Intervista – Johan Galtung – Al McKay

In una carriera accademica di 40 anni, Johan Galtung è stato professore invitato (visiting professor) a 30 scuole in 5 diversi continenti. Ha scritto più di 100 libri e oltre 1000 articoli su pace e risoluzione dei conflitti, ecologia, salute, governance globale, sviluppo sostenibile e riforma economica. Nel 1959 fondò l’Istituto di Ricerca per la Pace di Oslo e lo diresse per 10 anni. Nel 1964 lanciò il Journal of Peace Research all’Università di Oslo. Nel 1993 co-fondò TRANSCEND – Rete di Pace e Sviluppo per la Trasformazione dei Conflitti con mezzi pacifici – che ha membri in più di 50 paesi. Nel 1987 Johan Galtung ha ricevuto il Right Livelihood Award (premio per un giusto sostentamento, spesso inteso come Premio Nobel Alternativo) “… per il suo studio sistematico e multidisciplinare delle condizioni che possono condurre alla pace.”

In quest’intervista, Galtung parla della sua carriera, e interviene sulla crisi in Crimea, sulle missioni di peacekeeping ONU e altro ancora.

Com’è cambiata nel tempo la sua percezione del mondo, e che cosa (o chi) le ha suggerito i cambiamenti più significativi nel suo pensiero?

Come: espandendo, aggiungendo nuovi concetti e discorsi per capire meglio il mondo, senza buttare via quelli vecchi. Qualche esempio:

Quando cominciai nel 1951, il mio modello era la scienza medica con diagnosi, prognosi, e terapia – DPT – non una qualche scienza sociale. La capacità di fare una prognosi valida e se inaccettabile di escogitare una terapia era cruciale. Non vedevo motivo per cui ciò dovesse essere limitato al sistema statuale essendo rilevante pure a livello micro fra persone, a livello meso fra gruppi sociali, a livello macro fra stati, nazioni, e fra stati e nazioni; e a livello mega fra macroregioni e civiltà. Da allora, analogie, causalità, e differenze fra tali livelli mi hanno affascinato.

Nel 1958, l’eccellente libro di Marie Jahoda (‘Current Concepts of Positive Mental Health”, Basi Books, New York 1958, scaricabile da https://archive.org/details/currentconceptso00jaho , NdT) sui concetti positivi della salute mentale mi ispirò a fare una distinzione fra pace negative e positiva – fra assenza di violenza da un lato, e cooperazione e armonia dall’altro. Così potei sviluppare gli studi per la pace aldilà del punto focale anglo-americano sulla sicurezza, cioè soprattutto la propria sicurezza, e di un Consiglio di Sicurezza ONU rispetto a un Consiglio di Pace e Sicurezza ONU (ma nell’OSCE ci sono tutti e due, sicurezza e cooperazione, un miglioramento).

Strada facendo arrivò la cooperazione a vantaggio reciproco e uguale – in alre parole, equità – come via alla pace e all’empatia, capire gli altri.

Nel 1965, studiando l’impatto delle sanzioni sulla Rhodesia (poi Zimbabwe), fui colpito da come usavano “pace” per la propria indipendenza nazionale non essendoci alcuna violenza interrazziale, “solo” sfruttamento massiccio, con una aspettativa di vita metà rispetto a quella dei bianchi, ecc. Quindi, c’era più che la violenza intenzionale a dover essere negata per parlare di pace; anche la violenza incorporata nelle strutture, la violenza strutturale. Un po’ dopo, aggiunsi ai concetti di genocidio ed ecocidio il concetto di sociocidiio – uccidere una società – per capire meglio la natura del colonialismo: uccidere le strutture, uccidere le culture.

Nel 1985, mi colpì l’incapacità degli USA di imparare dal disastro del Vietnam i limiti degli approcci militari alla politica, e, cercando qualcosa più in profondità della razionalità, proposi dei concetti di Cultura Profonda come la DMA – sindrome degli archetipi Dualismo-Manicheismo-Armageddon – di Struttura Profonda, per esempio, dell’imperialismo già esplorato in precedenza. Dia uno sguardo al mio libro A Theory of Civilization (2014).

Adesso sto anche lavorando sulla Natura Profonda, argomento affascinante.

Dove avvengono le ricerche / i dibattiti più stimolanti nell’ambito degli studi per la pace contemporanei?

Non nei dibattiti accademici. Quel che importa è il registro del percorso, le prognosi più valide, le terapie migliori. Può trovare questi tentativi, con le diagnosi, in 50 Years: 100 Peace and Conflict Perspectives(2008); circa 30 realizzate, altre in attesa. Non che ciò che facciamo sia perfetto, ma altri approcci sono peggiori; sovente si affidano a minacce e al denaro, senza bisogno di buone idee; noi non abbiamo le prime, ma abbiamo sì qualche idea e un metodo per arrivarci.

Troverà un capitolo sulle prognosi in A Theory of Peace – provi a dare un’occhiata. Io ho poca pazienza con gli “esperti” che non sono stati neppure in grado di predire la caduta dell’Impero Sovietico partendo dal suo punto più debole, il muro di Berlino, almeno dieci anni prima; l’11 settembre [2001] – non la data, bensì il fatto, le cause ben prima dell’evento; il declino e la caduta dell’impero USA, diciamo, dalla metà degli anni 1970; le crisi economiche del 1987 e del 2008; e così via.

Quali sono le più importanti/interessanti aree delle scienze sociali a essere sotto-sviluppate, sotto-finanziate, e sotto-studiate al momento? Dove c’è maggior bisogno e raggio d’azione per un pensiero nuovo?

Nelle scienze sociali inter- e, cosa più importante, trans-disciplinari, come pace-sviluppo-ambiente, e negli studi sul futuro. Ovviamente raccomanderei l’iter DPT; la liberazione dalla Wert-freiheit (avalutatività) di Weber; lavorare sodo nel rendere espliciti i valori, comunicabili, e operativi – rendendo disponibili i risultati per dialoghi democratici. Aggiungiamo un’epistemologia taoista agli approcci occidentali aristotelico-cartesiani. Dia uno sguardo al mio 50 Years: 25 Intellectual Landscapes Explored (2008), esattamente su quest’argomento.

C’è una vena emergente della letteratura, per esempio The Better Angels of Our Nature (Il declino della violenza, Mondadori, Milano 2013, NdT)diSteven Pinker, che ha argomentato che la violenza globale è calata in modo significativo dalla fine della seconda guerra mondiale e viviamo nel periodo più pacifico della storia, che lui chiama “La Lunga Pace”. Concorda con quest’opinione che viviamo in tempi meno violenti che mai e, se sì, quali sono le ragioni di questa dinamica?

Guardi, molti di noi, come il gruppo di ricerca per la pace di Uppsala e io stesso, lo diciamo da decenni, indicando il calo di guerre inter-statali. Ovviamente abbiamo meno violenza diretta con sempre migliori mezzi di trasporto e di comunicazione che ci collegano tutti quanti con diritti e obblighi reciproci. Al tempo stesso, il sistema statuale sta declinando sostituito da un sistema di 4-8 macroregioni, compagnie transnazionali (TNC), ONG e organismi intergovernativi (IGO) – tranne gli stati più grandi, Russia, India, Cina, e USA; i primi tre, tra l’altro, sono i RIC dei BRICS. Il punto degli studi per la pace è che quell’insieme di diritti e obblighi non sono uguali, il che vuol dire che la violenza diretta cede il campo alla violenza strutturale, come avviene con lo slittamento epidemico dalle malattie contagiose a quelle strutturali – cardio-vascolari, tumorali, e disordini mentali. Pinker è come uno specialista patologo che celebra il calo di malattie contagiose da microrganismi, ignorando le malattie strutturali e croniche. Inoltre, tenta di nascondere lo stato più violento di tutti quanti, il suo (gli USA), con la sua cultura profonda e meno profonda di entità scelta da Dio e di eccezionalismo. Nulla di interessante.

Dia uno sguardo al mio The Fall of the US Empire – And Then What?[La caduta dell’Impero USA – E poi?] (2009).

Quel che importa è come le macroregioni si rapporteranno fra loro e la lotta contro la violenza del sistema economico – “potere morbido” che uccide ben più che il potere militare – e lo stato, addirittura il mondo, “securitario”, di marca USA – e Cinque Occhi! – la sorveglianza, ora allo stadio NSA.

Un recente studio ONU, che ha basato la sua valutazione su otto di dieci missioni di peacekeeping ONU incaricate della protezione di civili – comprese quelle nella Repubblica Democratica del Congo, SudSudan, Haiti, e quella congiunta ONU-Unione Africana in Darfur ha stabilito che le missioni di peacekeeping ONU evitano di norma l’uso della forza per proteggere i civili sotto attacco, intervenendo solo nel 20% dei casi, pur essendo autorizzate a farlo da parte del Consiglio di Sicurezza ONU. Il rapporto suggerisce anche che i peacekeeper ONU usino la forza più spesso per proteggere i civili. Quali sono i suoi pensieri su questo suggerimento di maggior uso della forza Onu per proteggere civili?

Si mandino squadre con addestramento militare e di polizia, addestramento su nonviolenza e mediazione, per proteggere con armi leggere, e come testimoni oculari e scorte, ma soprattutto come mediatori che organizzino dialoghi, focalizzati su ciò che è in gioco e trovino soluzioni valide che vadano oltre quelle dei diplomatici avulsi dalla realtà. Operatori al 50% donne, così numerosi da costituire un tappeto di berretti blu, e si avranno risultati positivi. Dando loro armi più pesanti, la controparte farà altrettanto; le armi oggigiorno sono a buon mercato. Li si addestri bene, anche nell’empatia.

Quest’anno è il ventesimo anniversario del genocidio rwandese, e c’è stata molta riflessione sull’evento e su quel che si può fare per evitare che si ripetano simili genocidi. In quanto persona che ha trascorso una parte importante della sua carriera concentrandosi su tali tematiche, ha l’impressione di qualche situazione politica potenzialmente instabile al mondo al momento che potrebbe condurre a un ripetersi del genere di brutalità cui si è assistito in Rwanda venti anni fa?

Dovunque ci siano minoranze economicamente innovative in competizione vincente con i poteri economici dominanti – meno innovativi, ma militarmente e politicamente al comando – questo può accadere. Può accadere alle minoranze cinesi ed è avvenuto, in Indonesia. Può accadere alle minoranze russe nell’Ukraina dell’Est. Può accadere in moltissimi luoghi in Africa. Può accadere a livello internazionale e sta già accadendo, per esempio a paesi che minaccino il monopolio del dollaro USA – finora – con una “valuta mondiale di riserva”. I BRICS, particolarmente Russia e Cina, con la SCO e la Comunità Eurasiatica in fieri, sono troppo forti per USA-NATO. Soluzione: dialogo, condivisione, globalizzazione egalitaria.

L’attuale situazione geopolitica riguardo alla Russia e all’Ukraina è stata descritta come la peggior crisi nei rapporti della Russia con l’occidente dalla fine della guerra fredda. Recentemente Putin ha ordinato alle truppe dispiegate in regioni vicine all’Ukraina di ritornare alle proprie basi. Ha l’impressione che questa mossa segnali una de-escalation della crisi, e che cos’altro si può fare per assicurare una risoluzione pacifica alla situazione?

Focalizzarsi di più sugli USA, prego, e sull’idea di Bush del 2004 di arruolare Georgia e Ukraina nella NATO, andando anche oltre nel non mantenere le promesse fatte all’URSS/Russia. Considerare anche la goffa invasione georgiana dell’Ossetia del Sud per provocare una guerra nel 2008, e soprattutto il dono di Khrusciov, la Crimea, all’Ukraina nel 1954 a condizioni che non valgono più dopo la caduta dell’impero sovietico, e si avrà un quadro con più chiaroscuri. Ukraina vuol dire, al confine, uno stato; due nazioni gridano per una soluzione federale: eleggere un presidente di una delle nazioni non funzionerà mai. Si cerchino soluzioni di tipo svizzero.

Putin si è ripreso la Crimea in queste circostanze e adesso lavora per una federazione. Il ritiro graduale è una de-escalation che invita reciprocità da Kiev. Ma Putin avrebbe dovuto dare ai Tatari l’autonomia che vuole per i russi.

Lei è stato fortemente criticato per aver affermato che Mao Zedong fu un ‘liberatore’. Considerando i 45 milioni di persone che si stima siano morti in conseguenza del mandato del Grande Balzo in avanti, come giustifica le sue lodi?

Merito quella critica, non essendo stato consapevole di quell’atrocità fra il 1958 e il ’67, e non mi nasconderò dietro l’idea che fu probabilmente non intenzionale, a differenza dei massacri dei “kulak” in Ukraina da parte di Stalin. Resto per la rivoluzione del 1949 in quanto liberatrice. Spero anche che si presti uguale attenzione alle massicce uccisioni d’ogni giorno – 100.000? 125.000? – probabilmente non intenzionali, da parte del sistema capitalista mondiale, protetto dagli interventi militari, per via della fame estrema e di malattie prevenibili-curabili. Ma per questi problemi non c’è denaro disponibile.

Qual è il consiglio più importante che potrebbe dare ai giovani studiosi di relazioni internazionali, giusto all’inizio delle proprie carriere, che vogliano specializzarsi in studi per la pace e la risoluzione dei conflitti?

Smettere di studiare relazioni internazionali, termine equivoco per studi interstatali, usando testi anglo-americani, data la loro storia di colonialismo-imperialismo e guerra continua. Vaggiare ovunque, parlare con la gente, chiedendo quale sia la cosa migliore e la peggiore accaduta alla propria nazione e stato, quali sono i conflitti, quali sono le soluzioni. Studiare la storia per soluzioni creative. Cercar di capire le loro culture profonde nascoste nel subconscio collettivo. Prestare molta attenzione alla cultura e alla nazione, meno a minacce/bustarelle e stati. Essere orientati alle soluzioni, non alla vittoria, anche nella vita quotidiana.

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Al McKay è redattore di E-IR, sito-guida mondiale per studenti e studiosi di politica internazionale.

E-International Relations (Original – e-ir.info) May 27 2014; editoriale 2 giugno 2014

  1. Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

  2. Titolo originale: Interview – Johan Galtung

https://www.transcend.org/tms/2014/06/interview-johan-galtung/

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