Francesco e le terre dei non cristiani – Recensione di Cinzia Picchioni

cop Chiara Frugoni, Francesco e le terre dei non cristianiChiara Frugoni, Francesco e le terre dei non cristiani, Edizioni Biblioteca Francescana, Milano 2012, pp. 208, € 27,00

Sembra che sia stato scritto tutto su (e di) Francesco d’Assisi… e invece no! Vale sempre la pena di sapere qualcos’altro, di conoscere qualche altra riflessione, qualche altro particolare di una certa vicenda, che non sapevamo, su cui non avevamo ragionato abbastanza.

Pace in Oriente

Mi è capitato di pensare così leggendo, per recensirlo (quindi non proprio riga per riga) il libro che presentiamo (e che entrerà a far parte della Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis di Torino). Vi si narra, con citazioni e note che ci permettono di ritrovare le fonti, del viaggio di Francesco in Oriente. Forse ne abbiamo già sentito parlare, ma – sostiene l’autrice – il santo non vi si recò «[…] per sete di martirio […] e non partì per andare dal sultano»; nella quarta di copertina leggiamo che l’autrice «smonta questi luoghi comuni [e sottolinea] il profondo messaggio, rivoluzionario […] portato da Francesco ai musulmani. [Il viaggio] dispiegò la volontà di Francesco di vivere con mitezza il messaggio di pace e di amore di Cristo, fra cristiani e non cristiani, e dunque anche fra i musulmani, mentre la Chiesa del tempo parlava con il linguaggio delle armi e dello scontro verbale.

Pace in noi

«Cosa intendesse per pace Francesco e come fare a raggiungerla lo spiegò perfettamente in due capitoli delle Ammonizioni […]. La pace è una conquista interiore dello spirito, di chi di fronte a una situazione che lo fa soffrire, nell’anima o nel corpo, non reagisce con la logica della vendetta, della collera o della sopraffazione, ma […] preferisce […] la tolleranza, la pazienza[…]» (p. 60).

Già lo sapevamo che Francesco invitava i suoi seguaci a «porgere l’altra guancia», come si legge nella Regola non bollata (così chiamata perché non ricevette la «bolla» papale, una specie di «approvazione»). Ma addirittura negli scritti del santo mancano i termini relativi alla guerra (militare, pugna, bellum, militia) e che «per Francesco importante non era combattere e vincere con la parola o con la spada, ma essere sottomessi ad ogni creatura, dunque anche ai Saraceni» (p. 7)

Pace agli altri

L’«addio alle armi» per Francesco risale a molto tempo prima del viaggio in Oriente, risale a quando le usava le armi, eccome, ma poi, dopo che ebbe una certa «visione», «Si convinse ad abbandonare del tutto i suoi progetti guerreschi, ritornò ad Assisi, deciso a seguire […] Cristo [e questo segna] per i biografi una cesura importante: l’addio di Francesco al futuro sperato fino ad allora, splendido di gloria e di soddisfazioni mondane, e l’abbandono, per sempre, delle armi. I biografi si avvalsero di questo episodio, a mio avviso perché, debitamente interpretato, risarciva il vuoto creato dal silenzio del fondatore dell’Ordine rispetto alla crociata, silenzio troppo palesemente contrario alla posizione ufficiale della Chiesa che chiamava alla guerra contro gli infedeli» (pp. 9-10).

Pace in povertà

Per Francesco la necessità della pace fu il cardine della sua proposta di vita cristiana. Per cercare di capire appieno quale pace reclamasse Francesco dobbiamo tornare indietro, quando il giovane, avviato sulla via della conversione ma senza aver trovato ancora la strada sicura, sentì leggere alla Porziuncola «[…] il brano relativo alla missione affidata da Cristo agli apostoli. […] “non devono possedere né oro, né argento, né denaro, né portare bisaccia, né pane, né bastone per via, né avere calzari, né due tonache [e subito] esclamò “Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!”»; e infatti mise queste stesse indicazioni nella sua Regola non bollata (che persino i suoi seguaci e non solo la Chiesa, trovarono troppo «dura»). «Perché non portare con sé nulla, nemmeno un pezzo di pane? Per seguire l’esempio di Cristo e degli apostoli, certamente. Ma la povertà più assoluta per Francesco non è il fine, il modo di realizzare un comportamento ascetico. È un mezzo per raggiungere la pace, la pace interiore, praticarla e offrire al prossimo un nuovo modello di comportamento. Lo spogliarsi di tutto è la premessa per non volere nulla di quello che è degli altri, è la premessa della concordia fraterna. La proibizione assoluta di ricevere denaro, il permesso di accettare solo il cibo per la sussistenza rifiutano la logica del guadagno che crea il ricco e il povero; possedere implicherebbe il ricorso alla spada, come ebbe a dire Francesco […] “Se avessimo dei beni, dovremmo disporre anche di armi per difenderci”» (pp. 81-2). «La presenza francescana doveva essere non solo pacifica e assolutamente non aggressiva, ma addirittura all’insegna della sottomissione, in contrasto con quella violenta dei crociati impegnati nella cruenta liberazione della Terra Santa voluta dai pontefici Innocenzo III prima e Onorio III poi» (p. 83).

Pace a voi

Da una «rivelazione», e dal Vangelo proviene anche il «famoso» saluto istituito da Francesco d’Assisi. Nello stesso brano evangelico in cui si richiede ai discepoli di ridurre l’abbigliamento all’essenziale (come abbiamo già letto) si trova l’indicazione di salutare chiunque si incontri così: «Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: “Il Signore ti dia la pace”» (p. 56). Mi viene in mente che il modo di dire italiano «fare i salamelecchi» proviene dal modo di salutarsi degli arabi, che dicono: «salam aleikum» (pronunciato salàm alecòm, cioè «pace a noi»), cui si risponde «aleikum salaam» (pronunciato alècom salàm, cambiando l’accento, cioè «anche a te»). O qualcosa di simile, comunque un «saluto di pace», ah! le affinità elettive!

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