Siria: il caso delle ‘armi’ svedesi – Robert Fisk

L’Oslo Express sta correndo attraverso le foreste gelate antelucane di pini della Norvegia, con la neve che ammanta il finestrino d’angolo della carrozza numero tre, dove siede il detective ispettore Fisk nell’ultimo giorno dell’”Operazione Aleppo”. Sta leggendo le “Memorie di un soldato di fortuna” di Rafael de Nogales, un’edizione del 1932 del racconto del generale venezuelano dell’ardimento nell’America Latina rivoluzionaria e del servizio nell’esercito ottomano durante la prima guerra mondiale.

A pagina 294 egli incontra un soldato tedesco condannato in Medio Oriente, un “giovane ufficiale alto e di bell’aspetto” che aveva macchiato il suo onore prussiano avendo una relazione con una ragazza che diceva di avere diciott’anni quando in realtà ne aveva sedici.

E bizzarramente – perché i libri hanno spesso strane allusioni geografiche a noi – il generale Nogales incontra brevemente questo giovane nel caos militare tedesco “in qualche data dell’agosto 1915, quando arrivai nella città di Aleppo, dopo sei mesi di costanti combattimenti contro i russi e gli armeni nel Caucaso”.

Strano. Poiché l’ispettore Fisk sta indagando su avvenimenti che si sono verificati in quella stessa città di Aleppo più di novant’anni dopo, quando un generale dell’esercito siriano sul fronte cittadino ha ordinato ai suoi soldati – solo tre mesi fa – di mostrarmi armi recentemente catturate alla resistenza anti-Assad nel paese.

E tra le granate, i fucili e gli esplosivi, c’era un involucro di plastico che conteneva tre bastoncini rosa di quella che sembrava gelignite, ciascuno dei quali era etichettato “Hammargrens, 434-24 Kungsbacka – Svezia”.

Kungsbacka è una piccola città a sud della città svedese di Göteborg, che era dove il mio treno della notte si stava ora dirigendo rombando; il lettore ha appena afferrato il motivo perché il corrispondente dell’Independent per il Medio Oriente si trova a più di 3.000 chilometri dalla sua base in Oriente, ma, come ogni buona storia poliziesca, c’è sempre un colpo di scena.

Con l’ispettore Lewis e il sergente Hathaway si scopre sempre che le cose non sono mai quelle che sembrano. Così è stato con una certa eccitazione che, mentre il mio taxi da Göteborg arrivava al limite di una foresta spazzata dal nevischio a Kungbacka, ho osservato un cancello di sicurezza d’acciaio con la scritta “Hammargrens Pyroteknik”, dietro al quale c’era un bunker di cemento per esplosivi.

Hammargrens, devo aggiungere, vende fuochi d’artificio per bambini. E Thomas Wetterstrom, il suo direttore generale, è perfetto per il ruolo. Occhialuto, di carnagione scura, sessantenne, trent’anni nell’azienda che il vecchio Hammargrens fondò nel 1879, ha osservato la fotografia del suo prodotto nella lontana Aleppo con quella che posso descrivere solo come un’aria ironicamente divertita. “Si tratta di torce di segnalazione di pericolo” ha affermato. “Non capisco davvero cosa i siriani possano farsene. Le vendiamo alla polizia svedese per rallentare il traffico dopo gli incidenti.”

La polizia svedese? Questo era qualcosa di un po’ familiare per l’ispettore Fisk (e “Fisk”, per inciso, significa “pesce” in svedese, poiché i miei antenati effettivamente sono venuti dalla Scandinavia nel 1745), ma era perfettamente vero.

Il signor Wetterstrom importa le torce da un’azienda statunitense che si chiama Orion Safety, nel Maine (il che spiega il “Made in USA” che ho osservato sul lotto di Aleppo) e poi le vende non solo alla polizia svedese ma anche alle ambulanze che intervengono nel caso di incidenti stradali notturni nella tundra scandinava. Hammargrens aveva fornito le torce anche alla polizia ungherese. Come le nostre luci di sicurezza lampeggianti inglesi, servono a evitare che gli altri automobilisti finiscano addosso alla polizia e ai paramedici sulle autostrade.

Don Kantoff, l’addetto agli esplosivi della Hammargrens, un uomo magro e preciso – come sono quasi tutti gli esperti di esplosivi, ho notato – mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuta una dimostrazione. Così siamo usciti nel nevischio, lui ha strappato il cappuccio in cima alla torcia e questa si è accesa in un’incredibile fiamma rosa, così forte che potevo guardarla solo per pochi secondi prima che mi facesse male agli occhi. “Dura venti minuti”, ha annunciato il signor Kantoff. “E non può essere spenta dall’acqua”.

Senza dubbio era qualcosa di molto efficiente nelle strade svedesi coperte di neve. Ma io ho avuto anche il sospetto che, gettate in uno dei vecchi edifici di legno di Aleppo, oggi, sulla linea cittadina del fronte, le torce avrebbero dato alle fiamme il luogo.

Il signor Kantoff stima che l’azienda abbia venduto 100.000 di queste torce negli ultimi dodici anni. Sono confezionate in cartoni di 23, ciascuno contenente confezioni da tre, una miscela di carbonato di stronzio e zolfo che brucia fino all’incenerimento – una bomba fatta in casa in Siria necessiterebbe di nitrato di potassio e petrolio – anche se tutti all’Hammargrens concordano che tutte le sostanze chimiche, se poste in un tubo di ferro, sono pericolose.

Ma studiando la fotografia di Aleppo il signor Kantoff nota la confezione di plastica: “Abbiamo smesso di usare queste confezioni di plastica anni fa, prima di vendere in Ungheria”. Mi porge la scatola aggiornata di cartone dell’azienda.

Emerge che nel 1999 – la data sulle torce di Aleppo – la Hammargrens vendeva le torce a una società di Stoccolma che le forniva, assieme a coperte e bende d’emergenza, ai grandi produttori svedesi di camion, Skania e Volvo.

E a questo punto l’ispettore Fisk ha ricordato una conferenza cui aveva partecipato da Abu Dhabi quattro anni prima, in cui un diplomatico svedese vantava il fatto che la Volvo era la maggior esportatrice di camion in … Siria! La Volvo si era accaparrata il mercato – nella Siria prima della guerra civile, naturalmente – e non c’erano motivi legali per cui tali camion non potessero essere venduti alla Siria dotati delle torce della Hammargrens.

Il colpo di scena della storia. Tutto alla luce del sole, tutto venduto a fini di sicurezza. Ma all’ispettore Fisk viene un’idea – un “momento Hathaway” della serie Lewis, vogliamo chiamarlo così? – di notte, sul treno di ritorno a Oslo. La Svezia non è in guerra dal 1814. Ma noi europei non dovremmo essere un po’ più cauti quando forniamo parti meno stabili del mondo? Meno torce, forse? Più lampade di sicurezza inglesi vecchio stile alimentate a batteria?

Così sul mio treno surriscaldato di ritorno a casa ritorno al mio soldato di fortuna, il generale de Nogales.

“Cavalcando attraverso le sabbie sul suo destriero arabo”, vanta la prefazione, “questo soldato di fortuna dalla carnagione bruna proveniente dalle Ande sembrava un prode cavaliere dei tempi antichi …” Quelli erano giorni!

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo www.znetitaly.org

Originale http://www.zcommunications.org/the-case-of-the-swedish-weapons-in-syria-by-robert-fisk Fonte: The Independent traduzione di Giuseppe Volpe

7 novembre 2012 http://znetitaly.altervista.org/art/8378

 

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