ABEconomia e lo stato del Giappone – Johan Galtung

Da Kyoto, Giappone

Quando il Primo Ministro Shinzo Abe fu costretto a dimettersi nel settembre 2007, aveva concentrato i suoi sforzi su una forte politica estera, contro l’articolo costituzionale 9 sulla pace, riscrivendo la storia e un‘educazione patriottica, ma non riguardo a un miglioramento economico. Questa volta Abe ha aggiunto una forte dottrina economica, soprannominata abeconomia; che comprende l’iper-capitalistica TPP, Partnership Trans-Pacifica. Per non irritare gli USA, Abe-LDP (Partito Liberal-Democratico) la considera il guardiano della sicurezza del Giappone verso la Cina e la Corea del Nord.

Il 4 aprile la Banca del Giappone ha annunciato una politica di “alleggerimento quantitativo” – QE, termine orwelliano per stampaggio di denaro – raddoppiando il denaro circolante a 270 trilioni di yen in due anni per convertire la deflazione giapponese dello 0.3% a un’inflazione del 2%. Con così tanti yen in circolazione, consegue una svalutazione, che rende più competitivo il Giappone. Con la Banca del Giappone che acquista obbligazioni statali, potrebbero seguire opere pubbliche, e occupazione. E con entrambe, una crescita economica.

Di conseguenza il corso del dollaro è volato, dai 76 yen di qualche anno fa a 100; l’indice di borsa Nikkei è volato anch’esso a oltre 13.000 per la prima volta dall’agosto 2008, e così il tasso d’approvazione per Abe, al 70%. Fin qui tutto bene.

E poi, che succede? La speranza è di rigenerare il Giappone d’oro degli anni 1960-‘70-‘80. ma sono cambiati sia il mondo sia il Giappone.

Si prenda il deprezzamento dello yen del 18% nei 6 mesi scorsi rispetto alle altre 16 valute più scambiate – con gli USA a protestare per l’uso del tasso di cambio, non stimolo all’economia interna. Cina-India attualmente coprono l’intera gamma di domanda mondiale di prodotti industriali a un rapporto più elevato di qualità/prezzo. Si aggiungano Brasile, Russia e SudAfrica per le economie emergenti BRICS: la loro politica è ora di creare una nuova banca di sviluppo per sfidare il dominio della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, strumenti in sensibile invecchiamento delle economie in declino dell’Occidente e del Giappone.

È ben vero che il maggior produttore giapponese di macchine automatizzate per sushi esporta molto di più; ma è una nicchia con limitati effetti d’indotto, e peraltro i prezzi del mobilio, delle auto, dell’elettricità e del gas – importati – sono saliti anch’essi.

Ma, dato il bassissimo grado di autosufficienza alimentare del Giappone – 39%, rispetto al 73% del 1973, al 128% degli USA, al 237% dell’Australia, al 70% del Regno Unito – i prezzi alimentari aumenteranno presto; e colpiranno le economie famigliari prima di aumenti di reddito.

Inoltre, come reagirà il capitale giapponese alla caduta dello yen? Potrebbe investire per l’esportazione. Ma, se si “vuole mettere il proprio denaro all’estero, la caduta può diventare una slavina” (Soros).

Si prenda la commutazione da deflazione a inflazione, da prezzi minori per gli acquirenti a prezzi maggiori per i venditori, dai consumatori al business. Ci vorrà un bel po’ di crescita della domanda interna in un Giappone in via d’invecchiamento con 30 milioni di persone ultra-65enni, un tasso demografico negativo, altrettanto per il tasso di crescita del PIL (-.2%), una disoccupazione al 4.2%, e un debito pubblico ben oltre il 200% del PIL.

Ma ancor più pericoloso è il processo di inflazione procurata: saranno in grado di fermarsi al 2%? L’inflazione è ben nota per il suo auto-sostentamento. Con tutta quella caccia al denaro, i prezzi dei prodotti continuano a salire, il capitale fugge e con esso i suoi detentori. È pur vero che la US Federal Reserve, il modello che il Giappone sta imitando, non solo ha raddoppiato la moneta circolante – come appunto il Giappone e il Regno Unito – ma l’ha più che triplicata dalla crisi acuta del 2008 a oggi. Però l’inflazione è stata in media meno del 2%, come fa notare l’economista premio Nobel Paul Krugman (né sono aumentati molto i tassi d’interesse). Ma la previsione d’inflazione fuori controllo può richiedere più tempo per avverarsi; inoltre, il deficit commerciale USA è cresciuto del 50%, quasi la metà del debito pubblico è in mani straniere, i detentori di capitali li utilizzano in investimenti privi di rischio, e il rapporto sull’occupazione USA del marzo 2013 è stato il peggiore degli ultimi nove mesi.

È davvero un modello da seguire per il Giappone o piuttosto da paventare?

Si prenda l’indice Nikkei alle stelle, sopra 13.000, e il Dow Jones a mezza via fra 14 e 15 mila; in paesi con una crescita stenta o nulla. Quest’enorme divario fra la crescita finanziaria – con in testa le azioni mobiliari e immobiliari, che tradiscono bolle nell’attivo – e la crescita reale, condurrà prima o poi a un crollo, rapido o lento, dell’economia finanziaria, come avvenuto di recente in ambo i paesi.

Si aggiungano i divari fra il servizio del debito (2.5% d’interesse) e il servizio alle persone, e fra il denaro stampato e il suo valore effettivo. I ricchi dei paesi sia poveri che ricchi mettono via i propri soldi per evitare tasse e crollo economico, al livello di 32 trilioni di dollari USA, il doppio del PIL USA. Che poi i rifugi per tali capitali in Occidente siano sicuri è un’altra faccenda.

Uno yen a buon mercato e mutevole condurrà inevitabilmente a speculazioni di ogni tipo, in azioni ordinarie, obbligazioni ad alta resa, metalli preziosi, valute – yen compreso, bolle immobiliari. Che sia meglio una deflazione morbida?

Si aggiunga a tutto ciò il colpo finale: l’entrata nella TPP. Michael Hoffman in “Fearing the worst if Japan joins the TPP” [Temendo il peggio se il Giappone entra nella TPP] (Japan Times, 21.04.13 –un magnifico giornale simile a Al Jazeera nel presentare tutti i versanti dei problemi), cita studi che predicono “l’americanizzazione del Giappone”: nessuna sicurezza occupazionale bensì assunzione-e-licenziamento, società controllate dagli USA, il giapponese che cede il passo all’inglese, l’importazione di sempre più prodotti USA a grave detrimento di prodotti nazionali come il riso, il frumento e la carne bovina, con l’abbassamento degli standard sanitari alimentari e in prestazioni mediche. I negoziati TPP sono segreti, ma il NAFTA (Accordo di Libero Scambio Nord-Americano) ne dà qualche idea: esportare posti di lavoro da paesi con manodopera più costosa a quelli dove il lavoro è meno retribuito a condizione di mantenere sottopagati i lavoratori — come in Messico, facendo del male a tutti salvo al capitale; tutti sacrificati alla motivazione di profitto rampante degli USA e delle aziende a conduzione USA.

Predizione: con l’abeconomia, si avrà gran parte di quanto sopra entro 2-5 anni.

Alternative: rendersi conto che i vecchi tempi d’oro sono finiti, che USA-Occidente-Giappone sono battuti dalla concorrenza BRICS. Agire per accordi più modesti, accettabili. E sapendo che il Giappone potrebbe fare molto bene in termini di crescita sociale e culturale, andando verso l’uguaglianza anziché maggiore diseguaglianza, verso la qualità della vita, la felicità, le arti, anziché verso quantità di denaro. Persone, non “think tanks”, devono elaborarne i particolari, (gli USA ne hanno 1.823, l’UE 1.457; il Giappone solo 108 – per lo più conservatori). Siate creativi, non imitativi.

E, invece di associarvi agli USA nell’aumentare l’insicurezza, associatevi ai vostri vicini in una Comunità dell’Asia dell’Est e rivedete la TPP per una partnership egalitaria dalla Cina agli USA e dal Giappone all’America Latina.

22 aprile 2013

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: Abenomics and the State of Japan

http://www.transcend.org/tms/2013/04/abenomics-and-the-state-of-japan/

Una replica a “ABEconomia e lo stato del Giappone – Johan Galtung”

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