Guerra alle guerre – Recensione di Cinzia Picchioni

Settimio Luciano, Guerra alle guerre, Effatà, Cantalupa (TO) 20133, pp. 176, 12,00

Elogio della pace

Il titolo della recensione si deve al fatto che Erasmo da Rotterdam è noto soprattutto per il famoso scritto Elogio della follia. Ma cominciamo… dalla fine!

Come spesso mi accade leggendo un libro per recensirlo, la parte più interessante – per me – si trova alla fine… e per questo “leggo” per davvero un libro, se devo scriverne, altrimenti come faccio a trovare la parte che più mi intriga?

Non sapevo nulla di Erasmo da Rotterdam, al di là della sua fama. E così mi ha fatto davvero piacere scoprirne alcune caratteristiche, soprattutto quelle che faranno confluire il testo nella Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis (fra l’altro “per il noto umanista le biblioteche erano la principale fonte di attrazione ed interesse”, anche quando viaggiò in Italia). Passò anche da Torino, e fu favorevolmente impressionato dal nostro Paese “[…] tranne quando assistette all’entrata trionfale di papa Giulio II nella città di Bologna, appena conquistata, con corazza indosso e armi in mano”, p. 24. Ecco che arriviamo a una delle caratteristiche che hanno giustificato la richiesta del libro alla casa editrice: “Dando al papa uno stato temporale, tu gli dai contemporaneamente l’obbligo di ammassare denaro, gli dai la guardia del corpo che circonda i tiranni, le milizie cariche di ferro, le spie, i cavalli, i muli, le trombe militari, la guerra, le stragi, i trionfi, le sommosse, i patteggiamenti, le battaglie: in una parola tutti gli strumenti e gli apparati dell’amministrazione dello stato”, p. 99. Erasmo riteneva che il papa dovesse invece rappresentare la personificazione della pace, e che tutti i cristiani dovessero risplendere di luce evangelica: “Io bramo vedere i pontefici ricchi straricchi: ma ricchi delle perle del Vangelo […] armati fino ai denti, ma con le armi del Vangelo […] contro i veri nemici della chiesa […] la superbia, la lussuria, l’ambizione, l’ira […], pp. 99-100.

Coevi ma non concordi

Poi, certo, il titolo ci ha attratto per l’“affinità” con le tematiche di cui il Centro Studi Sereno Regis si occupa da più di 30 anni: la “nonviolenza” di Erasmo da Rotterdam salta all’occhio fin dal suo essere considerato un po’ “il Lutero mite”. Al contrario del teologo tedesco, bellicoso, turbolento, provocatore, Erasmo era diplomatico, mite; al contrario di Lutero che inneggiava alla battaglia, Erasmo ha sempre considerato ingiusta la guerra, ritenendola un abominio, e ha sempre prediletto l’ascolto, l’equilibrio, la moderazione, senza essere ascoltato né dai cattolici né dai protestanti del suo tempo. Le tematiche cardine dell’umanista sono state la concordia e l’unità; una visione positiva e ottimistica dell’essere umano; un’attenzione particolare alla pedagogia; una spiritualità attenta all’individualità e all’interiorità; la diplomazia. In questo libro l’autore – docente di filosofia teoretica – ha voluto “[…] far emergere la mite prospettiva erasmiana attraversata da una maniera di pensare […] che ha sempre inseguito il desiderio della pace”, p. 19.

Erasmo, Lutero e Bobbio

C’è anche la biografia, da cui ho appreso che Erasmo fu il figlio illegittimo di un prete e che andò malvolentieri al convento agostiniano di Steyn (a 18 o forse 21 anni, la data di nascita non è certa), attratto soprattutto dalla prospettiva di frequentarne l’immensa biblioteca. Visse a Londra (scrivendo lì il famoso Elogio della follia), Oxford, Parigi, in Italia; fu amico di Thomas More, lesse Pico della Mirandola; conobbe le tesi di Lutero (il libero arbitrio in particolare) e il suo nome fu accomunato – fino a farlo dichiarare eretico – a quello del teologo tedesco quando quest’ultimo, nel 1517, rese note le 95 tesi. Anni dopo Erasmo prese posizione contro Lutero, che lo attaccò duramente. Si scrissero, i due, ma non si incontrarono mai; Erasmo non condivideva le modalità aggressive di Lutero nei confronti delle autorità ecclesiastiche. Le differenze fra i due vengono ben esposte in un capitolo dal titolo eloquente (e sono parole di Erasmo da Rotterdam): La verità si perde in un confronto troppo acceso, pp. 53 ss. Qui si giunge a un’altra delle motivazioni per cui stai leggendo una recensione di questo libro fra le “pagine” della “newsletter” del Centro Studi Sereno Regis: “mite” è l’aggettivo più adatto alla personalità di Erasmo da Rotterdam perché – come affermò Norberto Bobbio – “è colui che “lascia essere l’altro quello che è” (p. 54); Erasmo fu “[…] disposto all’ascolto, pronto a smussare e al controllo di sé […] per far emergere l’altro senza la volontà di schiacciarlo”, e fu così anche rispetto a Lutero, con cui avrebbe voluto poter discutere moderatamente, liberi di dissentire, schietti, perché così “la verità si trova con più certezza”, mentre si perde – come recita il titolo del capitolo riportato – in un conflitto troppo acceso; vale ricordare anche un altro “aforisma”: “non può esservi pace dove c’è superbia o astio”. E, nonostante le differenze, Erasmo tentò sempre di difendere Lutero: “Va preservato l’equilibrio dell’animo, perché non venga guastato dall’ira, dall’odio o dalla vanagloria, perché questa è solita tendere le sue insidie nel bel mezzo dell’amore per la religione”, pp. 38-9: da qui troviamo molte parole sulla sua difesa nei confronti di Lutero, sul suo disaccordo rispetto all’atteggiamento tenuto dagli accusatori contro il teologo sassone, sul suo desiderio di ascoltarlo invece che annientarlo.

Per chi voglia approfondire le differenze fra Erasmo e Lutero c’è, alle pp. 72-3, Spirito di libertà e spirito di necessità e la riflessione prosegue poi nel capitolo che dà il titolo al libro: La guerra alle guerre. C’è anche tutta una parte in cui si rivede la storia del periodo in cui vissero i due; il periodo storico, le correnti filosofiche, gli altri autori eccetera. (Cenni storico culturali e biografici, pp. 20 ss.)

Bambini e prìncipi

Oltre alla “contrapposizione” con Lutero, ce n’è un’altra, sul tema dell’educazione: quella fra il principe secondo Machiavelli e secondo Erasmo da Rotterdam: partendo dalla sua esperienza – la disciplina monastica in cui si era formato contemplava “pene corporali con flagelli e verghe” (lui stesso fu rimproverato e picchiato) – Erasmo realizzò una pedagogia in cui il rimprovero va fatto con rispetto e in segreto, in cui la violenza è inutile, in cui perfino un principe dev’essere educato con dolcezza e mitezza, così lui stesso diventerà mansueto “e pieno di calma e riflessività, così da essere un governatore né docile e influenzabile, né tirannico e incapace di ascolto”; secondo l’umanista olandese chi governa deve seguire “lo spirito di giustizia, rifiutare la violenza, astenersi dal saccheggio, non mettere in vendita le magistrature, non farsi corrompere”, p. 115.

Messe a pagamento, uso del latino

Invece i funzionari erano evidentemente corrotti anche nel Quattrocento, se Erasmo li affianca ai sacerdoti “che tante volte – loro che dovrebbero essere i primi a mettere in comune i propri beni – si mostrano ignobilmente attaccati al denaro chiedendo soldi per amministrare i sacramenti, per le benedizioni,  per celebrare i funerali e per le indulgenze” p.118. E che dire poi del pensiero erasmiano sull’uso del latino e sul fatto di rendere disponibili a tutti le Sacre Scritture tramite l’utilizzo del volgare? La posizione – totalmente dissenziente – di Erasmo è illuminante: se non si rende intelligibile la parola di Dio a tutti è “come se Cristo avesse insegnato cose così astruse da poter essere capite solo da un gruppo di teologi, o come se la massima sicurezza della religione cristiana consistesse nell’essere ignorante. Può darsi che sia opportuno tenere nascosti i segreti dei re: ma Cristo vuole che i suoi siano divulgati il più possibile”, p. 98.

Pace dentro, pace fuori

Ma come dicevo è verso la fine che il libro mi è piaciuto maggiormente, forse perché faccio l’insegnante di yoga e il cammino interiore mi interessa più di qualunque cosa. E gli ultimi capitoli trattano proprio di questo, della necessità di raggiungere “Il piacevole equilibrio della pace interiore”; che l’unica guerra giusta è quella contro i vizi e le passioni per giungere a una vita nuova del Vangelo, nel rispetto e nella pazienza per sé e per gli altri; sulla necessità anche per chi governa di avere un grande equilibrio interiore (anche verso il denaro e la ricchezza, perché “spesso le guerre sono fatte per ristabilire le finanze a spese dei cittadini e […] una guerra, un conflitto, sono sempre giustificabili in nome di presunti diritti offesi, ma questo genera una mentalità in base alla quale ognuno, per tutelare il proprio diritto, fa sorgere la lotta). La strada prospettata da Erasmo […] è perdonarsi reciprocamente: senza il perdono, così come non può reggersi un’amicizia, altrettanto non può reggersi una nazione”, p. 125. Tutte queste cose possono ottenersi grazie alla pace interiore, dove “si può esaminare il nucleo essenziale della forza che pervadeva la sua [di Erasmo, NdR] vita”, p. 136. Il tema della pace interiore è squisitamente spirituale e riguarda uno stato di serenità fondamentale che permette di essere sorretti nel confronto con i problemi, le ingiustizie e i dolori che feriscono la vita di ogni persona […] è il frutto di un equilibrio che non si raggiunge facilmente”, p. 136. E da queste pagine parte un’analisi della vita privata di Erasmo da Rotterdam, riguardante il suo apprezzamento per la solitudine, la sua guerra privata – l’unica “giusta” – contro i vizi e le passioni, il suo convincimento di dover stare bene con se stessi per potersi relazionare con gli altri: “Ditemi di grazia, amerà mai qualcuno chi odia se stesso? Potrà andare d’accordo con altri chi è in dissidio con se stesso?”; tali domande l’autore scrive nel suo Elogio della follia, e fanno pensare a quanto il cammino spirituale proposto da Erasmo scorra fra interiorità e relazione con gli altri, in un equilibrio che significa: “Avere il senso della fragilità e della caducità umana; possedere la pazienza di combattere e reagire ai vizi e agli altri “ostacoli” della vita spirituale; avere il senso della misericordia che, più che reprimere e rifiutare ponendosi in opposizione, lascia costruire il nuovo […] con la forza della mansuetudine e della dolcezza, espressioni di fermezza di spirito”, p. 143.

E gli ultimi saranno i primi…

Ripeto che per la recensione sarei partita proprio dall’ultimo capitolo, in cui ho trovato parole come queste: “Una voce che aborrisce la guerra e ama la pace”, e invita tutti a fare altrettanto; “il senso del trascendente diventa necessaria umiltà perché il mistero è troppo grande”, ma ci sorregge e ci avvolge; esigenza di conoscere l’altro per incontrarlo e amarlo “nel rispetto della sua libertà e della sua differenza” “nella modalità del pacifico” “lasciandosi guidare dalle categorie di tenerezza e dolcezza per diventare operatori di pace”; “L’unica strada per la felicità è la conoscenza di se stessi alla luce di una ragione onesta e non corrotta, sapendo che è un lavoro duro da operare ed un fine non facile da raggiungere”, p. 148.

… siate come bambini

Infine, anche per farvi un po’ di coraggio, non mancate di leggere – a p. 88 – la tesi di Erasmo sulla innata bontà dell’essere umano, e sul perché l’uomo sia predisposto all’amicizia e all’amore; lo fa partendo dal neonato e analizzando il corpo umano: “le braccia sono per abbracciare, le labbra per baciare, il riso e il pianto sono segni di clemenza e misericordia”… Per Erasmo la guerra non ha nulla a che fare con la natura umana e nemmeno con la religione cristiana, è un tradimento della prima e una contaminazione della seconda. “Vincere in Cristo significa non usare la violenza ma adoperare la parola del Vangelo il cui elmo è la salvezza, lo scudo è la fede e l’armatura è l’insegnamento degli apostoli”. Evitare la violenza a tutti i costi dunque: “meglio una pace ingiusta che una guerra giusta”, pp. 92-3.

Pace anche agli alberi

Il libro è stampato su carta FSC, senza pagine sprecate in fondo e all’inizio, complimenti all’editore.

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