornalisti hanno visto i soldati israeliani tormentare bambini palestinesi insultandoli attraverso altoparlanti. Poi sparano loro uccidendoli. Da anni i giornalisti sanno di donne palestinesi in procinto di partorire cui è rifiutato il superamento di un blocco stradale per recarsi in ospedale; e muore il bambino e a volte la madre.

Da anni i giornalisti sanno di medici e equipaggi di ambulanze palestinesi cui è dato da comandanti israeliani il permesso di occuparsi di feriti o di rimuovere i morti solo per poi sparar loro in testa.

Da anni i giornalisti sanno di persone sofferenti cui è impedito di ricevere cure salvavita o che sono uccise a colpi d’arma da fuoco quando tentano di raggiungere una clinica per sottoporsi a chemioterapia. Una signora anziana che camminava con un bastone è stata uccisa in questo modo: una pallottola alla schiena.

Quando ho sottoposto i fatti di questo crimine a Dori Gold, un alto consigliere del primo ministro israeliano, egli ha affermato: “Sfortunatamente in ogni genere di guerra ci sono casi di civili uccisi accidentalmente. Ma il caso che lei cita non è stato terrorismo. Terrorismo è mettere deliberatamente un civile nel mirino di un cecchino”.

Ho replicato: “E’ esattamente quello che è successo”.

“No”, ha detto. “Non è successo.”

Menzogne o illusioni simili sono ripetute infallibilmente dagli apologeti di Israele. Come segnala l’ex giornalista del New York Times Chris Hedges, la copertura di simili atrocità termina invariabilmente con “colpito nel mezzo di un fuoco incrociato”. Per tutto il tempo in cui mi sono occupato del Medio Oriente, gran parte, se non la maggioranza, dei media occidentali è stata complice in questo modo.

In uno dei miei documentari un cameraman palestinese, Imad Ghanem, giace inerme mentre soldati dell’”esercito più morale del mondo” gli sparano alle gambe. Questa atrocità ha ricevuto due righe sul sito web della BBC. Tredici giornalisti sono stati uccisi da Israele nella più recente orgia di sangue a Gaza. Tutti palestinesi. Chi ne conosce i nomi?

Oggi qualcosa è cambiato. C’è un forte disgusto in tutto il mondo e le voci del liberalismo ragionevole sono preoccupate. Si strizzano le mani e cori speciosi di “uguale colpa” e di “diritto di Israele a difendersi” non le lavano più; né il marchio di antisemitismo. Né i loro appelli selettivi che “qualcosa deve essere fatto” a proposito dei fanatici islamisti ma nulla deve essere fatto a proposito dei fanatici sionisti.

Una voce liberale ragionevole, il romanziere Ian McEwan, era festeggiato come saggio dal Guardian mentre i bambini di Gaza erano fatti a pezzi. E’ lo stesso Ian McEwan che ha ignorato l’appello dei palestinesi a non accettare il Premio Gerusalemme per la letteratura. “Se mi recassi solo in paesi che approvo, probabilmente non mi alzerei mai dal letto”, ha detto McEwan.

Se i morti di Gaza potessero parlare probabilmente direbbero: “Resti a letto, grande romanziere, poiché la sua stessa presenza raffina il letto del razzismo, dell’apartheid, della pulizia etnica e del mondo, indipendentemente dalle sue parole ambigue da lei pronunciate nel ricevere il premio.”

Comprendere i sofismi e il potere della propaganda liberale è cruciale per capire perché perdurano gli scandali israeliani, perché il mondo sta a guardare, perché a Israele non sono mai applicate sanzioni e perché nulla di meno di un boicottaggio di tutto ciò che è israeliano è oggi una misura di elementare decenza umana.

La propaganda più incessante afferma che Hamas è dedito alla distruzione di Israele. Khaled Hroub, lo studioso dell’università di Cambridge considerato un’eminente autorità mondiale su Hamas, dice che l’espressione “non è mai usata o adottata da Hamas, anche nelle sue dichiarazioni più radicali”. La Carta “antiebraica” spesso citata del 1988 era l’opera di “un singolo individuo e resa pubblica senza un appropriato consenso di Hamas … L’autore era uno della ‘vecchia guardia’”; il documento è considerato motivo d’imbarazzo e non è mai citato.

Hamas ha ripetutamente offerto a Israele una tregua decennale e da tempo ha accettato una soluzione a due stati. Quando Medea Benjamin, l’impavida attivista ebrea statunitense, era a Gaza, ha recato una lettera di dirigenti di Hamas al presidente Obama che chiariva che il governo di Gaza voleva la pace con Israele. E’ stata ignorata. Sono personalmente al corrente di molte lettere simili consegnate in buona fede e ignorate o scartate.

Il delitto imperdonabile di Hamas è una distinzione che non è quasi mai citata: è il solo governo arabo a essere stato liberamente e democraticamente eletto dal suo popolo. Peggio ancora, ha ora formato un governo di unità con l’Autorità Palestinese. Una voce palestinese unica e risoluta – presso l’Assemblea General, il Comitato per i Diritti Civili e il Tribunale Penale Internazionale – è la minaccia più temuta.

Dal 2002 un’unità pionieristica che si occupa di media presso la Glasgow University ha prodotto studi rimarchevoli sulla stampa e la propaganda a proposito di Israele/Palestina. Il professor Greg Philo e i suoi colleghi sono rimasti colpire dallo scoprire l’ignoranza del pubblico aggravata dai servizi giornalistici televisivi. Quanto più la gente guardava, tanto meno sapeva.

Greg Philo dice che il problema non è il “pregiudizio” in quanto tale. Giornalisti e produttori sono commossi come chiunque altro dalla sofferenza dei palestinesi, ma la struttura di potere dei media è così imponente – come estensione dello stato e dei suoi poteri forti – che fatti critici e contesto storico sono regolarmente soppressi.

Incredibilmente meno del nove per cento degli spettatori giovani intervistati dalla squadra del professor Philo era consapevole che Israele era la potenza occupante e che i coloni illegali erano ebrei; molti credevano fossero palestinesi. L’espressione ‘Territori Occupati’ era raramente spiegata. Termini quali ‘assassinio’, ‘atrocità’, ‘uccisione a sangue freddo’ erano usati solo per descrivere la morte di israeliani.

Recentemente un giornalista della BBC, David Loyn, è stato critico nei confronti di un altro giornalista britannico, John Snow, di Channel 4 News. Snow era rimasto così commosso da ciò che aveva visto a Gaza che è andato su YouTube a lanciare un appello umanitario. L’unica cosa che ha interessato la BBC è stata che Snow aveva infranto il protocollo ed era stato emotivo nel suo intervento su YouTube.

“L’emozione”, ha scritto Loyn, “è materiale della propaganda e il giornalismo è contro la propaganda”. Lo ha scritto restando serio? In realtà il messaggio di Snow era calmo. Il suo delitto è consistito nel muoversi fuori dai confini della finta imparzialità. Imperdonabilmente, non si è autocensurato.

Nel 1937, con Adolf Hitler al potere, Geoffrey Dawson, redattore del The Times di Londra, scrisse sul suo diario quanto segue: “Passo le notti a togliere qualsiasi cosa possa urtare la suscettibilità [dei tedeschi] e a inserire piccole cose intese a placarli.”

Il 30 luglio la BBC ha offerto agli spettatori un modello esemplare del Principio di Dawson. Il corrispondente diplomatico del programma Newsnight, Mark Urban, ha fornito cinque motivi per cui il Medio Oriente era in subbuglio. Nessuna includeva il ruolo storico o contemporaneo del governo britannico. L’invio da parte del governo di Cameron a Israele di armi ed equipaggiamenti militari per un valore di 8 milioni di sterline è stato cancellato. L’enorme spedizione di armi della Gran Bretagna all’Arabia Saudita è stata cancellata. Il ruolo della Gran Bretagna nella distruzione della Libia è stato cancellato. Il sostegno della Gran Bretagna alla tirannia in Egitto è stato cancellato.

E quanto alle invasioni britanniche dell’Iraq e dell’Afghanistan neppure esse hanno avuto luogo.

Il solo testimone esperto in questo programma della BBC è stato un accademico di nome Toby Dodge, della London School of Economics. Quello che gli spettatori avrebbero dovuto sapere era che Dodge era stato consigliere speciale di David Petraeus, il generale statunitense in larga misura responsabile dei disastri in Iraq e in Afghanistan. Ma anche questo è stato cancellato.

In questioni di guerra e pace le illusioni di imparzialità e credibilità in stile BBC fanno, per limitare e controllare il dibattito pubblico, più di quanto faccia la distorsione della stampa scandalistica. Come ha segnalato Greg Philo il commovente intervento di Jon Snow su YouTube è stato limitato a chiedere se l’aggressione israeliana a Gaza era proporzionata o ragionevole. Quello che mancava – e che manca quasi sempre – era la verità essenziale della più lunga occupazione militare dei tempi moderni: un’impresa criminale appoggiata dai governi occidentali da Washington a Londra a Canberra.

Quanto al mito di un Israele ‘vulnerabile’ e ‘isolato’ circondato da nemici, in realtà Israele è circondato da alleati strategici. L’Autorità Palestinese, a libro paga, armata e diretta dagli Stati Uniti è stata a lungo collusa con Tel Aviv. Fianco a fianco di Israele ci sono i tiranni di Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar; se mai la Coppa del Mondo arriverà nel Qatar, contate sul Mossad per la gestione della sicurezza.

La resistenza è l’umanità nella sua espressione più coraggiosa e più nobile. La resistenza di Gaza è giustamente paragonata alla rivolta ebrea del 1943 nel ghetto di Varsavia, che anch’essa scavò tunnel e impiegò sotterfugi e attacchi a sorpresa contro una soverchiante macchina militare. L’ultimo leader sopravvissuto della rivolta di Varsavia, Marek Edelman, ha scritto una lettera di solidarietà alla resistenza palestinese, paragonandola agli ZOB, i suoi combattenti del ghetto. La lettera iniziava: “Ai comandanti delle operazioni militari, paramilitari e partigiane palestinesi e a tutti i soldati [della Palestina].”

Il dottor Mads Gilbert è un medico norvegese famoso per il suo lavoro eroico a Gaza. L’8 agosto il dottor Gilbert è tornato nella sua cittadina natale, Tronso, in Norvegia, che, come ha segnalato, i nazisti avevano occupato per sette anni. Ha detto: “Immaginate di tornare nel 1945 e che noi in Norvegia non abbiamo vinto la lotta di liberazione, non abbiamo cacciato l’occupante. Immaginate che l’occupante resti nel nostro paese, impossessandosene un pezzo alla volta, per decenni e decenni, e ci esili nelle aree più miserande, e si prenda il pesce del mare e l’acqua sotto di noi, poi bombardi i nostri ospedali, gli operatori delle nostre ambulanze, le nostre scuole, le nostre case.

Ci saremmo arresi e avremmo alzato bandiera bianca? No, non lo avremmo fatto! E questa è la situazione a Gaza. Questa non è una battaglia tra terrorismo e democrazia. Hamas non è il nemico che Israele sta combattendo. Israele sta conducendo una guerra contro la volontà del popolo palestinese di resistere. E’ la dignità del popolo palestinese non accettare questo.

Nel 1938 i nazisti chiamarono gli ebrei Untermenschen, subumani. Oggi i palestinesi sono trattati da popolo subumano che può essere massacrato senza che nessuno al potere reagisca.

Così sono tornato in Norvegia, un paese libero, è questo paese è libero perché abbiamo avuto un movimento di resistenza, perché le nazioni occupate hanno il diritto di resistere, anche con le armi; è affermato dalla legge internazionale. E la resistenza del popolo palestinese a Gaza è ammirevole: una lotta per tutti noi.”

Ci sono pericoli nel raccontare questa verità, nell’infrangere quello che Edward Said ha definito “l’ultimo tabù”. Il mio documentario ‘Palestine Is Still the Issue’ [La Palestina è tuttora il problema] è stato candidato al Bafta, un premio accademico britannico, ed elogiato dalla Commissione Indipendente sulla Televisione per la sua “integrità giornalistica” e per “l’attenzione e l’accuratezza delle sue ricerche”. Tuttavia nel giro di minuti dalla messa in onda del documentario sulla rete britannica ITV si è scatenato uno scandalo, un diluvio di email mi ha descritto come uno “psicopatico diabolico”, “un diffusore di odio e malvagità”, “un antisemita del tipo più pericoloso”. Gran parte di ciò è stata orchestrata da sionisti negli USA che non potevano aver visto il film. Minacce di morte sono arrivate una al giorno.

Qualcosa di simile è capitato al giornalista australiano Mike Carlton il mese scorso. Nella sua regolare rubrica sul Sydney Morning Herald Carlton ha presentato un raro brano di giornalismo a proposito di Israele e dei palestinesi; ha identificato l’oppressore e le sue vittime. E’ stato attento a limitare il suo attacco a “un Israele nuovo e brutale dominato dal partito dei duri di destra, il Likud di Netanyahu”. Quelli che in precedenza avevano governato lo stato sionista, ha implicato, appartenevano a una “fiera tradizione liberale”.

Puntuale si è scatenato il diluvio. E’ stato definito “un sacco di fango nazista, un razzista odiatore degli ebrei”. E’ stato minacciato ripetutamente e ha mandato via email i suoi aggressori a “farsi fottere”.

L’Herald ha preteso che si scusasse. Quando si è rifiutato è stato sospeso e poi si è dimesso. Secondo l’editore dell’Herald, Sean Aylmer, la società “si attende standard molto più elevati dai propri opinionisti”.

Il “problema” dell’aspra, spesso solitaria voce liberale di Carlton in un paese in cui Rupert Murdoch controlla il settanta per cento della stampa della capitale – l’Australia è la prima ‘murdocrazia’ del mondo – sarà risolto doppiamente. La Commissione Australiana per i Diritti Umani deve indagare accuse a Carlton basate sulla legge contro la discriminazione razziale, che vieta ogni atto o affermazione pubblica che “è ragionevolmente probabile … offenda, insulti, umili un’altra persona o gruppo di persone” sulla base della loro razza, colore o origine etnica o nazionale.

Diversamente dalla tranquilla e silenziosa Australia – dove i Carlton sono resi estinti – il vero giornalismo è vivo a Gaza. Parlo spesso al telefono con Mohammed Omer, uno straordinario giovane giornalista palestinese al quale ho presentato, nel 2008, il Premio Martha Gellhorn per il Giornalismo. Ogni volta che l’ho chiamato durante l’attacco a Gaza potevo sentire il gemito di droni, l’esplosione di missili. Ha interrotto una telefonata per occuparsi di bambini accalcati all’esterno in atteso di un trasporto in mezzo alle esplosioni. Quando gli ho parlato il 30 luglio un solo caccia F-19 israeliano aveva appena massacrato 19 bambini. Il 20 agosto mi ha descritto come i droni israeliani avevano efficacemente ‘radunato’ un villaggio in modo che gli abitanti potessero essere ferocemente abbattuti.

Ogni giorno, all’alba, Mohammed va in cerca di famiglie bombardate. Registra le loro storie, in mezzo alle macerie delle loro case; scatta fotografie. Va all’ospedale. Va all’obitorio. Va al cimitero. Fa la coda per ore per il pane per la propria famiglia. E guarda il cielo. Trasmette due, tre, quattro messaggi al giorno. Questo è giornalismo vero.

“Stanno cercando di annientarci”, mi ha detto. “Ma quanto più ci bombardano, tanto più siamo più forti. Non vinceranno mai.”

Il grande crimine commesso a Gaza ricorda qualcosa di più vasto e minaccioso per tutti noi.

Dal 2001 gli Stati Uniti e i loro alleati sono scatenati. In Iraq almeno 700.000 uomini, donne e bambini sono morti in conseguenza. Il risultato è l’ascesa dei jihadisti in un paese dove non ce n’era nessuno. Noto come al-Qaeda e oggi come Stato Islamico, il jihadismo moderno è stato inventato dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, assistiti dal Pakistan e dall’Arabia Saudita. Lo scopo originale era usare e sviluppare un fondamentalismo islamico, che esisteva a malapena in gran parte del mondo arabo, per minare movimenti pan-arabi e governi laici. Giunti agli anni ’80 ciò era diventato un’arma per distruggere l’Unione Sovietica in Afghanistan. La CIA la chiamò Operazione Ciclone; e si rivelò davvero un ciclone, con la sua furia scatenata rivoltatasi in faccia ai suoi creatori. Gli attacchi dell’11 settembre e quelli a Londra nel 2005 sono stati il risultato di questo contraccolpo, così come lo sono stati i recenti, raccapriccianti assassinii dei giornalisti statunitensi James Foley e Steven Sotloff. Per più di un anno l’amministrazione Obama ha armato gli assassini – poi noti come ISIS in Siria –  di questi due giovani al fine di distruggere il governo laico di Damasco.

Il principale “alleato” dell’occidente in questo caos imperiale è lo stato medievale in cui le decapitazioni sono di routine e decise dai tribunali: l’Arabia Saudita. Ogni volta che un membro della Famiglia Reale Britannica è inviato in questo luogo barbaro potete scommettere il vostro ultimo petrodollaro che il governo britannico vuol vendere agli sceicchi altri caccia, missili, manette. La maggior parte dei dirottatori dell’11 settembre veniva dall’Arabia Saudita, che ha a libro paga jihadisti dalla Siria all’Iraq.

Perché dobbiamo vivere in questa condizione di guerra perpetua?

L’immediata risposta si trova negli Stati Uniti, dove ha avuto luogo un colpo di stato segreto e non riferito. Un gruppo noto come Progetto per un Nuovo Secolo Statunitense, ispirato da Dick Cheney e altri, è salito al potere con l’amministrazione di George W. Bush. Un tempo nota a Washington come “i pazzi”, questa setta estremista ritiene che il Comando Spaziale USA richieda un “dominio a tutto campo”.

Sotto sia Bush sia Obama una mentalità imperiale da diciannovesimo secolo è stata instillata in tutti i dipartimenti dello stato. Il militarismo grezzo è in ascesa; la diplomazia è superflua. Nazioni e governi sono giudicati utili o sacrificabili, da corrompere o minacciare o “sanzionare”.

Il 31 luglio il Comitato della Difesa Nazionale di Washington ha pubblicato un documento notevole che ha sollecitato gli Stati Uniti a prepararsi a combattere contemporaneamente sei grandi guerre. Ai primi posti nella lista c’erano Russia e Cina, potenze nucleari.

In un certo senso una guerra alla Russia è già cominciata. Mentre il mondo assisteva inorridito all’assalto israeliano contro Gaza, atrocità simili in Ucraina occidentale facevano sì e no notizia. Mentre scrivo due città ucraina di popolazione russofona – Donetsk e Luhansk – sono sotto assedio: la loro gente, i loro ospedali e le loro scuole martellate da un regime di Kiev salito al potere in un colpo di stato guidato da neonazisti sostenuti e pagati dagli Stati Uniti. Il colpo di stato ha rappresentato il culmine di quello che l’osservatore politico russo Sergei Glaziev descrive come un ventennio di “preparazione di nazisti ucraini contro la Russia”. Un fascismo reale è cresciuto di nuovo in Europa e nessun leader europeo si è espresso contro di esso, forse perché l’ascesa del fascismo in tutta Europa è oggi una verità che non osa dire il proprio nome.

Con il suo fascismo del passato, e presente, l’Ucraina è oggi un parco a tema della CIA, una colonia della NATO e del Fondo Monetario Internazionale. Il colpo di stato fascista di febbraio a Kiev è stato il vanto del Vicesegretario di Stato statunitense Victoria Nuland, il cui “budget del colpo” ha gestito 5 miliardi di dollari. Ma c’è stato un intoppo. Mosca ha prevenuto la cattura della sua legittima base navale sul Mar Nero nella Crimea russofona. Sono seguiti rapidamente un referendum e l’annessione. Presentata in occidente come l’”aggressione” del Cremlino, serve a capovolgere la verità e a coprire gli obiettivi di Washington: inserire un cuneo tra una Russia “paria” e i suoi principali partner commerciali in Europa e alla fine spezzare la Federazione Russa. Missili statunitensi già circondano la Russia; il crescendo militare della NATO nelle repubbliche ex sovietiche e nell’Europa dell’est è il maggiore dalla seconda guerra mondiale.

Durante la guerra fredda ciò avrebbe fatto rischiare un olocausto nucleare. Il rischio è tornato mentre la disinformazione antirussa raggiunge dei crescendo di isterismo negli Stati Uniti e in Europa. Un caso da manuale è l’abbattimento di un aereo di linea malese in luglio. Senza un briciolo di prove gli Stati Uniti e gli alleati della NATO e le loro macchine mediatiche hanno incolpato i “separatisti” russi etnici dell’Ucraina e implicato che Mosca sia stata alla fine responsabile. Un editoriale del The Economist ha accusato Vladimir Putin di omicidio di massa. La copertina del Der Spiegel ha usato i volti delle vittime e in caratteri rossi ha titolato “Stoppt Putin Jetzt” (Putin fermati adesso!). Sul New York Times Timothy Garton Ash ha rafforzato la sua tesi della “dottrina mortale di Putin” con l’insulto personale a un “uomo basso e tarchiato con un volto piuttosto da topo”.

Il ruolo del Guardian è stato importante. Famoso per le sue inchieste, il giornale non ha fatto alcun serio tentativo di esaminare chi abbia abbattuto l’aereo e perché, anche se una quantità di materiale da fonti affidabili mostra che Mosca è rimasta sconvolta come il resto del mondo e che l’aereo di linea può ben essere stato abbattuto dal regime ucraino.

Con la Casa Bianca che non offre alcuna prova verificabile – anche se i satelliti statunitensi avrebbero osservato l’abbattimento – il corrispondente moscovita del Guardian, Shaun Walker, si è inserito nella breccia. “Ho ascoltato il Diavolo di Donetsk” è stato il titolo in prima pagina dell’intervista mozzafiato di Walker a un certo Igor Bezler. “Con baffi da ribelle, un carattere focoso e una reputazione di brutalità”, ha scritto, “Igor Bezler è il più temuto dei leader ribelli dell’Ucraina orientale … soprannominato Il Diavolo … Se si deve credere ai servizi segreti ucraini, lo SBU, il Diavolo e un gruppo dei suoi uomini sono stati i responsabili dell’abbattimento del volo MH17 delle linee aeree malesi … oltre ad aver apparentemente abbattuto il MH17 i ribelli hanno abbattuto dieci velivoli ucraini.” Il Giornalismo Diabolico non richiede ulteriori prove.

Il Giornalismo Diabolico trucca da “governo provvisorio” una giunta contaminata da fascista che ha assunto il potere a Kiev. I neonazisti diventano “nazionalisti”. “Notizie” provenienti dalla giunta di Kiev assicurano la soppressione di un colpo di stato gestito dagli USA e la sistematica pulizia etnica della popolazione russofona dell’Ucraina orientale per mano della giunta. Non è di alcun interesse che questo accada nell’area di confine attraverso la quale i nazisti originali invasero la Russia, cancellando 22 vite russe. Quella che conta è un’”invasione” russa dell’Ucraina che sembra difficile dimostrare a parte le solite immagini satellitari che evocano la presentazione fantasiosa di Colin Powell alle Nazioni Unite delle “prove” che Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa. “Dovete sapere che le accuse di una grande ‘invasione’ russa dell’Ucraina non risultano sostenute da informazioni affidabili”, ha scritto un gruppo di ex alti funzionari e analisti dei servizi segreti statunitensi, i Professionisti Veterani dei Servizi d’Informazione per il Buonsenso, alla cancelliera tedesca Angela Merkel. “Le ‘informazioni’, piuttosto, sembrano essere dello stesso dubbio genere politicamente ‘aggiustato’ utilizzato dodici anni fa per ‘giustificare’ l’attacco a guida statunitense contro l’Iraq.”

L’espressione gergale è “controllare la narrazione”. Nel suo determinante Culture and Imperialism Edward Said è stato più esplicito: la macchina mediatica occidentale era ormai capace di penetrare la coscienza di gran parte dell’umanità con un ‘circuito’ influente quanto quello delle marine imperiali del diciannovesimo secolo. Giornalismo delle cannoniere, in altre parole. O guerra mediatica.

Tuttavia un’informazione pubblica critica e una resistenza alla propaganda in realtà esiste e sta emergendo una seconda superpotenza: il potere della pubblica opinione alimentato da Internet e dai media sociali.

La falsa realtà creata da false notizie trasmesse dai guardiani dei media può impedire ad alcuni di noi si sapere che questa nuova superpotenza si sta risvegliando in un paese dopo l’altro: dalle Americhe all’Europa, all’Asia e all’Africa. E’ una rivolta morale, esemplificata dai rivelatori Edward Snowden, Chelsea Manning e Julian Assange. La domanda è: romperemo il nostro silenzio finché siamo in tempo?

Quando sono stato l’ultima volta a Gaza, ritornando al posto di controllo israeliano ho colto due bandiere palestinesi attraverso il filo spinato. Bambini avevano fabbricato aste con i nostri bastoni legati insieme e si erano arrampicati su un muro e tenevano la bandiera in mezzo a loro.

I bambini lo fanno, mi è stato detto, ogni volta che ci sono stranieri in giro, perché vogliono mostrare al mondo che loro ci sono: vivi, coraggiosi e invitti.

Questo articolo è adattato dal discorso commemorativo di John Pilger, tenuto ad Adelaide, Australia, l’11 settembre.

Lo spirito della resistenza è vivo www.znetitaly.org

Originale: http://zcomm.org/znetarticle/breaking-the-last-taboo/ traduzione di Giuseppe Volpe

12 settembre 2014

http://znetitaly.altervista.org/art/15824

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *