Nepal: sei anni di “transizione” – Johan Galtung

Da Kathmandu, Nepal

nepal_1_06Tre grandi rivolte in Asia negli scorsi decenni sono finite: la rivoluzione culturale anti-confuciana in Cina del 1967-76, la rivoluzione dei Khmer Rossi anti-Phnom Penh in Cambogia del 1975-79, e la guerra del popolo maoista anti-casta e anti-monarchia feudale in Nepal, durata 10 anni dal 13 febbraio 1996, seguita da 18 giorni di effettiva nonviolenza per le strade di Kathmandu il 6-24 aprile 2006. Il re abdicò.

Transcend fece da mediatore nel maggio 2003, identificando nei dialoghi con le parti undici profondi conflitti di faglia quali radici della violenza:

Linea di faglia Problematica Possibile rimedio

1 Persone/Natura sfruttamento esaustivo-inquinamento tecnologia appropriata

2 Genere repressione delle donne rappresentanza appropriata

3 Generazioni giovani rappresentanza appropriata

4 Classe: politica governo di sua maestà democrazia parlamentare

monarchia assoluta monarchia costituzionale

5 Classe: militare esercito reale nepalese controlloparlamentare dell’esercito

6 Classe: economica miseria, diseguaglianza elevazione massiccia del ceto più povero, riforma terriera e dei fondi templari, robuste cooperative, compresenza ? settori pubblico & privato

7 Classe: culturale marginalizzazione massiccia campagna di alfabetizzazione, condivisione della cultura

8 Classe: sociale dalit [fuori-casta] rappresentanza appropriata, misure ? economico-culturali

9 Nazionalità cultura dominante istruzione in madrelingua, identità statale ?unitaria, federalismo

10 Territori miseria, diseguaglianza elevazione massiccia del ceto più povero

11 Relazioni Altri/Nepal  interventi riconferma del panch shila

Ci sono stati una Costituzione a interim, un’Assemblea Costituente, elezioni nazionali multi-partitiche, e la smobilitazione e reintegrazione degli ex-combattenti maoisti anche nell’esercito: punti 4 e 5 della tabella.

Invitati nuovamente per una mediazione nell’ottobre 2006, la conclusione fu:

“Sono stati presi in seria considerazione solo i conflitti riguardanti le élite (#4-5): controllo della violenza e legittimità di parlamento-governo-capo dello stato – non l’iniquità sociale e le privazioni di massa; il che comporta un’asincronia del processo transitorio. Prognosi: si tratta di un processo di tregua, non di pace. Una catena causale dai conflitti irrisolti-polarizzazione-disumanizzazione alla violenza-trauma richiede un processo di pace con quattro componenti: mediazione per la risoluzione del conflitto, peace-building (con equità, armonia) – e conciliazione per la guarigione e conclusione. Maggiori pericoli: unatregua senza soluzione del conflitto può riaprire la violenza; una conciliazione senza soluzione del conflitto è solo pacificazione. Ciò può condurre a un’instabilità diffusa, a scioperi generali, alla violenza. I conflitti devono essere affrontati creativamente da dirigenti che provino le sofferenze quotidiane della popolazione.”[i]

E mediando ora, a febbraio 2013, qual è la situazione?

C’è una pace negativa: nessuna violenza diretta, e controllo delle armi. Un esercito è fuori gioco, ma l’altro continua a crescere. Squadre di ambo le estrazioni potrebbero cooperare nel ricostruire ciò che è andato distrutto. Però, si è persa l’occasione come anche il negoziato dei 40 punti maoisti all’inizio 1996.

Non c’è pace positiva, un effettivo processo di pace. L’ Accordo Comprensivo di Pace non fu comprensivo. Non c’è stata riconciliazione dopo il trauma bellico – 18.000 uccisi – nessun processo di Verità e Riconciliazione che muti le tre 3C, Confessione-Contrizione-Compensazione, in A Amnistia. L’iniquità sociale sta crescendo. C’è poca compassione per i sofferenti in Nepal: i tanti che muoiono giovani – 25% sotto la linea della povertà, oltre 50% per i fuori casta dalit – gli esclusi perché non parlano nepalese, quelli di zone remote, e di nuovo i dalit. Non ci sono provvedimenti per le elezioni nelle 14 regioni, i 75 distretti o i 4.000 villaggi, né per iniziative referendarie. Il Nepal è estremamente sbilanciato e centralizzato. C’è democrazia da parte della gente, che vota, ma non della gente, né per essa.

Ancor peggio: il sistema multi-partitico è bloccato. Fanno accordi di potere fra loro, ma azioni di consenso e su base maggioritaria sembrano bloccate o possono essere escluse da proteste di strada. Le forze armate continuano ad aumentare. Le commissioni chiave non funzionano, non c’è ancora una Costituzione, neppure un bilancio chiaro.

Un breve sommario della situazione corrente:

Diagnosi: Un conflitto, fra il centro del potere politico, economico, militare e culturale a Kathmandu, e il resto del paese, impotente. Inoltre, il centro di potere è bloccato, incapace di attuare un effettivo potere. La Repubblica DemocraticaFederale del Nepal non è né federale né democratica; è partito-cratica, banco-cratica, occasionalmente Indio-cratica, sta forse diventando tecno-cratica con il presidente della corte Suprema come Primo Ministro.

Prognosi: Violenza, dal basso contro l’iniquità, o dall’alto per mantenerla, e/o contro la stagnazione.

Il che solleva la questione della Terapia. Si può fare qualcosa per sbloccare un sistema bloccato, per un effettivo processo di pace, come:

[1] Elevare il ceto più povero: Identificare la comunità più miseranda in Nepal – magari rilevata secondo la mortalità/aspettativa di vita e morbilità – rendere disponibile del credito affinché i più bisognosi lavorino in cooperative orientate ai bisogni fondamentali, a produrre alimenti con agricoltura 3-dimensionale e acquacoltura, e acqua pulita; abbigliamento e abitazioni con materiali prevalentemente locali; sanità con una fitta rete di policlinici gestiti da paramedici che possono guarire le poco più di una decina di affezioni che comportano oltre il 90% dei casi di malattia, prevedendo il trasporto in elicottero per i casi più gravi a ospedali regionali di massimo livello; e istruzione per tutti, non solo per i giovani;

[2] Politicamente, una federazione basata sulle identità, per includere meglio i non-nepalesi e le zone remote del paese con nomi che combinino sia l’identità e la geografia, come Limbuwan-Koshi. Farli sentire a casa in Nepal usando le loro lingue nei nomi di strade, nei documenti ufficiali, nei discorsi in parlamento. Non facile, ma nascondere l’identità è una ricetta per il disastro; e provvedimenti nella Costituzione per le elezioni locali, a livello di regione, distretto o comunità, e per i referendum;

[3] Economicamente, più cooperative locali, e non solo agricole, punti di vendita direttamente ai consumatori, e più casse di risparmio locali impegnate nell’investimento locale e non nella speculazione;

[4] Militarmente, nessun esercito nepalese sarà mai alla pari con i giganti del nord e del sud-ovest; e improbabilmente dell’est. L’esercito è prevalentemente d’utilizzo interno, per lo status quo (chiamato “legge e ordine”), e può anche venir usato per colpi di stato. Lo si riduca; sostituendovi per la legge e ordine la polizia, e per la difesa difensiva milizie di facile mobilitazione e una difesa non-militare, con la non-cooperazione e la disobbedienza civile;

[5] Culturalmente, usare come risorsa la varietà culturale, compresa la minoranza musulmana come ponte verso i 57 paesi musulmani. Creare aperture per l’espressione culturale ovunque, per la scultura e la pittura, la prosa e la poesia, la musica, valorizzando le ricche tradizioni locali.

[6] Politica estera: rammentarsi dell’India del panch shila, uno dei cui principi è la mutua non-interferenza negli affari interni.

Imitare le migliori fra le Grandi Potenze mondiali:

* l’India, invitandola a dare consigli sul federalismo identitario;

* la Cina, invitandola a dare consigli sull’elevazione dei settori più poveri;

* gli USA, invitandoli a dare consigli sulla creatività, sulle ONG.

[7] Diritti umani: sia diritti civili-politici sia socio-economici.

Cina e Cambogia hanno fatto di meglio che il Nepal contro millenni di repressione. Quando i conflitti violenti finiscono, prendersi cura dei conflitti: i cinesi hanno aperto a una maggiore partecipazione delle donne, dei giovani, della campagna, della parte occidentale della Cina; e la Cambogia ha lavorato sugli aspetti positivi dei Khmer Rossi, elevazione locale, riforma terriera, ecc.

Il Nepal ha perso l’opportunità del 2006 quando la società era plastica e poteva essere plasmata. E’ quanto mai giunto il tempo per recuperare.

NOTA:

[i]. Le citazioni sono del capitolo 62 sul conflitto nepalese in 50 Years: 100 Peace & Conflict Perspectives [50 anni: 100 prospettive di pace e conflitto], TRANSCEND University Press, 2008–http://www.transcend.org/tup.

Per una profonda analisi del Nepal e anche della politica globale in generale: The Weekly Mirror, [email protected], Bishnu Pathak [email protected].

18 febbraio 2013

  1. Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

  2. Titolo originale:Nepal: Six Years of “Transition”

http://www.transcend.org/tms/2013/02/nepal-six-years-of-transition/

Una replica a “Nepal: sei anni di “transizione” – Johan Galtung”

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